Vuoto assoluto di Stanislaw Lem è una raccolta di recensioni di libri inesistenti, scritti da autori immaginari, su tematiche che spaziano dalla fantascienza alla filosofia. Chi ha letto Solaris conoscerà già la predisposizione di Lem a descrivere minuziosamente una moltitudine di libri immaginari, scritti da autori fittizi, in quel caso studiosi di una branca multidisciplinare della scienza, la solaristica, totalmente inventata. Pur essendo inconsueta, la fantasia di Lem non è del tutto originale, ispirandosi fortemente alle illustri finzioni borgesiane, prime tra tutte quelle del Chisciotte di Pierre Menard, dell'opera di Herbert Quain, della biblioteca di Babele e della ricerca di Almotasim. Il tema dell'apocrifo, in effetti, accomuna questi due scrittori, così diversi eppure così affini.
Come a voler potenziare già dall'inizio questo gioco di specchi metanarrativo, Lem apre la sua pseudo-antologia con la recensione della propria raccolta (ovviamente, come tutte le altre recensioni presenti nell'opera, redatta da un critico immaginario), una sorta di “recensione alle pseudo-recensioni” che è sintomo di una inesauribile ironia, che non risparmia nemmeno se stesso.
Col procedere delle recensioni, poi, il livello di complessità critica ed il grado di astrazione aumentano notevolmente, ed alle opere più narrative, come ad esempio Les Robinsonades di Marcel Coscat (che narra le peripezie di un novello Robinson, un naufrago che si inventa una serie di compagni di sventura che assumono via via identità e comportamenti autonomi dalla mente che li ha creati), Gigamesh di Patrick Hannahan (riscrittura del mito di Gilgamesh, trasposto in epoca moderna, allo stesso modo con cui Joyce fece con l'Odissea nel suo Ulisse, avente per protagonista un soldato statunitense condannato per omicidio da un tribunale militare), Sexeplosion di Simon Merrill (il racconto del crollo demografico e del tramonto della civiltà umana in un futuro prossimo, attraverso la descrizione della parabola del ruolo sociale del sesso, dapprima diventata pratica sfrenata, poi moda commerciale, poi culto fideistico, poi ancora obbligo morale e infine esercizio inutile, superfluo e privo di qualsivoglia piacere, a causa della diffusione globale di una sostanza chimica chiamata NOSEX), Gruppenfuhrer Louis XVI di Alfred Zellermann (la storia della creazione di una anacronistica e grottesca corte seicentesca di esuli nazisti in Sudamerica), Being Inc. di Allstar Waynewright (sulla descrizione di un mondo dominato da società private che offrono servizi esistenziali a pagamento), seguono quelle più filosofiche e speculative, come ad esempio la descrizione del kit ludico nominato Do yourself a book (che permette di creare, a partire da strisce di carta contenenti frasi di opere i cui diritti d'autore sono scaduti, una serie potenzialmente illimitata di nuovi libri), La cultura come errore di Wilhelm Klopper, De impossibilitate vitae – De impossibilitate prognoscendi di Cezar Kouska, Non serviam di Arthur Dobb, fino a giungere a La nuova cosmogonia di Alfred Testa (una prolusione fittizia tenuta da uno studioso in occasione della cerimonia di conferimento del suo Premio Nobel, che delinea una visione rivoluzionaria dell'universo, l'idea del Cosmo come Gioco).
In tutte le finte recensioni di questa pseudo-antologia, Lem dimostra la sottile ironia, la vastissima erudizione e lo straordinario eclettismo che hanno contraddistinto la sua intera opera letteraria. Come suggerisce il suo titolo, sembra che il lettore si ritrovi trascinato in un gorgo, attratto da oggetti che in realtà non esistono, e che costruiscono un gioco di specchi dietro cui si cela il nulla, il vuoto assoluto. E forse, dal momento che la letteratura è menzogna, l'unico modo per dire la verità e per essere autentici è raccontare (quindi mentire su) questo nulla, questo vuoto: “Chi mente a proposito di niente, cessa immediatamente di essere un mentitore” (pagina 77).
L'opera di Lem, che potrebbe essere percepita come un gioco intellettuale freddo e inquietante, un algido e disorientante esercizio di stile fine a se stesso, in realtà rivela le più complesse visioni della letteratura e del mondo secondo l'autore polacco, e nasconde, seminate qua e là nel testo, piccole frecciatine agli scrittori pieni di sé, che si credono attori principali dell'universo culturale, ma anche e soprattutto ai critici letterari che, con atteggiamento spesso compiaciuto, supponente o altezzoso, dall'alto della loro presunta superiorità solipsistica analizzano e scompongono minuziosamente le opere che vogliono demolire o incensare a seconda dei casi, cercando il proverbiale pelo nell'uovo e dimenticandosi di quello che nell'opera è più lampante e immediato, il suo significato più autentico (si veda, ad esempio, l'analisi estremamente minuziosa del critico che recensisce Gigamesh, anche con osservazioni che paiono forzate, piegate al proprio ragionamento).
A partire dal 1968 (un anno cruciale nella produzione letteraria di Lem: viene pubblicato infatti quello che da molti è ritenuto il suo capolavoro, La voce del padrone, un romanzo dove per la prima volta l'autore polacco fa prevalere nella propria scrittura il momento riflessivo, filosofico e speculativo su quello narrativo), Lem raggiunge la fama internazionale e non deve più scrivere per necessità: la qualità, ma anche la complessità, delle sue opere successive aumenta notevolmente. Ai romanzi di fantascienza più canonica e classica (genere che tuttavia Lem non abbandonò mai completamente) fanno posto scritti non convenzionali, ibridi, che si avvicinano maggiormente alla speculazione filosofica pura, dove la riflessione intellettuale prevale sulla fabula. Nel 1971 è la volta di Vuoto assoluto, un'antologia di pseudo-recensioni spiazzante per critica e pubblico, che sarà soltanto la prima opera di una serie di lavori altrettanto originali, il cosiddetto “ciclo degli apocrifi”: recensioni di libri mai scritti, discorsi di premi Nobel inventati, conferenze e dissertazioni di autori inesistenti. In queste opere, Lem dimostra un'elevata padronanza nel campo della “doppia finzione” (la finzione di una finzione), una spontanea tendenza al pensiero astratto e una capacità notevole nella sperimentazione di nuove forme letterarie, fuori dagli schemi consueti.
Vuoto assoluto è dunque solo l'inizio di un'impresa ambiziosa, un ciclo di opere che crea un intero pseudo-mondo dietro la moltitudine di libri fittizi, autori immaginari, critici inesistenti, citazioni inventate e falsi riferimenti bibliografici. Un mondo di fantasia, certo, ma un mondo che assomiglia in maniera inquietante e spiazzante al mondo vero, una realtà parallela alla nostra, che anzi arriva a sovrapporsi ad essa. Con questi espedienti metanarrativi, Lem trova l'occasione per enunciare delle visioni filosofiche semiserie, contaminate in egual misura da bizzarre citazioni patafisiche e rigorosi studi scientifici, creando al contempo una raffinata parodia del mondo dell'editoria, della letteratura e della cultura. Dalle teorie dei giochi, della probabilità e del Caso al grado zero della scrittura, dalle predizioni alle cosmogonie, la scrittura minuziosa e dettagliata di Lem trascina il lettore dentro un vortice entropico e sconfinato, un gioco raffinato e potente nel tradurre in parole le idee e nel dare una forma altamente realistica a tutti i vivaci capricci di un intelletto straordinario, di un genio inimitabile. Chiaramente, questo è un libro per lettori esigenti e preparati, per chi crede che “Un libro può arredare la testa del lettore solo se al suo interno c'è già qualche mobile” (pagina 77).