Nessuno può né
deve sentirsi al di là del bene e del male, tanto meno noi
che abbiamo la responsabilità della parola scritta.
A volte ci si imbatte nella lettura di testi che, nella loro semplicità, incastonati però nel compendio di opere letterarie di chi le ha scritte, attuano processi catartici in cui in gioco c’è la propria sopravvivenza. Sembra un eufemismo, un’esagerazione, ma ad ogni istinto o forma naturale ci sono delle risposte, degli stimoli, degli impulsi. E seppur sulle prime non se ne è pienamente consapevoli, non mi sarebbe capitato un'altra volta di << incontrare >> un uomo che ammise come il suo bisogno di scrivere derivasse e fosse legato ad un impero unidimensionale, replicando come la negazione di alcuni valori che hanno umanizzato la vita di molti, soprattutto la sua, recluse forme di fraternità, uguaglianza, solidarietà o senso di giustizia, come quel sacro motto del 700 associato in particolare all’epoca della Rivoluzione francese. Scrivendo sarebbe stato possibile attuare quella barriera da cui avrebbe potuto barricarsi, proteggersi da qualunque impostore, alla frode di modelli sociali in cui non si credette alla globalizzazione attraverso cui si è più uniti quanto riconoscersi, intendersi e capirsi.
Da letterato ma anche da uomo, apolide e paziente, Luis Sepulveda nel riporre questi testi dovette attendere che il governo post dittatura gli concedesse la cittadinanza, prevalesse sul suo forte senso di giustizia, innescato già quando era ragazzo. La posta era parecchio alta. In gioco c’era il Cile, il suo paese natio, il cui destino era legato inesorabilmente dal futuro di molti, strettamente connesso alla comprensione e al superamento del passato. Attanagliato da feroci decreti, soprattutto quelli imposti nel 1973 e nel 1989 che rimossero la memoria mediante la forzata imposizione dell’amnesia come ragione di stato. Nemmeno i tiranni avrebbero potuto gestire un certo tipo di libertà se non fossero state aperte vecchie ferite. Ma gli uomini, l’essere umano in generale, doveva essere considerato al di fuori di tali leggi e la dignità superiore alle norme che il dolore, così supremo, impedì di prostrarsi come un bluff degli altri. Quelli che non ebbero voci e rivendicarono i loro diritti confidarono nella giustizia, affermando così una certa democrazia fondata su valori coraggiosamente civici e civili.
Ma lo smantellamento di tutti i diritti e di tutte le conquiste sindacali, l’abolizione dei contratti di lavoro, l’abbandono al libero mercato e alle responsabilità etiche dello stato generano nella storia del Cile fratture sociali che se non fossero state sanate in tempo avrebbero generato conseguenze imprevedibili.
Se le parole sono state utilizzate e usate in questo modo, a mio avviso egregiamente, siano giunte alle orecchie di chi legge esplicando una certa libertà, una certa onestà, comprese e spogliate del loro reale valore e dalla loro onestà, è perchè fecero ordine a quelle denunce di un popolo prostrato dal dolore affinché potessero scoprire le angosce stilistiche degli investitori in grave pericolo che incombettero sui loro guadagni. La parola in questo modo assume una certa serenità mediante ragione, il diritto di unire alla parola << umano >> un assioma di diritti inalienabili per tutti ma senza esclusioni quanto compresi e incriminati in forme di dittatura nemica.
Ispirato da diversi artisti fra cui Neruda, in Storie ribelli l’autore si affida all’idea che l’arte avrebbe dovuto superare i rancori di cui il rispetto è la linfa vitale di ogni cosa, dimostrazione solidale, moto di mancato rispetto e dimostrazione di disprezzo verso cui continua a subire una certa ingiustizia. Il modello imposto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa gli inculcò l’idea che ogni cosa dovesse cambiare affinché potesse essere ristabilita la pace, una certa normalità democratica. Poichè il Cile si nutriva ancora di moti violenti di rabbia, di terrore, odio da chi credeva fosse possibile vivere in un paese sterminato dalla guerra, dalla tortura mantenendo vivo il ricordo di chi combatte e perse la vita affinchè la dittatura finisse, obbligando i cittadini a una vita indegna, tremenda ma pacifica. Un cileno, in qualunque luogo si trovasse, gli bastò guardare verso sud pur di sentire sulla faccia l’aria australe che nella sua memoria profuma di solidarietà, fratellanza purchè un futuro migliore possa nascere.
Giungendo in un luogo in cui vi ero stata qualche giorno prima, il Cile fu quella terra parlante che raccontò come gruppi di GAP furono torturati, mutilati, assassinati da un orgia di sangue che militarmente schiacciarono ogni cosa, torturando anime dannate che lentamente si apprestano ad entrare ed usicre dalla lotteria della vita, condannandoli all’esilio e praticando il terrorismo internazionale al di fuori del paese. Restando in vita non solo nella mente di chi scrive ma anche di chi legge, perché aggrappati allo spettro della memoria, purchè la democrazia non si confonde con la passività sociale.
Aggrappata a questi pezzi di vita che si sono congelati come piccole diapositive nel nulla, così pericolose, sovversive, irriverenti, costellato da uomini e donne consapevoli della loro gioventù, della loro giustizia, confidai nella speranza che questo forte desiderio di creare una fonte inesauribile di conoscenza in cui serbare, conservare le parole, difenderle da qualunque ragione o ideologia di Bene e Male, avanzassero a piccoli passi in fallimenti in fallimenti di conquista in conquista. Scovando un ordine, occupando un posto speciale nel mezzo della comunicazione.
Perchè scrivendo, soprattutto questi racconti, sarebbe stato possibile rifugiarsi, tornare in luoghi in cui avrebbe rievocato l’immagine di volti che non si vedevano da un sacco di tempo o che non si sarebbero più visti, perchè sono così i viaggi felici nei ricordi. Cronache di viaggio compiuto da amici, conoscenti che riportano la testimonianza, l’avidità di vincitori e vinti e i loro inesorabili cambiamenti dell’economia e il mancato desiderio di trasformare questo romanzo in una terra scomparsa. Ritraendo invece una terra, quella del sud, che è forza e memoria, a cui ci si aggrappa con amore e rabbia. Redigendo in un muro di brutture e sangue ancora fresco, storie militanti che redigono e raccontano la storia, quella con la s maiuscola, proiettata in un mondo in cui i personaggi si combinano in un odissea del Cile giovane e coraggioso. In un continuo processo di ritorno alla memoria, che si fa pagina dopo pagina sempre più viva e divinamente vitale, qualcosa in cui si predica la necessità dell’oblio come condizione transitoria alla democrazia.
Forse ognuno di questi personaggi, persino i più forti, furono vittime che svolsero un ruolo principale, soggiogati dalla banalità, dalla visione unilaterale di una frazione che aggiunge come postilla dei danni collaterali. Ma come per incanto le vittime si trasformano in qualcosa di indecifrabile, il dolore minimizzato e boicottato da ogni responsabilità.
Sepulveda condivise la piena definizione che uno scontro globale e i diritti umani fossero espediente migliore la cui struttura diventasse resistenza a quei diritti sacri e inalienabili che non possono essere manovrati. La libertà esiste al di là del dolore e affannandosi contro l’incertezza pur di ottenere un certo spazio fisico che renda reale l’idea di una patria, un focolare latinoamericano, avrebbero potuto rovesciare ogni cosa, ogni governo stabilire i limiti del mercato, depositando un certo senso di giustizia di coloro che hanno sofferto inconsapevoli delle loro radici.
Inondata da una sferzata di violenza, rabbia e dolore, il linguaggio che è stato adoperato per indagare una storia così infame come questa, un'ininterrotta contraffazione delle pagine più nere della storia del Cile in cui il ruolo di protagonista è riservato ai capisquadra delle forze armate cilene, che malgrado le torture e l’esilio, tennero in vita la fiamma della legittima resistenza, del dover opporsi con tutti i mezzi, comprese le armi, garantirono un modello economico basato sull’essenziale al pericolo della pena. Concedettero un pò di libertà a me che lessi, allo scrittore che scrisse, alla gente che visse tutto questo, suddividendo il paese immediatamente in piccoli agglomerati di sopravvivenza che, nel tempo, garantirono quel sogno tanto agognato quanto sperato da tutti: essere liberi di vivere.
Abbiamo imparato a vivere con quelli di cui sentiamo la
mancanza, perché sono parte di noi, perché sappiamo come
mai ci mancano, e perché la loro assenza la colmiamo di
orgoglio.