Comincio ad avere l’impressione che i libri “polemici” o “critici” sulla scuola scritti dagli insegnanti siano un vero e proprio genere letterario. Vedi quelli della Mastrocola, quello di Visitilli, e adesso questo, di Starnone, che, dismesso l’abito umoristico-sarcastico di “Ex Cattedra”, scrive questo sunto di memorie, di considerazioni e di amarezze assortite sul tema scuola, educazione e società. Il libro parte con i suoi ricordi scolareschi e studenteschi, abbastanza negativi; per lui la scuola fu il luogo che lo strappò alla vita che presumeva “vera”, per consegnarlo a un universo di regole, di doveri da espletare, di adempimenti da compiere, a cui non si sottrasse mai, sia per un proprio senso morale, sia per l’investimento che famiglia e parenti vari avevano fatto su di lui. A questo si ricollega, poi, la sua esperienza di insegnante: dopo aver scoperto - causa lezioni private, costretto a dare per mantenersi agli studi - che insegnare gli piaceva, tanto più nella misura in cui si allontanava dal dettato di libri e programmi per metterci del proprio, insegnante lo divenne per davvero, pieno di idealismi e di speranze, per scontrarsi con l’amara realtà. La realtà di una scuola meritocratica, di studenti ben poco propensi a “crescere” culturalmente, ad “affrancarsi” da un’origine bassa, a produrre e a rispecchiare qualcosa di più di un oceano di nozioni. Una scuola, a suo dire, adatta più a formare obbedienti cittadini che a fornire loro le armi della cultura per una reale crescita sociale, e non solo. Il libro oscilla tutto tra una consapevolezza di fallimento suo come insegnante e della scuola come istituzione; e il riconoscimento, a denti stretti, che sì, è vero, ci sono differenze mentali tra migliori e “meno migliori” che solo parzialmente possono essere imputate all’ambiente. In sostanza, che esistono intelligenti e meno intelligenti, e lo studio matto e disperatissimo solo raramente può compensare questo fatto… sempre che esista la forza di volontà per agirlo, e soprattutto le motivazioni. Mi viene in mente il recente libro “Tabula rasa - perché gli uomini non nascono tutti uguali” di Pinker, che ho recentemente letto, che mette tra i suoi avversari tutto un sistema pedagogico “progressista” tanto restio a riconoscere questo fatto, a pensare che la mente infantile sia appunto una tabula rasa, interamente scritta o scrivibile dall’ambiente. Starnone, poi, si scontra con un altro elemento: il fatto che la scuola viene vista “a prescindere” dall’allievo come un nemico, come un luogo dove stare contro la propria volontà, dove annoiarsi a frequentare notizie ed argomenti insulsi, dove si viene giudicati e dove - massimo dei paradossi - si ottengono risultati tanto migliori quanto meno si usa la testa, quanto più si riesce a dare all’insegnante la “pappa pronta” che lui si aspetta. Il mito di ogni insegnante, l’accensione dell’intelligenza, avviene raramente, e si teme che quando avviene accade perché doveva avvenire - capacità congenite dell’allievo? - non per merito della scuola, dell’insegnante e forse nemmeno dell’ambiente familiare. Fine anche del mito dell’istruzione come strumento di riscatto sociale: milioni di laureati disoccupati stanno lì a testimoniare che studiare, in senso assoluto, non è che sia questo grande strumento per “liberarsi” (magari vale per chi studia ingegneria e poi cerca lavoro all’estero; ma è chiaro che un professore di lettere vedrebbe volentieri un mondo di “operatori della cultura” messi a libro paga dallo Stato o da munifiche istituzioni…) Mi ha comunque colpito, di tutti gli argomenti - e mi ha costretto a riandare con la memoria al mio percorso scolastico - l’idea, o l’idealismo, di una scuola che debba per forza favorire gli “ultimi”. Una scuola calibrata sui meno avvantaggiati, che sono quelli che se ne avvantaggerano di più. Per me era esattamente l’opposto: questi personaggi che mi circondavano, con il loro italiano approssimativo infarcito di termini dialettali piemontesi maldigeriti (io ero meridionale, immigrato, loro erano meridionali figli di immigrati), ignoranti di famiglia e senza ambizione di non esserlo più (bastava guardare in che stato riducevano i libri di testo), grevi di volgarità e di aggressività, non vedevo l’ora che una legittima selezione ne avrebbe fatto strame, togliendomeli di torno e lasciandomi la libertà di ascoltare e capire in silenzio (ma perché dovevano urlare sempre?). E invece, anno dopo anno, me li trovavo sempre tra i piedi, al punto che non capivo più a cosa servisse studiare, visto che comunque la promozione pareva un diritto dovuto a tutti. Alla faccia di Don Milani. Al quale qualcuno avrebbe dovuto spiegare che, nell’immaginario collettivo italiano, “Pierino” non è il virgulto della buona borghesia, ma il bambino pestifero delle barzellette. E se uno diceva “Gianni”, si pensava immediatamente ad Agnelli, fate voi. Non mi sembrava un’idea così peregrina che esistessero scuole per chi aveva voglia di studiare, e istituti professionali per chi no. Ma se questo lo scrivevo in un tema, venivo duramente cazziato. E non dagli insegnanti beninteso, ma dai miei genitori. Ai tempi del liceo, il problema non erano più i compagni, ma gli insegnanti e una mia personale storia piuttosto ingarbugliata che fece a pezzi la fiducia in me stesso costringendomi a recuperarla dopo molto tempo e a costo di grandi fatiche. Certo, della scuola ho un ricordo tutt’altro che lieto. Come posso immaginare una scuola “ideale”? Non posso. Non me la immagino.