Romanzo-pamphlet sui nostri anni o, più precisamente, quadro d'epoca, "Il duca di Mantova" racconta l'Italia al tempo di Berlusconi prendendo avvio da una domanda che riguarda ognuno di noi: cosa ha permesso la svolta berlusconiana, ovvero quella che per alcuni è una vera e propria deriva autoritaria? Quali mutamenti antropologici l'hanno prodotta?
Tre stelle che do più a me in rapporto al libro, che all'opera. L'intento è chiaro, e del resto lo esplicita lo stesso Cordelli: disegnare sprazzi del paesaggio politico e culturale italiano dei primi anni 2000, attraverso il filtro dell'osessione dell'autore per il Duca di Mantova (figura di ciò che significa Berlusconi come simbolo estetico e politico). La lettura non è stata semplice, non si ha l'impressione di trovarsi davanti a un romanzo, ma piuttosto di fronte a un continuum onirico, in cui diversi soggetti e questioni si presentano all'improvviso, separati dalla pagina bianca, e come accade nei sogni non si sa nulla di come siano giunti lì sulla pagina. Considerazioni personali, narrazioni di accadimenti personali e quotidiani si alternano in spazi di scrittura eterogenei sia per spazi (fisici, della pagina), che per argomenti e cronologia. La costante appare essere, oltre all'io narrante e al Duca, il gruppo di amici, di cui si può ricostruire, leggendo, non più di un ombra di ciò che sono. Nel leggere questo libro ho avuto l'impressione di essere sempre lontano dal senso, dai significati; ma sono ritrovato più volte a chiedermi: "ma cosa vuole dirmi?". Non l'ho capito fino in fondo. Mi chiedo se dipenda da me (dalla mancanza di conoscenze o semplicemente dalla mancanza d'intelligenza) o da altro. Non saprei come rispondermi. Per questo le tre stelle. P.s.: I rari momenti di lettura in cui la mia attenzione si è accesa sono costituiti dalle interessanti osservazioni sulla realtà della sinistra italiana contemporanea, sulle sue contraddizioni interne.