Era solo un veicolo messo insieme con mezzi di fortuna, il concretizzarsi di un’idea balzana venuta in mente a un governeur, progettata da un dilettante, concepita senza amore da uomini che avevano fretta.
Quando al Louvre ci si trova davanti all’enorme tela de “La zattera della Medusa”, il capolavoro di Géricault, ci si sente schiacciati dalla scena, dall’orrore della situazione, dai cadaveri lividi, da quell’ammasso di corpi alla deriva in un mare ostile. Si resta al tempo stesso rapiti, affascinati e angosciati, a disagio e incapaci di distogliere lo sguardo, e tutto questo anche senza conoscere i retroscena di quel dipinto. Immaginate cosa dovevano aver provato i francesi che lo videro quando la vicenda era ancora fresca! Le polemiche, lo scandalo, ma anche le lodi e l’ammirazione…
Non venne presentato con lo stesso titolo con il quale ora è noto, ma semplicemente come “Scena di Naufragio”, ma era chiaro a tutti che si trattasse della tragedia della Medusa. E sembrava tanto un’accusa contro chi, dando più valore alla nobiltà di nascita che al merito, aveva portato a quella tragedia.
Il romanzo di Franzobel racconta come si arrivò a quel disastro, e se non fosse che si tratta di una storia vera, uno direbbe che no dai, l’autore ha esagerato .
Ma a volte la stupidità umana supera la fantasia, e tutto ciò che c’è nel libro, a parte ovviamente il ‘romanzato’ risponde a verità storica.
La Méduse, fregata diretta in Senegal con a bordo circa quattrocento persone tra equipaggio e passeggeri, viene affidata al capitano Hugues Duroy Chaumerays, un uomo incompetente e vanesio, che non navigava da venticinque anni. Un comando affidatogli solo in virtù del suo sangue nobile, perché in confronto a lui Schettino è quasi un Horatio Nelson.
Chaumerays è un incapace, un negligente, è impreparato e vigliacco, ma allo stesso tempo ha tutta la superbia del sangue blu: naviga troppo velocemente e a troppa distanza dalle altre navi che compongono la spedizione, perché vuole compiacere il futuro governatore del Senegal che si trova sulla Meduse; si affida ai consigli e alle panzane di un truffatore che si dice esperto navigatore, ma non ascolta gli avvertimenti dei suoi ufficiali che lo mettono in guardia dal banco di sabbia d’Arguin, su cui la nave di sicuro s’incaglierà, se continua sulla rotta in cui si trova.
Ma tzè! Il primo ufficiale (che somiglia a Lino Ventura) e il secondo ufficiale (che somiglia ad Alain Delon) stanno sicuramente cercando di spodestarlo, loro gente di bassa estrazione, loro che disprezzano i nobili, loro che hanno combattuto per Napoleone… uno dei due ha persino una tabacchiera con una ghigliottina raffigurata sul coperchio! La nave, incagliarsi, sciocchezze!
E la nave s’incaglia nel banco d’Arguin.
I tentativi di liberarla vanno a vuoto, una tempesta si accanisce, la nave s’inclina, lo scafo si danneggia, il danno è irreparabile, le altre navi della spedizione troppo indietro, non è possibile attenderle per trasbordare persone e merci… bisogna abbandonare la nave. E le scialuppe non bastano. (non bastano mai, si direbbe! Ottimismo, idiozia o delinquenza?)
Sono 147 le persone che vengono fatte salire sulla zattera, un precario insieme di legno recuperato dalla Medusa, con la promessa che le scialuppe a remi la traineranno. Ma la zattera è troppo pesante, nemmeno riesce a stare a galla con tutta quella gente a bordo; l’abbandono viene deciso, le cime recise. Gli appelli del secondo ufficiale a non abbandonare quei poveracci, a provare compassione e cercare di recuperarli rimasero inascoltati. Era il 5 luglio.
I naufraghi alla deriva sulla zattera vennero recuperati il 17 luglio* dal brigantino Argus; di 147 che erano, ne erano rimasti 15.
Di ciò che accadde sulla zattera in quei giorni, il cannibalismo è forse la cosa più perdonabile.
Che romanzo! Magnifico! Ti fa provare rabbia, schifo, compassione, angoscia; alla fine un po’ ti sembra di essere su quella zattera, insieme agli altri sperduti in un mare crudele, a chiederti dove sia finito il resto della tua vita, e se ci sia mai stata una vita, e se ci sarà ancora.
E il modo in cui è raccontato! Franzobel inserisce nella sua narrazione storica dei commenti personali e dei rimandi all’epoca contemporanea che dovrebbero stonare, e invece no, ci stranamente bene (che gli ufficiali somiglino a Lino Ventura e ad Alain Delon non l’ho detto di mia iniziativa!). Il suo stile narrativo è vivido, le descrizioni efficaci (a volte pure troppo) ogni personaggio – e sono tanti – ha una sua voce distinta e inconfondibile, e non solo per personalità e carattere: c’è uso di dialetti, di accenti, di balbettii e intercalari. È un bell’aiuto, per familiarizzare con i protagonisti di questa storia.
E in quanto a loro, sono due quelli che veniamo a conoscere meglio. Uno esistette davvero: Henry Savigny, il medico di bordo, giovane di valori illuministi, che si ritrovò sulla zattera, che si salvò e che tornato in patria scrisse un resoconto che fece scandalo, scatenò sacrosante polemiche e andò a imbarazzare la monarchia fresca di restaurazione. Il resoconto appassionò Géricault, che volle incontrare Savigny e altri due sopravissuti per farsi descrivere meglio ciò che passarono, anche emotivamente, durante quell’esperienza.
Così nacque il famoso dipinto, che bene o male tutti conoscono e che ancora ha così tanta potenza… un’icona dell’arte, con buona pace di quei pittori neoclassici che ai tempi lo criticarono ‘nooo, non si dipinge roba brutta, cadaveri, che schifo! L’arte deve essere piacevole agli occhi, sempre e solo bellezza’.
L’altro protagonista è Victor, ed è invenzione. A lui ci si affeziona, poverino. Un ragazzo benestante, che conduceva una vita agiata ma per lui noiosa, che stanco dello studio, di giornate ripetitive, di un futuro che sembrava già deciso, era scappato di casa sognando il mare e l’avventura, e invece si ritrova in un incubo infernale. Testa piena di sogni romantici, colto ma ingenuo, completamente impreparato crudeltà insita nella natura umana, trovare all’ultimo momento un posto da garzone di cucina sulla Medusa gli era sembrato un colpo di fortuna. Tipo Jack quando vince il biglietto per il Titanic. Imbarcarsi sulle navi per botta di fondoschiena comincia a non sembrarmi una grande idea.
* il libro dice il 18, ma ogni altra fonte che ho controllato dà il 17. Forse l'autore si è preso una licenza poetica per sfruttare un gioco di parole (in tedesco, tradotto in italiano viene perduto)