La tragedia della classe impiegatizia nell'Italia industriale
Paolo Villaggio è probabilmente il più prolifico onomaturgo della sua epoca, ha inventato decine di parole ed espressioni diventate ormai di uso comune nella nostra lingua, non solo la megaditta il suo megadirettore galattico e il più generico megagalattico, i congiuntivi storpiati venghi, dichi, facci, ririvadi, batti (Ma... mi dà del tu?, -No, no! Dicevo: batti lei?), la poltrona in pelle umana, il rutto libero, i novantadue minuti di applausi, la salivazione azzerata, le mutande ascellari, il tetesko di Cermania, la Coppa Cobram, la nuvoletta da impiegato, il Tu mancia?, il Com'è umano lei!, il le-ggggerissimo problema, usato per indicare una catastrofe (per tacer delle altrettanto celeberrime parolacce), ma pure i termini derivativi fantozzi e fantozziano ormai vivono di vita propria e sono diventati lemmi ufficiali del vocabolario italiano.
Già solo per aver arricchito la nostra lingua con un lessico d'indubbia ironia, non si può che esser grati a Villaggio. Tuttavia c’è di più, perché nella parola fantozziano è racchiuso un pezzo d'Italia, quella dei padroni ladroni, imbecilli ma intoccabili, e dei sottoposti poveracci metodicamente umiliati e angariati, senza possibilità di rivalsa.
Credo che chiunque abbia visto in tenera età almeno uno dei film di Fantozzi -specialmente i due diretti da Luciano Salce- non abbia potuto fare a meno di ridere a crepapelle di fronte alle disavventure di questo novello Monsù Travet. Poi, riguardando le stesse pellicole in età adulta, solitamente ci si accorge che c’è ben poco da ridere, perché il ragionier Ugo incarna lo sconfitto, il vinto, il capro espiatorio della società, la vittima infelice del disprezzo e delle vessazioni che le classi dirigenti di ogni epoca, specialmente se ottuse, hanno sempre riversato sulle classi subalterne; il riso cede allora il passo alla compassione, alla tristezza, all'inquietudine, all'angoscia.
Nel libro, l'inevitabile minor efficacia rispetto alla resa su schermo delle pur abbondanti gag slapstick fa sì che questa componente tragica risulti ancor più smaccata; nelle brevi storie che compongono il volume la società italiana viene messa alla berlina con sopraffina cattiveria, tanto da valicare spesso i confini dello sketch comico per trasformarsi in saggio sociologico e antropologico sui più bassi istinti dell'umana natura.
Grazie al linguaggio iperbolico e volutamente scorretto di Villaggio si ride sempre, ma è un riso amaro, che invita a riflettere e a commiserare, perché a questo mondo rischiamo di essere tutti un po’ i Fantozzi di qualcun altro.