Non sappiamo perché e come l’Homo sapiens abbia sviluppato la capacità di costruire storie. Possiamo però ipotizzare come presumibilmente siano andate le cose. Cioè come un ominide abbia sviluppato la facoltà di narrare storie e come queste lo abbiano avvantaggiato tra tutte le specie. Si tratta dunque di studiare la narrazione, la fiction e la letteratura nel contesto della teoria dell’evoluzione e delle scienze cognitive, prendendo le mosse dalle recenti acquisizioni dell’archeologia cognitiva che mettono in relazione la produzione di utensili e lo sviluppo di capacità narrative. Si comprende così che la narrazione ha un ruolo decisivo nella costituzione del Sé e delle sue protesi esterne, come da tempo sostengono i teorici della mente estesa e della cognizione incarnata. Questo studio si inserisce nel quadro più ampio di una teoria biopoetica della narrazione e di un’antropologia filosofica che non trascura il bios rispetto allo spirito. Per questo, categorie fondamentali come la compensazione e l’esonero possono essere rilette in chiave evoluzionistica e fornire alcune spiegazioni del comportamento narrativo dell’Homo sapiens: il riequilibrio dei suoi deficit funzionali ed esistenziali e il contenimento dell’ansia.
Non lasciatevi fuorviare dal pessimo titolo, non è affatto una lettura leggera. Una vasta carrellata sulla “biopoetica”, un campo di studi giovane ma già immenso che attraversa i settori più disparati delle scienze umane e biologiche (evoluzionismo e neurobiologia). Una lettura densa a cui tutti gli amanti, gli studiosi e i praticanti della letteratura dovrebbero sottoporsi per ampliare gli orizzonti di un'idea di narrativa mutuata dalla tradizione italiana che spesso non va oltre uno stanco aggiornamento dello storicismo per gli addetti ai lavori, o un'idea superficiale di fiction per i lettori. Sebbene la cura del testo sia eccellente, il volume si sarebbe avvantaggiato dello sfoltimento di una bibliografia a volte davvero soverchiante, di una sovrabbondanza quasi barocca tale da ostacolare invece che facilitare il prosieguo degli studi, e della semplificazione di alcune parti troppo prolisse e un po' farraginose.
Un viaggio meraviglioso all'interno del legame indissolubile tra scienza ed arte e, più nello specifico, tra biologia e letteratura.
Attraverso un linguaggio che, per quanto tecnico, risulta scorrevole, l'autore passa in rassegna varie teorie (che originano dalle neuroscienze, dalla psicologia e dall'antropologia) per stabilire in maniera solida la relazione tra sviluppo cognitivo e abilità narrativa (nelle sue varie forme).
Nell'ultima parte del saggio, intitolata 'Antropologia dell'ansia', viene spiegato come "la narrazione (e la letteratura) ci aiuta a selezionare routine cognitive che sospendono il peso dell'assoluto, sia che esso si presenti nella forma della realtà fattuale [...], sia che esso derivi dalla consapevolezza della morte o, più semplicemente, dal continuo stress psichico che l'adattamento a un mondo complesso e minaccioso comporta." Così, "le storie ci aiutano a vivere".
Mi ha richiesto una quantità scandalosa di tempo: in parte è colpa mia, lo ammetto, ma in parte anche della prosa che in certi passaggi sembra volutamente letterarieggiante e nel complesso risulta più bella che chiara. Quello che più mi ha irritato è una generale mancanza di chiarezza e la tendenza a concentrarsi più sulla storiografia, sul susseguirsi delle teorie, delle scuole, dei nomi e delle idee vicendevolmente mutuate e a volte non facilmente distinguibili, piuttosto che sul contenuto vero e proprio. Dietro alla stesura di questo testo c'è un lavoro enorme che traspare continuamente dalla ricchezza delle fonti, e tuttavia qualche volta questa enormità di informazioni viene solo accennata, e risulta difficile individuarla nel caos bibliografico. Decisamente un libro per addetti ai lavori.