«Io vivrò» (senza te, per te, con te).
A Parigi Michel e Lydia, due sconosciuti, si incontrano e trascorrono insieme un giorno e una notte.
Sono entrambi devastati da un dolore, entrambi hanno una vita da ricostruire, o forse no; hanno semplicemente una vita da lasciar scorrere nel rimpianto, con vuoti da colmare che non vogliono essere colmati, con assenze che non riescono a non essere presenti, con momenti di caduta nell'oblio che vorrebbero riscattarne per pochi attimi l'abbandono allo scorrere dei minuti, delle ore, dei giorni.
O forse sì.
Forse queste due vite sono destinate ad incontrarsi e a diventare come due «ulivi così attorcigliati l'uno all'altro» da non riuscire a distinguerli, forse sono destinate a salvarsi a vicenda.
Gary in una notte surreale e grottesca - in una Parigi in cui anche vedere uno scimpanzé e un barboncino impegnati a ballare un paso doble e accorgersi che il legame che unisce uno strano personaggio italiano a un cane che si chiama Matto Grosso è in fondo molto simile all'amore, non sembrerà poi così impossibile e folle - ci conduce, in un vorticoso e ininterrotto flusso di pensieri e di parole, attraverso gli stati d'animo di Michel, cinico, ironico, disincantato, «Romantico? In confronto alla merda sì» e in quelli di Lydia, impassibile, dolente, vinta, determinata, cercando di spiegare l'amore che nutre anche quando non c'è più, o meglio quando la vita non c'è più: perché tutto l'amore che è stato non può essere sacrificato ed essere lasciato finire, ma deve trasformarsi per rinascere e continuare a vivere.
Non so se questa storia mi ha più conquistata o spossata, perché è talmente intrisa di dolore da avermi impedito di riconoscerne la bellezza nell'immediato, mascherata così com'è dalle parole graffianti di Gary, dal suo tentativo di camuffare i sentimenti con l'ironia, ma completamente incapace alla fine, per fortuna, di soffocarli.
È una storia che nasce, forse, da un dolore personale - mi viene da chiedermi se la fine del suo matrimonio con Jean Seberg di qualche anno prima c'entri qualcosa con questa storia - e che a posteriori sembra portare in sé il germe che porterà lo stesso Gary, dopo soli tre anni, al suicidio.
Non si muore d'amore, o forse sì, se non si è capaci di rinascere ogni volta per allontanare da noi quella cosa, più velenosa di uno scorpione, capace di corroderci nell'intimo e di consumarci come una candela, quella cosa che i serbi chiamano smrt.
«Presi una sedia e mi sedetti davanti al letto. Le tende erano chiuse, ma c'era abbastanza sole.
- Hai visto, è arrivata. Ti ha portato dei fiori. Come volevi tu. Cercheremo di farti felice. Non sarà facilissimo, ci saranno delle cadute, dei vuoti, delle goffaggini, dei momenti in cui mancheremo d'ispirazione, come in qualunque opera di ampio respiro, ma abbiamo entrambi vissuto molto, e questo scava sempre una tana per due. Sapevi bene che senza di te non avrei potuto vivere, e allora le hai fatto spazio. Non le parlerò più di te, come promesso, perché tu non volevi intralciarla con un'altra, imporle i tuoi gusti, le tue abitudini; volevi che fosse libera da qualsiasi riferimento. Nasconderò tutte le foto e gli oggetti che hai amato, non vivrò di ricordi. Mi basterà vedere le foreste, i campi, i mari, i continenti, il mondo, per amare quel poco che mi resta di te. È successo così in fretta, tutto è già così lontano. Ti ricordi a Valldemosa, quei due ulivi che si tenevano stretti al punto da non poterli distinguere? Ci hanno separati a colpi di scure. Ho male, certo, soprattutto alle braccia e al petto, da dove ti hanno strappata, agli occhi, alle labbra, in ogni punto solcato dalla tua assenza, ma questa impronta profonda e indelebile è diventata un santuario della donna, dove tutto è pronto per accoglierla, per benedirla e darle da amare. Lei è qui, ti guarda per capire chi sono, da dove vengo, di cosa sono fatto. È preoccupata, ci vuole tempo, in un certo senso siamo ancora due estranei, esitiamo, siamo insicuri; abbiamo bisogno di contrasti di litigi, di scontri, di scoprire le nostre stranezze, i difetti, le piccinerie, tutte quelle incompatibilità che ci permetteranno di scolpirci meglio l'uno nell'altro, di costruire il rapporto, di assestarci, di sposare a poco a poco le nostre rispettive forme, e allora l'affetto verrà a colmare la mancanza dell'uno con la mancanza dell'altro…
Nella penombra vedevo una figura che alzava la mano e mi toccava le labbra, come se nel mio respiro ci fosse chissà quale forza capace di trasmettersi, chissà quale debolezza irriducibile.»