Uno dei libri più belli della letteratura triestina del dopoguerra, ricco di malinconia e di asciutta poesia. Una frontiera divide due mondi, ma è diversa da entrambi, e non contiene altra speranza e altro dovere che il suo imperativo: varcare, separare, separarsi. «Franco Vegliani era autore di un romanzo ricco di malinconia e di asciutta poesia, La frontiera (1964), uno dei libri più belli della letteratura triestina del dopoguerra, ma non era una figura ufficiale di quest'ultima», scriveva Claudio Magris sul «Corriere della Sera» nel 1982, l'anno della morte di Vegliani, notando la posizione appartata nel quadro della nostra letteratura lasciata allo scrittore e al romanzo. E a spiegarla, accanto alla mancanza di ufficialità, contribuisce il carattere stesso del romanzo, l'atmosfera di interiorità lineare e però profondissima, il suo soggetto, il semplice e felice equilibrio: di frontiera, appunto, tra il sentire dell'oggi e della nostra cultura, e suggestioni d'altri tempi e d'altra matrice. È l'estate del '41. Un giovane ufficiale italiano incontra un vecchio in un'isola della Dalmazia, e questi lo avvince nel racconto di Emidio Orlich, alfiere austroungarico della prima guerra, del suo destino e della sua vana morte. Ma è più la presenza e la vicenda del vecchio, il modo del suo testimoniare, come un circuire filosofico o un'inchiesta, a tentare il giovane in un gioco di identificazione, fino a confonderlo. Nonostante lo scenario del fascismo e della guerra, e nonostante l'epilogo, La frontiera non è il racconto di una presa di coscienza. È un discorrere per avare allusioni, un mostrarsi della scelta come luogo tipicamente umano, di più alto valore, di più alto confliggere con la storia, di inutile necessità: che come una frontiera divide due mondi, ma è diversa da entrambi, e non contiene altra speranza e altro dovere che il suo imperativo: varcare, separare, separarsi.
Le due grandi guerre. Una appartenente al passato, i ricordi che riemergono. L'altra al futuro, prossimo. Due giovani soldati e le loro storie che sembrano sempre più destinate a sovrapporsi. La patria come parte dalla quale stare o dalla quale scappare. Una terra di confine, travagliata, contesa. Una terra di frontiera.
Esistono non solo persone, ma anche luoghi, che abbracciano diverse culture, senza però appropriarsi di nessuna. Si tratta delle terre di mezzo, delle frontiere. Trieste, ad esempio, ne è una. Per tale ragione, qui, il nazionalismo non è che una sciocca ideologia: della guerra non rimane la vittoria, ma lo strazio e il dolore. Ne parlo più approfonditamente qui 👇 https://www.ilpesciolinodargento.it/l...