È appena nato un bambino: padre e madre sono in ospedale, trasognati e felici, quando ricevono la visita del nonno che chiede loro di dare al piccolo il proprio nome, Gregorio. Lo stesso nome dell'avo che è stato consigliere alla corte dello zar Pietro il Grande: una vita come una leggenda, un'ascendenza importante. La disputa sul nome del neonato cela e rivela il confronto e lo scontro tra padre e figlio, tra predestinazione e scelte individuali, un conflitto a lungo covato che non può riconciliarsi né grazie al nuovo arrivo in famiglia né in nome di un dialogo che forse non c'è mai stato. E Gregorio, nel compiere la sua scelta estrema di legarsi alla domestica-badante Alexandra, forse tenta in extremis di riconnettersi a un'origine fantasticata in cui ha finito per credere. Enrico Palandri racconta la borghesia imprenditoriale veneta, il fascino di un Est vero o inventato, il bisogno che tutti abbiamo di riconoscere o reinventare le nostre radici, non fosse che per rinnegarle o trapiantarle in terra nuova.
Romanzo con trama scarna e molto frammentata da annotazioni storiche e dissertazioni filosofico-psicologiche, talora interessanti ma più spesso dominate da soverchia aleatorietà, con apice nella frase: “tutto è vero, e anche il contrario è vero”. Così leggiamo - per dire solo di questo - che il narratore ha un antenato illustre, la cui eco ritorna a ogni pie' sospinto, fino a diventare decisamente fastidiosa... ma poi forse no, l'antenato non c'è mai stato e “l'inventore di se stesso” - quello del titolo - un giorno se l'è inventato dentro la sua storia... Dopo tanta aleatorietà, a fine lettura una sola certezza: questo romanzo di Enrico Palandri, scrittore che più volte ho apprezzato, non mi è piaciuto.
Insomma, sembrava partito bene, ma poi si è perso strada facendo. Trama un pochino scarna con salti qua e là, nel tempo e nello spazio. Fatica a proseguire e poco coinvolgente, con finale così è così.
Da http://www.mangialibri.com/libri/l%E2... Al termine de L’inventore di se stesso, l’ultima fatica narrativa del professore e scrittore Enrico Palandri, c’è un concetto che torna spesso alla mente del lettore: “le famiglie sono tutte insopportabili”. Introdotto nel primo capitolo attraverso il personaggio di Sylvia, questo mantra si ripete con frequenza per tutto il romanzo e chiarisce, al pari dell’eloquente grafica di copertina, il ruolo protagonista che in esso giocano i legami famigliari. Palandri lascia che sia la voce del primogenito di Sylvia e Gregorio a condurci nella storia, raccontando prima l’incontro tra i genitori e poi la propria esperienza di figlio, fratello, marito e padre. Ripercorrendo i passi di Gregorio e degli antenati Licudis prima di lui, il narratore vorrebbe arrivare al fondo di un interrogativo che riguarda non solo le origini del padre e della sua famiglia, ma soprattutto la definizione della propria identità. Quanto pesano le nostre origini e le nostre scelte nel definire chi siamo? Dalla campagna veneta a San Pietroburgo passando per Venezia, nemmeno la conclusione del romanzo sembra voler dare una risposta univoca a tale domanda. Pare però che Sylvia abbia ragione, le famiglie sono davvero insopportabili, perché ci costringono a fare i conti con noi stessi, a porci domande scomode, a metterci in discussione continuamente. Forse L’inventore di se stesso non è uno dei libri più riusciti sull’argomento, in quanto non brilla per potenza narrativa e spessore dei personaggi, ma rappresenta comunque una lettura a suo modo diversa, insieme istigatrice e pacificatrice di sentimenti.