Luca Doninelli intreccia quattro storie ambientate nella Milano contemporanea, legate dal bisogno dei protagonisti di scoprire la propria identità, oltre l’immagine che gli altri (o essi stessi) hanno costruito loro attorno. Una ragazza scontenta della sua normalità comincia a immaginare di essere stata un ragazzo poi diventato una ragazza. Una giovane donna lesbica, che rimane turbata e incuriosita da un uomo che si è innamorato di lei, ha una storia di sesso con lui, poi lo abbandona ma non riesce a dimenticare il suo sguardo. Una ragazzina di dodici anni, che non conosce la vera storia della sua famiglia, incontra un’anziana signora cieca, che invece la conosce bene ma decide di non rivelargliela, suggerendo solo qualche indizio per poterla ricostruire. Un intellettuale in odore di Premio Nobel dopo trent’anni di lontananza va a cercare il suo vecchissimo maestro, un personaggio leggendario che, a differenza di lui, aveva deciso di tagliare tutti i ponti con il mondo. L’incontro avrà esiti imprevedibili. “Vorrei essere stata un ragazzo, disse. Un ragazzo che poi ha cambiato sesso. Un ragazzo che prima era un ragazzo e si comportava come un ragazzo e poi, ma solo poi, ha cominciato a sentire di essere anche una ragazza, soprattutto una ragazza, fino a quando ha capito di essere soltanto una ragazza.”
“La conoscenza di sé”, parziale e mutevole per chiunque, nei personaggi dall'orientamento sessuale incerto di questi racconti di Doninelli è più lacunosa che mai. L'autore vorrebbe forse approfondire, ma lo fa con elucubrazioni, nelle sue storie contorte, che risultano sterili e fastidiose. (In passato l'avevo letto con piacere, Doninelli - La revoca, La nuova era -, apprezzandone anche la chiarezza espositiva: a distanza l'ho ritrovato irriconoscibile per astrusità.)
Mi aspettavo altro sinceramente, eppure quello che ho trovato in questo libro mica mi è dispiaciuto. Quattro storie che parlano di ricerca del senso di sè e quindi anche del senso della realtà. Scrittura limpida e spesso piena di spunti prudentemente intelligenti costituisce tuttavia una narrazione, anzi, un intreccio narrativo per me deludente e piatto dove personaggi tutti benestanti rincorrono in cerchio il modo per costruirsi un posto nel mondo senza sapere bene cosa sia il mondo stesso. Dei monoliti che si muovono in una Milano altrettanto ferma, quasi in posa, da copertina.