Una domenica di aprile, una Vespa, a Milano, negli anni Sessanta: un padre operaio, una madre parrucchiera, un figlio di sei anni e una bimba che non ne ha ancora compiuto uno. Vengono dalla periferia, sembrano presi dall’euforia del benessere che ha trasformato la loro cronaca quotidiana in una vita sbarluscenta. Qualcuno scatta una foto a loro insaputa. Vent’anni dopo, nei giorni in cui la Nazionale di calcio italiana vince i Mondiali di Spagna, una ragazza si trova al capezzale della madre che improvvisamente ha perso la memoria. Il suo compito è di ricordare e narrare il passato, facendosi aiutare da quella foto. Prende così avvio il racconto di una famiglia nell’Italia spensierata del miracolo economico, una nazione che si lascia cullare dalle canzoni di Sanremo, sogna viaggi in autostrada, si entusiasma con i lanci nello spazio dei satelliti americani e sovietici, e crede nel futuro, almeno fino a quando non soffia il vento della contestazione giovanile e all’orizzonte si addensano le prime ombre del terrorismo. Dopo la strage di piazza Fontana finisce un’epoca favolosa e ne comincia un’altra. La città simbolo dello sviluppo industriale si spegne nel buio dell’austerity, si sporca di sangue e di violenza, mostra il male che si annida e lascia un segno sul destino di tutti. Con un romanzo dalla scrittura poetica e struggente, forte nei sentimenti ed evocativo nello stile, Giuseppe Lupo ci racconta il periodo più esaltante e contraddittorio del secolo scorso – gli anni del boom e quelli di piombo – entrando nei sogni, nelle illusioni, nelle inquietudini, nei conflitti di due generazioni a confronto: quella dei padri venuti dalla povertà e quella dei figli nutriti con i biscotti Plasmon.
"Ci sono attimi in cui capita di fissare dentro una foto il nostro passaggio sulla terra e restare immobili per sempre".
Le fotografie sanno raccontare attimi, sensazioni, ricordi e memorie. Basta una fotografia in bianco e nero per riaffiorare alla memoria vecchie immagini. L'immagine in bianco e nero racconta di una famiglia milanese che attraversa gli anni '60 fino ad arrivare agli '80. Una famiglia che ha vissuto i cambiamenti della Milano del miracolo economico, delle canzoni di San Remo, dello sbarco sulla luna sino al trionfo dei Mondiali di Spagna '82. Sono anni difficili, non solo per l'Italia, ma anche per questa famiglia che si aggrappa ai ricordi, alle emozioni cercando di fare luce nella mente di una donna, una madre che ha perso la memoria. Lupo ci racconta anche di uno scontro generazionale: da una parte i padri di ieri e dall'altra i figli di oggi che tentano di farsi strada nel mondo.
La lettura di un libro è sempre una esperienza personale di ricerca, scoperta e conoscenza. Il libro di cui intendo parlare ha per titolo la didascalia che appare sotto l’immagine che correda questo post. In poco più di un centinaio di pagine Giuseppe Lupo, un giovane scrittore che non conoscevo, tra i tanti stimoli ricevuti, mi ha dato la possibilità di aprire diverse “finestre di lettura”, per così dire, facendomi rivisitare non solo il mio recente/lontano passato e quello di tanti della mia generazione, ma anche di leggere quella realtà in maniera davvero straordinaria.
Nella edizione domenicale de “Il Sole 24 Ore” ho visto questa foto a corredo di un suo articolo che parlava del suo libro distribuito dal giornale. Il libro non è nuovo, è uscito qualche anno fa per Marsilio.
Il giornale ha colto l’occasione dell’attualità dei problemi del presente per favorire in maniera opportuna il rilancio del nostro Paese dopo i gravi problemi che ha causato la recente pandemia. La lettura dell’articolo che segue, scritto da Lupo e che riporto in maniera integrale, confermerà in chi legge questa mia impressione. Nell’articolo sopratutto mi ha colpito l’analisi quanto mai approfondita che l’autore fa di questa immagine.
Non vi rivelo il modo che lui usa per far entrare il lettore del libro nella vicenda di quegli anni in cui il racconto prende l’avvio. Vi dirò soltanto che la narrazione sta tutta nella mente di quella bambina tra le braccia di suo madre, dietro suo marito alla guida della Vespa, in una piazza del centro di Milano, agli inizi degli anni sessanta.
Quando avrò ultimato la lettura del libro ci sarà modo di parlarne ancora. Quegli anni per molti anni “ruggenti”, per chi scrive furono tutt’altro. Tanto per cominciare, dirò che la Vespa non l’ho mai avuta e nemmeno una bicicletta. Ecco un’altra delle tante “finestre narrative” che ha aperto nella mia mente di “dinosauro” la lettura di questo libro. Per ora leggete quello che scrive Giuseppe Lupo. Lui nasce nel 1963 mentre io ero a lavorare in un manicomio inglese mentre in Italia sembrava esserci quello che lui chiama “incanto”. Ben altre immagini appaiono nella mia mente. Ma Lupo è davvero bravo a “leggere”quella realtà e in particolare far rivivere questa ed altre immagini con il suo racconto.
“Quando la fotografia di copertina di un libro prende vita: il nipote di una coppia scelta per simboleggiare la Milano degli anni del boom economico ha contattato l’autore che ci racconta la storia. Un paio di settimane fa ricevo un messaggio da un contatto sconosciuto. Mi parla della fotografia finita sulla copertina di un mio libro, Gli anni del nostro incanto: marito, moglie e figli a bordo di una vespa, una famiglia in bianco e nero nella Milano degli anni Sessanta, città simbolo del benessere economico, con le guglie del Duomo in lontananza e Piazza Fontana sullo sfondo, non ancora diventata tristemente famosa. La voce mi dice che sono i suoi nonni, suo padre è il bimbo in piedi tra le gambe del capofamiglia, all’epoca ha quattro anni e l’altro, quello tra le braccia della donna seduta dietro, è lo zio, di appena sette mesi. Io resto sorpreso: sarà vero? La foto l’avevo trovata per caso sul Corriere della Sera e mi aveva subito colpito: da dove veniva e dove stava andando quella vespa nella centralissima Via Larga? Senza dubbio già solo il colpo d’occhio attribuiva fascino allo scatto: la gradazione dei colori grigi, i palazzi, l’incrocio di destini che nasceva dalle quattro figure al centro della scena, perfettamente simmetriche nel confronto generazionale tra adulti e bambini. Non conoscevo nulla di loro, ma certo essi riassumevano l’Italia di Carosello, dei frigoriferi, dei televisori, delle automobili Fiat. A guardarla bene, però, la foto dichiarava altri elementi della loro ipotetica storia. Per esempio, mi incuriosiva il cellophane sul sellino, un particolare oggi insignificante, ma che all’epoca poteva essere indizio di una condizione economica: quella famiglia, mi dicevo, avrà affrontato tali e tanti sacrifici da voler preservare il veicolo dall’usura, in quell’Italia gli oggetti dovevano durare nel tempo. C’era un altro aspetto ad attrarmi: il piede mancino del capofamiglia mi suggeriva una persona audace, baldanzosa. Io ci trovavo una rassomiglianza con il gomito fuori dal finestrino che esibiva il personaggio interpretato da Vittorio Gassman nel film Il sorpasso: era una spavalderia. Da quel piede venne l’dea che egli fosse figlio di un calzolaio meridionale e che in virtù del suo carattere renitente alle regole fosse approdato nella capitale morale del Paese per una sorta di ribellione alla immobile civiltà dei padri. Più stavo a guardare, più il mio ragionare sulla foto assumeva le forme di un’indagine dentro la sostanza di una stagione democraticamente felice, gli anni del boom, di cui la famiglia era una specie di icona. Che mestiere, mi domandavo, poteva esercitare un emigrato a Milano dalla Bassitalia? All’epoca si chiamava così. In base alle statistiche gli avrei potuto ritagliare un impiego da operaio in una fabbrica alla periferia di Lambrate. Ma la foto mi svelava ancora altro di inedito. La distanza tra ginocchio e caviglia della donna, in confronto a quella del marito, dichiarava l’appartenenza geografica: lei era più alta dell’uomo che aveva sposato, la sua origine era di sicuro in Piemonte o in Lombardia o in Veneto. Mi occorreva interrogare di nuovo le statistiche: nulla di più facile che un meridionale, com’era nella maggior parte dei matrimoni misti celebrati in quegli anni, prendesse in moglie una veneta. Ed è così che per loro due ho immaginato un incontro casuale in una balera lungo il Naviglio, mentre un’orchestrina attaccava Laggiù nell’Arizona. Restava un ultimo enigma da risolvere per dare corpo e anima alla donna che sedeva con composta eleganza sulla vespa. Non era certo la velocità e nemmeno il vento a muovere alcune ciocche di capelli. Forse, congetturavo tra me, il mattino in cui fu scattata la foto poteva essere domenica, indossano abiti piuttosto eleganti, nel portapacchi della vespa c’è finanche un mazzo di fiori, dunque stanno andando a festeggiare un anniversario. Un ultimo sguardo alla foto: capelli, abiti, fiori. Solo una parrucchiera sceglie un’acconciatura ambiziosa come il toupet, purtroppo si pettina in fretta, visto il ritardo, perciò i capelli sfuggono alle forcine. Eccoli qua, Luigi detto Louis e Regina, la coppia dell’Italia industriale, avviarsi insieme verso un futuro di luci, in quella vita milanese che un aggettivo del dialetto lombardo mi spingeva a definire sbarluscenta. Così dunque è stato l’avvio di una storia finta ricavata da un’immagine vera. Naturalmente mentirei se dicessi che dal giorno in cui il libro ha cominciato a circolare nelle librerie, nell’autunno del 2017, io non abbia sperato di incontrare i miei personaggi in carne e ossa. Ogni volta, durante le presentazioni, sbirciavo tra i presenti: non è che all’improvviso spunta fuori qualcuno di loro? Poi mi arriva il messaggio dal contatto sconosciuto. Ci siamo trovati finalmente, mi sono detto, e il primo pensiero è stato di chiedere conferma: da dove venivano i nonni quel giorno, dove andavano, dove abitavano, in cosa differiva la loro storia reale da quella ipotizzata da me. In qualcosa mi ero sbagliato, in altri aspetti no. L’invenzione narrativa veniva sospinta verso la radice più autentica, che è l’esistenza concreta delle quattro persone diventate per causa mia personaggi di un libro, ciascuna con la propria sostanza interiore, ciascuna con un suo destino da percorrere fino all’ultimo capitolo. Il romanzo, che era nato dalla concretezza di una foto per capovolgersi in una trama di verosomiglianze, invertiva adesso la sua rotta per tornare alla natura originaria, che è la vita e di cui la foto rappresenta soltanto un emblema. Credo avesse ragione William Faulkner quando affermava che tutto comincia “con un personaggio e, una volta che si alza in piedi e inizia a muoversi, non resta altro da fare che andargli dietro con carta e penna, cercando di tenere il suo passo per annotare quel che dice e che fa”. È stato esattamente questo il mio esercizio. Inseguendo la vespa con carta e penna, ho cucito una storia sulle spalle di chi ci stava a bordo." (Giuseppe Lupo - Il Sole 24 Ore) --- A lettura conclusa del libro devo ammettere che sono rimasto un pò deluso. Mi aspettavo di più e anche una narrazione del tempo vissuto diversa. La colpa credo sia soltanto mia. Sono stato sviato dalla presentazione del libro tutta centrata su quella fotografia ...
Partiamo dal termine principale contenuto in questo libro, ossia "sbarluscenta". Si tratta di un aggettivo appartenente al dialetto lombardo derivante da "sbarlus", cioè lampi e fulmini. Ed è proprio in questa parola che sono nascosti il significato e l'evoluzione del romanzo. Si tratta, infatti, di una storia d'amore, di vita e di morte, di sbarluscenza e di oscurità che giunge come un fulmine a ciel sereno, di separazioni e di mancanze, di speranza, di attesa e di paura, di gioia e di solitudine. Un'epopea familiare vera, concreta e priva di fronzoli, in cui ognuno di noi può riconoscersi o immedesimarsi e il cui tema principale è l'importanza dei ricordi e della memoria.
Grazie alle sue descrizioni dettagliate, l'autore mi ha fatto immergere completamente in un importante spaccato di Storia italiana che non ho vissuto, ma che ho avuto modo di approfondire in maniera leggera e delicata. Nonostante ciò ho trovato la trama abbastanza debole e poco coinvolgente almeno fino alla sua metà, per poi ingranare grazie ad alcuni drammatici colpi di scena che cambieranno completamente il ritmo e l'atmosfera emotiva della narrazione.
«Nessuno poteva immaginare che quella strada, su cui la Vespa avanzava libera e gradassa, sarebbe entrata nel nostro destino familiare e certo non per i semafori, non per i cartelloni pubblicitari, non per le guglie del Duomo dietro i tetti, ma per quella strana materia che sono i ricordi: niente più che un bosco di ombre, dove torniamo ogni tanto per veder scorrere il film della nostra vita»
un libro acquistato per caso, vedendo l'immagine e leggendo la quarta di copertina, una bella scoperta. nostalgico, commovente, a tratti triste per le sensazioni che dona, attraverso il racconto di una famiglia mostra la vita degli anni dal boom economico sino alla finale del 1982. una fotografia vera e propria, come quella in copertina.
Mentre l’Italia sta giocando col Brasile ai mondiali dell’82, Vittoria e’ in un ospedale milanese ad accudire la madre che ha perso la memoria. La memoria… l’esercizio di ricordare fa più bene a Vittoria che alla madre esanime, ed allora ecco “tutto il calcio minuto per minuto”, lo stock 74, Calimero… dov’è finita la vita “sbarluscenta” degli anni ‘60, e le vacanze in cinquecento col portapacchi stracarico, le tovaglie a quadretti, i neon nella nebbia di Milano? Perché “ricordare non è un esercizio difficile. È il più naturale dei nostri bisogni. E’ ‘come respirare, camminare, vivere”.
L’insostenibile leggerezza degli anni Sessanta. L’Italia di Sanremo, dei mondiali di calcio, dei giri in vespa, dei televisori, delle cucine Salvarani. E poi quella delle bombe, della strage di piazza Fontana, di Aldo Moro, anni di piombo. Forse la struttura narrativa non è delle migliori, ma vale la pena leggerlo.
Personaggi finti e lacrimevoli (campagnoli immigrati che vogliono parlare come poeti e si interessano di satelliti), zero approfondimento e storia a tratti surreale (soprattutto per quanto riguarda il personaggio di Indiano), scrittura affettata. Carine le citazioni musicali, ma la metà sarebbero bastate.