"Una rotazione completa del tamburo rotante della betoniera intorno al suo asse: su questa unità di tempo è tarato l'orologio degli umani e dei flussi relativi; o viceversa, in fondo la cosa ha poca importanza: animali, vegetali, persone, sentimenti, pensieri, ovvero merci e flussi di merci, e in definitiva tutto ciò che si muove in e per questo territorio, si regola sullo stesso metronomo, 'lavora' con gli stessi secondi, o meglio, nel caso umano, ne ha impressione; ma negli interstizi, nelle pieghe, nei bordi, negli spazi residui, abbandonati, ai margini, fuori dal flusso, un altro tempo lavora e così in ogni caso moriamo. Curioso: i luoghi in cui più intensamente se ne percepisce la presenza sono le fabbriche abbandonate. La prima impressione che si ricava, esplorando questi spazi, è che lì il tempo si sia improvvisamente fermato, ma naturalmente no, non è così, solo non scorre, non fluisce, soggiorna, abita il luogo, ne pervade l'atmosfera, si fa respirare, toccare, pensare, e nel mentre lavora, indifferente, con ostinata determinazione."
Vitaliano Trevisan (1960–2022) è stato uno scrittore, attore, drammaturgo, regista teatrale, librettista, sceneggiatore e saggista italiano. Dopo una giovinezza trascorsa come impiegato nel settore edilizio e dell'arredamento, si dedica a lavori più manuali fino ad approdare alla letteratura. Dopo alcune prove letterarie di buona levatura, raggiunge il successo nazionale e la notorietà nel 2002 con il romanzo I quindicimila passi, apprezzato dalla critica, che racchiude i pensieri di un uomo, Thomas, dalle mille fobie e dai meccanici comportamenti ossessivo-compulsivi. È morto suicida il 7 gennaio 2022 nella sua casa di Crespadoro all'età di 61 anni.
Nel tristissimo giardino di Trevisan io mi sento a mio agio, mi sento a casa mia. Nel suo scegliere, e soppesare, ogni singola parola e articolo e segno d’interpunzione, come se ciascuno fosse un mattoncino che può incastrarsi solo in quell’esatto punto, altrimenti vien giù tutto - una costruzione semplice ed elaborata allo stesso tempo, facile e complicata – in questa architettura mi sento accolto e compreso. Nella sua ironia. Nel suo senso di provvisorietà (esistenziale) che da sempre lo accompagna – esserci o non esserci non fa differenza. Nel suo nitore di pensiero, e di sentire. Nel suo e se c’è una cosa di cui sono esperto è il dubbio… In tutto quanto, io sto comodo, tutto mi calza come scarpe fedeli.
Trovo familiari molti degli argomenti di cui parla qui ma anche altrove: gli innumerevoli lavori che ha fatto – dal magazziniere al geometra al gelataio al lattoniere ecc. – le sue camminate, gli sconfinamenti nel cinema e nel teatro, la Nigeria, qui tirata fuori per dire di due viaggi a Lagos, e magari l’idea di fare come Rimbaud e trasferirsi lì, visto che ha avviato un commercio di roba usata (pneumatici, motori d’auto, elettrodomestici), la motocicletta, la madre - e a volte spunta una sorella a volte due altre invece nessuna -
E sto bene, come se fosse casa, anche nella periferia diffusa, in quell’hinterland che è centro, squallido rumoroso trafficato inospitale, che è la terra di Trevisan, la sua Vicenza & dintorni. Per come lui me la descrive. Perché me la descrive lui, me ne parla lui come se fossimo in un colloquio a due davanti a un caffè. Con quella sua voce bassa, quasi sussurrata, e la sua cadenza anche quando parla in italiano. Ma lui non c’è più. È andato via ormai da quasi tre anni. E a me manca. Anche perché sto leggendo tutto quello che ha scritto, e m’è rimasto troppo poco da scoprire. Così è questo scritto che qui si interrompe. Bruscamente, senza preavviso. Niente di strano: le cose vanno spesso in questo modo, quando arriva la fine.
Gli ultimi tre sono scatti dello stesso Vitaliano Trevisan.
Gran personaggio, il Trevisan, bisogna dirlo. Gran personaggio e ottimo scrittore, cosa che s'intravede anche da un libretto come questo, uscito per la collana Contromano di Laterza, che regala sempre discrete sorprese.
Si tratta probabilmente di un passaggio minore nell'opera dell'autore vicentino, ma nel contempo merita la lettura e l'apprezzamento, sia per lo stile sia per il personalissimo sguardo del narratore, il quale non dice "io" ma preferisce riferirsi a se stesso come "l'autore", come avveniva anche nel bellissimo "Works": una scelta che può sembrare strana, volendo anche fastidiosa, ma io la trovo tutto sommato originale, anche simpatica, come trovo simpatici tutti coloro che fanno tutto per non esserlo. E anche Trevisan lo metto tra questi, uno che il politicamente corretto non sa nemmeno dove stia di casa, senza però far pesare al lettore la sua natura anarchica e irregolare: lui è così e basta, punto.
In questo breve ma significativo excursus nella "periferia allargata" di Vicenza, partendo dalla sua casa, dai giardini, dai tristissimi giardini del titolo e dai loro proprietari, allargandosi poi alla città, tra centri storici, palazzi, strade, paesi e paesini; si guarda qui all'altra faccia di quel Nord-est ch'è colonna portante della piccola impresa italiana; si tirano poi in ballo attori, intellettuali, cinema, teatro e ovviamente letteratura, tutte quelle facce del panorama culturale che lo scrittore veneto frequenta e arricchisce col suo talento, senza però farsi intossicare.
Fantastico quando s'incazza con lo spettacolo di Marco Paolini - il nome non viene fatto, ma si capisce benissimo che si tratta di lui. Mitico l'episodio in cui fa le pulci a Meneghello per un passaggio, un avverbio, dei Piccoli Maestri; altrettanto divertente l'aneddoto in cui incontra Meneghello stesso, che per fortuna di persona non ha la pesantezza del professore, è anzi un appassionato di motociclette, dunque per fortuna si parla di quello e non di letteratura, dice il Trevisan.
Il Trevisan che si è un po' stancato del Palladio, che sarà stato anche un grande ma che a Vicenza non si parla d'altro da qualche secolo; il Trevisan che è Trevisàn a casa sua e Trèvisan quando va a Roma a lavorare per il teatro e per il cinema; il Trevisan che viene interpellato da registi e sceneggiatori per un film in cui si presuppone la scomparsa di tutti gli immigrati, che secondo lui l'idea è una mezza cazzata, che a suo parere non si farà mai, ma poi a quanto pare il film è uscito - dopo il libro, chiaro, però non l'ho visto - e il Nostro appare pure in un piccolo ruolo. Egli è infatti anche valoroso attore, sebbene non-professionista, da ricordare anche solo per "Primo amore" di Garrone.
Insomma: il Trevisan è un gran bel leggere; è un irregolare di tutto rispetto, il nostro bernhardiano-beckettiano di ferro, da tenercelo stresso e farne tesoro. Ma attenti a non farlo incazzare.
Un libro molto bello. Parla di Vicenza e della sua provincia (chi conosce il Veneto può apprezzare la precisione di Trevisan) ma in realtà spazia su molte cose. Idealmente precede Works, anche nello stile.
Si tratta di un'opera sperimentale e originale, che mescola narrazione e saggistica, realtà e immaginazione, cronaca e poesia. Il romanzo è ambientato in un territorio industriale del Veneto, dove il tempo sembra scandito dalla rotazione delle betoniere e dove le fabbriche abbandonate sono i luoghi più suggestivi e misteriosi. Il romanzo si compone di una serie di capitoli che alternano la voce dell'autore a quella di altri personaggi, che raccontano storie diverse ma legate tra loro da un filo invisibile. Ci sono la storia di un operaio che si innamora di una ragazza cinese; la storia di un uomo che si fa operare per diventare identico a Napoleone; la storia di una donna che vive come un cane per volere del marito; la storia di un gruppo di scrittori che si riuniscono per scrivere il romanzo perfetto. Ognuna di queste storie è una riflessione sul senso della vita e della scrittura, sul rapporto tra individuo e società, tra arte e mercato, tra verità e finzione. L'autore usa uno stile ironico e provocatorio, che sfida le convenzioni del genere romanzesco e della rappresentazione della realtà. L'opera è anche una critica alla società contemporanea, dominata dal consumismo, dalla globalizzazione, dalla precarietà, dalla solitudine. Il romanzo è infine una celebrazione della letteratura e della sua capacità di creare mondi possibili, di dare voce alle emozioni, di resistere alla banalità e alla disperazione.
Un'opera interessante, mi ha ricordato Bernhard per la capacità di raccontare analiticamente mantenendosi introspettivo. Trevisan per me è la scoperta di un autore italiano di spessore, giustamente solitario e quindi osservatore, cinico, critico e disilluso, a volte poetico ed esistenziale.