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Come cavalli che dormono in piedi

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Nell’agosto del 1914, più di centomila trentini e giuliani vanno a combattere per l’Impero austroungarico, di cui sono ancora sudditi. Muovono verso il fronte russo quando ancora ci si illude che “prima che le foglie cadano” il conflitto sarà finito. Invece non finisce. E quando come un’epidemia si propaga in tutta Europa, il fronte orientale scivola nell’oblio, schiacciato dall’epopea di Verdun e del Piave. Ma soprattutto sembra essere cassato, censurato dal presente e dal centenario della guerra mondiale, come se a quel fronte e a quei soldati fosse negato lo spessore monumentale della memoria. Paolo Rumiz comincia da lì, da quella rimozione e da un nonno in montura austroungarica. E da lì continua in forma di viaggio verso la Galizia, la terra di Bruno Schulz e Joseph Roth, mitica frontiera dell’Impero austroungarico, oggi compresa fra Polonia e Ucraina. Alla celebrazione Rumiz contrappone l’evocazione di quelle figure ancestrali, in un’omerica discesa nell’Ade, con un rito che consuma libagioni e accende di piccole luci prati e foreste, e attende risposta e respira pietà – la compassione che lega finalmente in una sola voce il silenzio di Redipuglia ai bisbigli dei cimiteri galiziani coperti di mirtilli. L’Europa è lì, sembra suggerire l’autore, in quella riconciliazione con i morti che sono i veri vivi, gli unici depositari di senso di un’unione che già allora poteva nascere e oggi forse non è ancora cominciata.

261 pages, Paperback

First published November 26, 2014

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About the author

Paolo Rumiz

70 books157 followers
Paolo Rumiz è un giornalista e scrittore italiano.
Inviato speciale del "Piccolo di Trieste" e in seguito editorialista di "la Repubblica", segue dal 1986 gli eventi dell'area balcanica e danubiana; durante la dissoluzione della Jugoslavia segue in prima linea il conflitto prima in Croazia e successivamente in Bosnia ed Erzegovina.
Nel novembre 2001 è stato inviato ad Islamabad e successivamente a Kabul, per documentare l'attacco statunitense all'Afghanistan.

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Profile Image for Gauss74.
467 reviews94 followers
June 30, 2022
Tre anni fa scrivevo questo. Sono stato profetico...ma forse non era così difficile.


Il momento in cui ho deciso di mettere in pila questo libro è stato particolarmente sofferto: perchè già lo sospettavo che con Rumiz non ci sarebbe stata intesa. Ed infatti puntualmente non c'è stata, ma la questione è che da un lato la scelta di audiolibri interessanti proposta da audible è particolarmente limitata in mezzo ad un mare di rumenta (ma le cose stanno notevolmente migliorando), dall'altro il tema è di quelli per me imperdibili.

Bisogna immaginare, nel cuore dell'europa orientale, un immenso parallelogramma con i lati destro e sinistro verticali, quello sinistro più a nord di quello destro, e due diagonali che li congiungono. Il lato verticale a sinistra è la Vistola, quello a destra è il Dnepr. La diagonale a sud sono i Carpazi e poi il Dnestr, fino a Odessa ed il mar Nero. Quello a Nord si perde nella pianura e poi arriva al Dnepr seguendo le paludi del Pripjet. Sembra solo una grandissima striscia di terra piatta che va dalla Polonia orientale all' Ucraina della riva sinistra, solcata da ampi fiumi lentissimi, ed invece è una delle lande più maledette della storia d' Europa. Non essendo protetta da confini naturali ben definiti, è stata il crocevia di ogni sorta di popoli (ognuno con il suo sciovinismo, sempre più becero: tedeschi, polacchi, ebrei, russi, ucraini, magiari) e di ideologie (nazismo e comunismo le ultime, e sicuramente le peggiori), ma anche di imperi uno più espansionista dell'altro (asburgico, russo, prussiano). Tutta questa complessità ha consegnato all' Europa una identità multiculturale meravigliosa ma ha anche sparso sangue non a fiumi, direi piuttosto ad oceani.

Ho conosciuto questa terra studiando online la storia della seconda guerra mondiale, con il tempo ed i mezzi che un non storico ha a disposizione, cioè pochi. Pure, nomi a cui si associano sofferenze infernali rimangono nella testa di un lettore impressionabile. Il calderone di Brody, il corridoio di sangue di Koltov. E ancora. I massacri di Katyn e di Babj Yar, la distruzione di Tarnopol, la sacca di Kamenets Podolskij. E ancora. La massa di stupri a Breslavia, i campi di sterminio di Treblinka e Belzec. E ancora, in una sequenza che sembra non finire mai, la distruzione di Lublino e di Leopoli, l' offensiva nel fango di Uman...

Quando ho scoperto che nel 2014, nello studiare la crisi ed il fallimento dell'Europa del ventunesimo secolo, Rumiz si apprestava a fare un parallelismo con il fronte orientale della prima guerra mondiale che ha insanguinato queste stesse terre in massacri di cui io non sapevo nulla, e nei quali hanno partecipato anche gli italiani dell'impero asburgico, non potevo tirarmi indietro. I dubbi erano tanti sull'autore ("la leggenda dei monti naviganti" non mi aveva entusiasmato). E infatti ne sono uscito deluso.

L'autore friulano vive con grande intensità il dramma della prima guerra mondiale che ha colpito la sua terra, e forse ancora di più il faticoso e gestito malissimo passaggio degli italiani asburgici allo stato italiano. Questo è un punto cruciale che segna quei tempi. Sono i tempi in cui gli imperi finiscono e consegnano il timone della storia in esclusiva agli stati nazionali. Sono i tempi in cui stato e nazione devono coincidere per forza, con la violenza se necessario. C'è un forte parallelismo in questo tra quello che è accaduto a Trieste ed in Friuli e quello che è accaduto a nord dei Carpazi. Terre evolutissime e cosmopolite finiscono distrutte dalla guerra e, dopo, con l'appartenere ad una nazione che li considera sospetti, inferiori, da rieducare in quanto sono appartenute ad un nemico. Rumiz corre in Galizia (la parte sud occidentale del parallelogrammo, e quella che nella prima guerra mondiale è stata percorsa dal fronte) a vedere e raccontare questa compagna di sventure, ma è sempre comunque Trieste ed i triestini che lui ha in mente. Ed infatti della Galizia (e della Podelia, e di Lublino, e della Bucovina, e dell' Ucraina occidentale...) racconta davvero pochissimo. Si impara davvero poco di quelle terre leggendo questo libro, perchè si parla troppo di Italia e di italiani, certo sono degli italiani sventurati della quale L'italia fascista si vergognava e che meritano un migliore ricordo.

Anche il modo con cui questo libro affronta il tema non mi ha convinto. Ci sono molte impressioni, molte testimonianze, ma non sono legate insieme da un filo conduttore, e soprattutto non ci si sforza di legarle con un senso, con una logica di fondo con la quale il lettore si possa confrontare. Quando si guarda indietro, bisogna uscirne con una lettura, con un sistema di riferimento, con una proposta di senso (poi si può essere d'accordo o meno), altrimenti si rischia di confondere. Nel corso del reportage Rumiz un paio di volte lo dice esplicitamente: non ho intenzione di conoscere questa storia partendo dai libri; in un altro punto dichiara di non voler nessere nè uno storico nè un giornalista. Ma se rievocando il passato si taglia la storia ed il giornalismo resta davvero poco. Persino dal punto di vista geografico non se ne esce arricchiti.

Riconosco che l'asticella è davvero alta, sia il Friuli che la Galizia (con le sue confinanti) sono terre caotiche e confuse che vivevano tempi del più assoluto caos, ma a questo serve lo sforzo culturale. Se fosse stato banale (esistono tempi e luoghi storici banali? Forse no) non sarebbe stato necessario un libro. Parlando di critiche, di accuse, di responsabilità per quanto è accaduto, Rumiz ne ha veramente per tutti. Dalla inadeguatezza della politica all'odio nazionalista, dalla soffocante dittatura degli imperi alla retrograda superstizione religiosa: ho avuto la sensazione che queste argomentate accuse siano in buona parte vere, ma manca completamente la pars obstruens, appunto perchè manca il riferimento di fondo. Cosa si sarebbe dovuto fare? Se tutti sono colpevoli allora tutti sono innocenti. Ad un certo punto si arriva a dire che la prima guerra mondiale era "evitabilissima", quando in realtà una minima conoscenza dei fatti ne mostra tutta la sua inevitabilità.

E' un tema che colpisce questo triestino al cuore e quindi è inevitabile che si assumano toni a volte populistici soprattutto quando si fa un parallelismo tra imperi centrali ed Europa attuale, che a volte ricordano le attuali invettive contro la "casta" di turno. E' comprensibile, ma non si rende un bel servizio a chi ha tanto sofferto allora e soffre oggi, secondo me.

Alla fine del libro mi sono sforzato di cercare un senso, e credo che l' idea che Rumiz abbia voluto far passare sia questa, partendo da ciò che gli sta più a cuore. La sorte dei triestini e dei galiziani è stata due volte più terribile rispetto agli altri milioni di vittime della prima guerra mondiale. Perchè hanno perso la condizione di pace e di cosmopolitismo tipica degli imperi per entrare a far parte di una patria che non si fidava di loro, per di più nel costante rischio di guerra tipico di un continente dominato dalle nazioni. Il fallimento dell' Europa del 2014 nell'essere un riferimento anche umano, sociale e culturale oltre che puramente finanziario ricorda esattamente quello degli imperi centrali di allora, e le conseguenze rischiano di essere le stesse. Gia se ne vedono le prime avvisaglie. Lo scontro tra Ucraina e Russia sul possesso della crimea, con gli scontri e le vittime che ne sono susseguiti. Il separatismo catalano con le sue persecuzioni, i suoi imprigionamenti. Gli odii sciovinistici che risorgono nella ex Jugoslavia.

Sono pericolose metastasi che rischiano di rinnovare le tragedie di allora. Se l' Europa non sa essere niente di più che una banca, rischia di implodere. Se implodiamo, non solo non saremo in grado di affrontare da protagonisti le terribili sfide del secolo 21 (il cambiamento climatico, le grandi migrazioni), ma anche rischiamo di veder tingere i nostri fiumi, dal Dnepr alla Vistola, dall' Isonzo al Piave, di nuovo sangue.

Ma per parlare di temi così importanti, bisogna essere anche storici e giornalisti. A mio parere Luciano Canfora ed Alessandro Barbero sono su un altro livello: metto comunque tre stelle perchè l' impressionante curriculum dell'autore mi parla di un uomo che vive e soffre per quello che racconta. Anche questo non può essere ignorato.
Profile Image for Siti.
408 reviews167 followers
August 21, 2019
Siamo alla vigilia del centenario della Grande Guerra, il Paese è in fermento, la retorica diventa industria e i già monumentali sacrari italiani, squadrati, vuoti, simbolo dell'incapacità di custodire il ricordo e di farlo parlare appaiano mere spersonalizzazioni di quella che invece fu la tragedia più individuale che potesse colpire i popoli della vecchia Europa, quando niente parlava di guerra, quando il progresso spianava la via della sicurezza e della tranquillità. Confido di avere provato sentimenti simili presenziando a certi eventi commemorativi dove la retorica dell'Istituto Luce veniva proposta, ancora, e senza nessun filtro. La guerra è guerra, sempre, la guerra è morte, non si vince, si perde, sempre. Paolo Rumiz, ecco, ha risvegliato in me quel sentimento, quando raccontando del suo sconforto provato nel sacrario di Redipuglia decide di seguire le voci di quei militari italiani e di spingersi fino alla sperduta Galizia e di ripercorrere il sacrificio dei tanti italiani che combatterono dalla parte sbagliata, come suo nonno, o meglio combatterono a favore di quella che allora era la loro patria. Il nonno tornò ma la sua esperienza divenne un tabù nella sua Trieste divenuta italiana. E l'Italia ha dimenticato questi soldati, per loro nessuna celebrazione, nessun monumento, solo l'oblio e la vergogna per aver combattuto dalla parte sbagliata. Il viaggio intrapreso da Rumiz apre le porte al lettore per dimensioni geografiche, storiche e culturali spesso inesplorate o dimenticate o peggio ancora denigrate, alla scoperta di un'umanità accomunata dalla stessa tragedia. È un itinerario difficile da seguire, uscire da Trieste verso est è oggi difficoltoso, quello che un tempo era il centro dell'impero austroungarico è attualmente una terra sulla quale la nostra nazione non investe, la rete ferroviaria imperiale è dismessa, il viaggio si presenta subito difficile ma non impossibile. Rumiz però non ha fretta, segue il suo istinto e raggiungendo i luoghi delle battaglie, quelle sconosciute dell'altrettanto sconosciuto piatto fronte orientale del quale nessun manuale di storia nostrano fa menzione, si immerge in essi, li fa propri, li sente quasi in forma mistica e ce li ripropone come dovettero viverli e sentirli i nostri triestini. Porta con sé i loro scritti e li fa riecheggiare, ritrova i sepolcri di quelli che non ebbero modo di rientrare e di testimoniare e vi lascia un lumicino. Il viaggio prosegue poi verso la Polonia e pagina dopo pagina apre inesplorate geografie ritrovando storie e destini che spesso si incrociano. Una lettura affascinante, ricca di riferimenti bibliografici, dai diari dei soldati ai memoriali letterari, alla letteratura yiddish, al mito del finis Austriae. Una prima conoscenza di Rumiz del quale mi riprometto di leggere gli altri memoriali di viaggio ai quali da decenni ormai si dedica. Un senso di gioia nell'aver trovato un degno successore di quel Terzani che tanto mi aveva arricchita in termini culturali e umani con le sue esperienze di vita, di viaggio, di lavoro.
Profile Image for Alfonso D'agostino.
937 reviews73 followers
February 8, 2020
Non cadrò nell’errore di inoltrarmi nella stantia discussione fra “leggere cartaceo ” e “leggere ebook” (mi sembra che il punto non sia come si legge, ma quanto e soprattutto cosa). E non mi impegnerà la discussione fra “libro che deve rimanere intonso” e “il libro va vissuto anche fisicamente” (comunque le orecchie alle pagine MAI). Però è una fortuna che io abbia letto Come cavalli che dormono in piedi di Paolo Rumiz in elettronico, altrimenti avrei finito per torturare le pagine di sottolineature, punti esclamativi, disegni di faccine che esprimono sorpresa.

Rumiz scrive meravigliosamente. In questa sua opera d’arte in forma letteraria racconta la storia e il destino di chi – nel Trentino o a Trieste – scelse o fu costretto a indossare la divisa austroungarica, condannandosi alla damnatio memoriae. Lo fa con il suo stile inconfondibile, una scrittura lieve eppure infinitamente intensa, ricolma di Pensiero e di evocazioni, a tratti persino struggente.

Scrive dei miei concittadini, immaginando un dialogo in treno con un emiliano: “Ma alla fin fine, gentile forestiero padano, mi basta che tu sappia una cosa. Noi qui si fa più fatica di altri a capire chi siamo. Sulla frontiera ogni viaggio è nelle pieghe dell’anima e ogni grotta del Carso è un abisso della mente. Mi è sufficiente che tu impari che qui a Nordest, nell’angolo in alto a destra della carta geografica, speleologi e psichiatri fanno in fondo lo stesso mestiere.”

Come fai a non sottolineare, ringraziando di esserti deciso a leggere Paolo Rumiz?

http://capitolo23.com/2020/02/08/mera...
Profile Image for Antonio.
72 reviews
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November 12, 2016
Di sicuro la storia, praticamente ignota ai più, di quegli italiani che in divisa dell'Impero combatterono dalla parte "sbagliata" è molto interessante. Però Rumiz esagera con la retorica rendendo il libro piuttosto stucchevole. Peccato perché è sempre un'ottima occasione avere l'opportunità di completare quella parte di storia, che ci viene riferita, con la parte che spesso manca. Perché solo così si conosce la Storia. Però la Storia sono fatti, non retorica o valutazioni strettamente personali, dovute al nonno combattente. Alla fine Rumiz è caduto nella stessa trappola che critica nel libro. Gli ossari, come Redipuglia, retorici e vuoti, buoni per la propaganda ma che non trasmettono sentimenti, sono appunto lo specchio di questo libro, talmente sovraccarico da dimenticare di raccontare i fatti. Pesante, ho faticato non poco a finirlo.
Profile Image for Frabe.
1,201 reviews56 followers
August 31, 2017
Sulle orme del nonno, soldato austroungarico, il triestino Paolo Rumiz compie nel 2014, cent'anni dopo, un viaggio della memoria in Galizia, regione teatro di carneficina nel primo conflitto mondiale, oggi per metà polacca e per metà ucraina. La memoria che l'autore intende recuperare è in primis quella dei centoventimila trentini, triestini e dalmati - “gli italiani con la divisa sbagliata” - vinti e troppo a lungo dimenticati, poi quella dei caduti vestiti con ogni altra divisa. Il racconto di Rumiz è appassionato e appassionante, specie per un lettore trentino come me. Alla commozione per quel che accadde un secolo fa, a quella aggiuntiva per le dolorose vicende che in quei luoghi si ripeterono nel secondo conflitto mondiale, si somma la preoccupazione di oggi, giacché parte del fronte galiziano di allora - ricorda Rumiz - coincide con attuali zone di alta fibrillazione ucraino-russa...
Profile Image for Dvd (#).
514 reviews93 followers
July 14, 2019
Rumiz è uno che ha il dono: 1) di saper scrivere bene. Molto molto bene 2) di saper cogliere (o vedere) il lato nascosto delle cose, quello più difficilmente leggibile, e di saperlo rendere in modo assai potente e immaginifico.
Inoltre, cosa non secondaria, si coglie - dietro, ripeto, una gran penna - una mente appassionata e soprattutto onesta. Umile. Pietosa (nel senso nobile del termine).
Da viaggiatore del mondo, Rumiz è uno a cui piacciono i perdenti e gli sconfitti. Gli ultimi. Così, l'ho seguito nei suoi viaggi su e giù per Alpi e Appenini, a raccontarci pezzi d'Italia dimenticati (dallo Stato, soprattutto), spopolati e in disfacimento oppure lungo il grandioso itinerario sulle tracce del più straordinario perdente dell'antichità, Annibale.

Qui l'autore segue le ombre del passato di quei migliaia di italiani sudditi dell'Austria-Ungheria che, nel '14, salirono sulle tradotte dirette a est, verso l'immensità delle pianure polacche, per arrivare in quel fazzoletto di steppa sconosciuto ai più chiamato Galizia. Trentini e giuliani come pecore al macello, come i regnicoli italiani sul Carso e sull'Ortigara, morti e poi dimenticati nel dopoguerra perché vinti e spoglie di una dominazione "straniera" che al popolo (che di farsi "liberare" non aveva nessuna intenzione) non era per nulla invisa. Qui da noi, in Trentino, il ricordo della Galizia, degli avi lì morti e mai tornati e in generale dell'impero asburgico è ancora forte, stante il legame di vicinanza (geografica e amministrativa) con i sudtirolesi tedeschi; lì, nella Trieste declassata del buon Rumiz, asfitticamente stretta nel suo lembo di terra quale antemurale all'incombente grande massa slava balcanica, il ricordo è invece assai sbiadito, dopo decenni e decenni di mistificazioni, silenzi, amnesie. Eppure in città tutto parla di quel periodo, l'età dell'oro della città, il polmone dell'Impero.

Il viaggio è ricerca, e cercando l'autore arriva all'unico giudizio sensato e umanamente condivisibile su quell'immane e spaventoso mattatoio che fu la Grande Guerra: somma e enorme pietà verso tutti quei poveri ragazzi mandati allo sbaraglio e a morire, vivendo in modo spaventoso e atroce gli ultimi mesi della loro vita, indipendentemente da bandiere, origine dei cognomi, razza, religione. E quanto ha ragione a scagliarsi contro quelle gigantesche scenografie patriottarde trasudanti retorica e ipocrisia quali i grandi sacrari delle zone del fronte (Redipuglia, Douaumont) e contro gli orrendi altari eretti nelle capitali, preferendo a questi i piccoli cimiteri raccolti nel verd e nella pace, a fornire un pietoso riposo a tutti quei poveretti, all'ombra degli alberi e nel silenzio dell'erba.

Il limite di questi taccuini di viaggio resi sotto forma di racconto - pur con i pregi di contenuto sopra descritti - è principalmente la loro natura: manca una trama, le digressioni abbondano, alcune volte il lettore perde la concentrazione, manca la sacra spinta a andare avanti a oltranza nella lettura spinti dalla curiosità.
Inoltre, Rumiz tende - secondo me erroneamente - a agganciare le miserie europee dell'oggi ai rottami di quello che l'assassinio di Sarajevo innescò. Tutto è sequienziale, sia chiaro, e l'autore non è un banale e limitato nostalgico di perdute età dell'oro come ce ne sono tanti in questi ultimi anni - borbonici, austriacanti, neofascisti, per rimanere in territorio patrio. Ma il refrain della povera Europa disfatta dai populismi, dalle frontiere ripristinate, dagli identitarismi (!) non si può davvero più sentire.
Il sistema non si regge, nell'ultimo quindicennio ha portato solo impoverimento nell'indifferenza delle imbelli, colluse classi dirigenti del continente, la popolazione soffre e ha paura. E' ovvio che si rifugi nell'identarietà e nel localismo, che rimpianga i decenni passati (questi sì, un'età di ottimismo e progresso sociale), che rigetti un progetto nato da grandi ideali di pace progresso e democrazia e che, calato nelle sue strutture dall'alto in maniera tutt'altro che democratica, è diventato un incubo di sterile burocrazia, inerzia decisionale ai limiti del coma, regresso nei temi che contano davvero. E quel che è peggio, che vive della stessa orrenda retorica patriottarda di quegli imperi ammuffitti che la guerra demolì, per cui non c'è alternativa a questo progetto mal cresciuto e che - se anche le cose così come stanno marciano palesemente alla stregua dei gamberi - va bene comunque, sempre dritti verso il nuovo Sol dell'Avvenir, la colpa è del populismo (qualunque cosa sia), del localismo, delle frontiere, la soluzione è più Europa, più Europa (qualunque cosa voglia dire).
A forza di più Europa, più Europa ci ritroveremo di nuovo le Leopoli assediate, le Somme fangose, il Carso pietroso e ci arriveremo, come allora, quasi per caso, di colpo, senza rendersi conto di quel che sta succedendo. Il vuoto che ci si para di fronte, continuando su questa strada, è un baratro gigantesco. Un pozzo senza fondo nel quale far sprofondare la più grande conquista dell'Occidente: lo stato sociale.
Purtroppo viviamo un'epoca di atrofia politica, declino culturale (profondissimo), apatia individuale. La vedo grigia.

Ciò detto, somma e immensa pietà verso quei milioni di uomini divorati da quell'immane idiozia che fu la Grande Guerra. Uomini, per dirla con le sacrosante parole di Rumiz, tanto più forti, resistenti e vivi e tanto meno cretini, analfabeti e omologati di quello che siamo noi, oggi.
Profile Image for Novella Semplici.
428 reviews9 followers
January 19, 2019
Ho acquistato questo libro per interesse storico verso l'argomento e all' inizio son rimasta un po' delusa, perché il testo non vuole essere un resoconto storico preciso (anche se l'aspetto storico c'è e ben delineato, ma bisogna conoscere un poco la storia del periodo per non perdersi). Il testo è un resoconto di viaggio, un racconto dei paesi dell'Est e una dolente memoria di tutti i morti, specialmente quelli della parte sbagliata, i triestini che furono combattenti per l'Austria, non per colpa ma per destino di nascita. Il libro si trasforma così in una dolorosa e un po' onirica elegia delle Ombre, che sembrano chiamare l'autore a una diversa consapevolezza. Non manca il richiamo all' Europa moderna, nata dal disastro di due guerre che per la poca distanza temporale e i motivi di rivalsa di popoli scontenti in realtà furono una unica sporca guerra, e che adesso sembra di nuovo preda di divisioni nazionaliste e pare aver perduto la sua strada, la sua identità. Essa era nata proprio su quei cimiteri insensati di giovani che in fondo erano uguali tra loro, a parte lo schieramento. Si leggono storie di eroismo che però ormai per le nuove generazioni sono sempre più lontane, visto che i nonni che raccontano sono ormai morti e abbiamo perso la potenza della tradizione orale. Alla fine mi è piaciuto molto, nonostante il tono pessimista: alcuni passi sono semplicemente da incorniciare. Diventa alla fine un po' prolisso, la lirica se portata avanti per troppe pagine alla fine si sfalda. Ma è un libro potente, che riesuma una parte di storia soffocata dalla propaganda successiva e lo fa nel modo più commovente, attraverso le singole storie dei nostri padri, attraverso quelle tombe che in troppi ricordano ormai sommariamente solo in occasione di qualche anniversario da celebrare per routine. Consigliato caldamente, magari dopo un ripasso delle battaglie del fronte orientale della Grande Guerra.
Profile Image for Cloudbuster.
301 reviews19 followers
December 27, 2015
Rumiz è un grande viaggiatore ed un bravissimo narratore. Il suo modo di raccontare, molto evocativo e coinvolgente, si ispira alla tradizione dei racconti orali dei nostri vecchi fatti intorno ad un fuoco o davanti ad un bicchiere di vino in una taverna ed è un piacere stare ad ascoltarlo.

In questo libro Rumiz parte, lancia in resta, sulle tracce dei centoventimila “italiani”, triestini, istriani, dalmati e trentini, che combatterono la I Guerra Mondiale nelle file dell’esercito asburgico. Derisi e bistrattati dai generali tedeschi e ungheresi, questi uomini furono allontanati dal fronte italiano, perché non abbastanza fidati, e furono inviati sul fronte orientale a fronteggiare l’esercito zarista nelle sterminate pianure galiziane. Della loro storia e delle vicende del fronte orientale della I Guerra Mondiale si sa molto poco perché le vicende geo-politiche hanno calato una cortina di silenzio su queste vicende. Quei pochi che riuscirono a tornare, al ritorno a casa scoprirono di essere stati “liberati” dai loro avversari e che non avevano diritto neanche ad una pensione. Furono costretti a tacere e a nascondersi perché la retorica nazionale fascista non poteva accettare che la maggioranza degli uomini di Trento e Trieste avessero combattuto contro i loro “liberatori”. Ma analogo destino è capitato a tutti i combattenti del fronte orientale perché i politici sovietici scelsero di cancellare completamente la storia pre-rivoluzione e le varie nazioni nate dalla frantumazione dell’impero austro-ungarico avevano soprattutto interesse a evidenziare le loro specificità.

Vista la scarsità di documenti storici, per il suo viaggio Rumiz si è dovuto affidare ai ricordi dei pochi reduci rimasti e ai tanti diari e manoscritti che questi uomini lasciarono. Con queste guide Rumiz parte per un viaggio in treno tra Ungheria, Polonia e Ucraina, più una piccola divagazione finale nei Balcani.
Il suo non è il lavoro di uno storico ma quello di un giornalista che cerca di capire e raccontare i luoghi che attraversa e le persone che incontra.
Ricercando le tracce dei triestini del 97-imo reggimento, Rumiz porta alla luce tante storie dimenticate fatte di atti di eroismo, codardia, coraggio ma, soprattutto, di fratellanza tra commilitoni e avversari (mi viene in mente l’episodio dell’accordo tra asburgici e russi per andare a turno a raccogliere patate in un campo che si trovava nella terra di nessuno tra le rispettive trincee, o i tanti prigionieri italiani che si stabilirono in Russia e si rifecero una vita perfettamente integrati con la popolazione). In qualche pagina il racconto ha un sapore un po’ troppo nostalgico ma Rumiz mette in guardia il lettore a non fidarsi di queste false rievocazioni storiche di un passato idealizzato. Infatti, non ci si può dimenticare che l’Impero Austro-Ungarico fu autoritario e repressivo e che la Galizia fu terra di estrema miseria, terribili pogrom contro gli ebrei e feroci lotte tra polacchi ed ucraini.

Alla fine, la ricerca delle tracce di questi uomini dimenticati si trasforma in una rilettura della storia del Novecento che vuole smascherare le bugie e le ipocrisie della retorica nazionale che cerca di mascherare errori e ruberie dietro i miti della triade popolo-Dio-nazione. La triste conclusione è che in questi ultimi cent’anni la nostra Europa ha fatto ben poco per sanare le contraddizioni che avevano portato all’immane mattanza di due guerre mondiali. I conflitti e le crisi degli ultimi anni si ripresentano esattamente nelle stesse zone e alimentate dalle stesse idee perverse di un secolo fa.
Profile Image for Freca - Narrazioni da Divano.
395 reviews23 followers
May 23, 2020
Un libro intenso e importante, che sembra inserirsi nella tradizione orale con la quale si tramanda di generazione in generazione una testimonianza di fatti, atmosfere e pensieri.L'atmosfera del libro è quella di quando ci si siede ad ascoltare i nonni, i reduci che narrano della loro storia. L'autore si muove nelle testimonianze della prima guerra mondiale per ricostruirne l'atmosfera, partendo da fatti singoli per allargare lo sguardo su un sentimento comune e proporre una propria riflessione, mai banale o scontata ma sempre unica e puntuale. Il centro del testo è la memoria, il suo ruolo e soprattutto la sua mancanza, la scelta di cosa debba essere storia e cosa rimane solo nella vita di chi lo ha vissuto. Parla di persone dimenticate da ogni parte, gli abitanti della frontiera che sono rimasti sotto gli austriaci invece di essere irredentisti ed essere celebrati con grande retorica quando si presentano anniversari. Noi lo seguiamo nel suo viaggio, come se fossimo di fianco a lui che ci narra la storia, non come in un saggio ma tramite impressioni. Ci confrontiamo anche noi con i suoi incontri, rimuginando sulle risposte che avremmo dato e sui diversi punti di vista presentati.
Ho molto apprezzato anche lo stile: il primo capitolo è estremamente poetico ed evocativo, incalzante ma sospeso nel tempo, con brevi frasi che dipingono l'atmosfera che caratterizzerà tutto il libro; mi ha un po' ricordato la capacità descrittiva Gucciniana.
Nel libro ci sono molti riferimenti locali, dialettali, a canzoni d'epoca che si fondono profondamente aiutando a farti immergere nel periodo.
Consiglio questo libro a chiunque voglia spunti per approfondire un periodo buio della nostra storia, a chi conosce bene la prima guerra mondiale e vuole nuovi spunti di riflessione o trovare l'atmosfera oltre ai fatti, a chi crede che la memoria abbia valore e vada conservata non solo nei grandi avvenimenti
Profile Image for Ilmatte.
365 reviews19 followers
September 20, 2019
per quel mio prozio, nato sloveno e morto austriaco, combattendo nella prima metà della grande guerra; per sua sorella, mia nonna, nata austriaca e morta italiana; per i segni delle granate dipinti di rosso a Sarajevo; per i cimiteri di guerra tedeschi dimenticati nella somme, fianco a fianco morti del 14-18 e del 40-45, a confermare che la guerra è stata una, con una pausa nel mezzo per farle da volano; per i palazzi sventrati di belgrado; per i bosniaci e i serbi che si scambiavano capretti e vino di notte perché erano amici, e si sparavano di giorno perché gli avevano detto che si dovevano odiare; per i triestini che parlano indifferentemente tre lingue, a seconda di chi vogliono che non li capisca; per la slivoviza e la grappa e la rakija; per i ponti, sempre simbolo di unione e separazione insieme; per gli scarponi sul pasubio; per imparare e ricordare da dove veniamo, tutti in Europa.
Profile Image for Francyy.
679 reviews72 followers
November 15, 2015
Le tre stelle sono per aver dato un punto di vista originale di una parte di storia che solo in occasione del centenario ci sta iniziando ad essere illustrata nei suoi aspetti finora tenuti segreti. Ma il libro è faticoso , nonostante a me piacciano i libri in cui le battaglie vengono scritte "da dentro" non mi scorreva come avrei voluto.
Profile Image for Boris Cesnik.
291 reviews3 followers
July 17, 2021
Rivers of beautiful prose and scenes, candid memories and empathic commentaries.
A masterpiece of historical narrative for present and future generations.
Profile Image for Paolo Ventura.
375 reviews2 followers
March 11, 2021
(tra le tre e le quattro stelle!)
rumiz ...mi ha fatto scoprire molte cose che non sapevo (e sorprendenti ?!), mi ha fatto venire voglia di ripercorrere quegli stessi "itinerari di viaggio" e di vedere quei luoghi di persona
....e mi ha commosso.


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Non si doveva sapere che migliaia di italiani avevano combattuto per l’Austria con onore.
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Dopo essere stati troppo italiani per i tedeschi, erano diventati troppo tedeschi per gli italiani.
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Quando capisci come è andata davvero, non puoi più sopportare che non si sappia, che non si scriva a lettere di fuoco, che non si proclami ai quattro venti e in ogni libro di scuola dell’Unione che tutto è scoppiato per caso, che la guerra era perfettamente evitabile, e che l’Europa si è suicidata così, sbadatamente, nel suo momento di massimo fulgore.
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Confronti umilianti. Alla vigilia della Grande guerra c’erano dodici treni al giorno per Vienna, tutti diretti. Oggi nessuno.
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Nelle vecchie stazioni nessuno può toglierti l’idea che dopo il Finis Austriae l’Europa sia diventata più lontana, la marineria meno importante, il paese meno ordinato, l’edilizia meno solida, la burocrazia meno onesta, l’istruzione meno capillare, il fisco meno equanime e la manutenzione della cosa pubblica più approssimativa.
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Dalle mie parti il pensiero forte non aleggia nei salotti e tanto meno nelle accademie, ma negli ultimi posti dove si usano le mani, perché le mani tengono lontano dal grande anestetico del web.
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LA MORTE DEL SOLDATO SPEZZA IL CONCETTO DELL’ODIO. AMICO E NEMICO, STRAZIATI DALLE FERITE, SONO DEGNI DI EGUALE AMORE E ONORE.
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E lassù sei davvero solo, in ginocchio, davanti all’immensità degli avi. È passato un secolo, ma la distanza fra noi e loro è già mitica. Li vedi, piccoli e tracagnotti ma capaci di tutto. Di restare a digiuno per giorni, nutrirsi di patate crude e dormire sotto la neve. Di portare cannoni da zero a duemila metri in una notte sola. Di marciare nel fango per centinaia di chilometri di seguito. Di scalare dislivelli paurosi con quaranta chili sulle spalle senza fiatare e poi andare all’assalto. Di correre con una mitragliatrice di quaranta chili in mano, sparando. Di pedalare senza rapporti per cinquecento chilometri di fila su strade non asfaltate. Di portare un pianoforte a coda fin sopra i ghiacciai solo per riempire la loro solitudine. Noi non siamo niente al confronto.
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Mormora: “Che imbecilli siamo, noi senza anticorpi della memoria, appiattiti sul transeunte, rimpinzati di nulla, percossi da un’attualità ansiogena. Quanto ci manca la Storia”. E più penetra i motivi della dissoluzione del suo vecchio impero, più gli appare lampante, nell’oggi, la decadenza della federazione di popoli cui appartiene.
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In sere così, il dio dell’ebbrezza e quello della morte diventano assolutamente la stessa cosa. E mai come stasera, con lo scalpiccio di donna che sveglia i selciati di Przemyśl, il mio bere è preghiera, celebrazione.
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e si narra di pattuglie russe e austroungariche inviate in perlustrazione che, incontrandosi, invece di puntarsi le armi, fraternizzano e finiscono per giocare una partita a carte dove chi vince acquista il diritto di esser fatto prigioniero.
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Spesso gli italiani austroungarici di ritorno sulle tradotte finiscono col fare un viaggio parallelo a quello degli italiani del Regno che rientrano dalla prigionia in Austria e scontano una sorte ancora più crudele. Centinaia di migliaia di uomini su cui pesa l’ombra del “tradimento” di Caporetto. In attesa di rispondere alle domande di una severa commissione d’inchiesta, essi vengono a loro volta internati, in condizioni pesanti, dopo essere arrivati già denutriti da un’Austria alla fame. Per punizione, nell’ultimo anno di guerra l’Italia ha persino bloccato l’invio di pacchi viveri da parte delle famiglie, caso unico in Europa. Una crudeltà che provoca decine di migliaia di morti. Ci sono folle di internati alla fame anche nel porto di Trieste, e quando questi reduci manifestano il loro disperato bisogno di cibo al governatore Petitti di Roreto, si sentono rispondere che i prigionieri italiani si meriterebbero piombo anziché pane.
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c’è meno Europa oggi che nel 1914. Persino meno che nel 1918, quando almeno la nausea del massacro compiuto accomunava le nazioni. Vedi: uno parte per cercare la guerra di ieri, e trova l’Europa di oggi. Il nostro male è vecchio di un secolo.
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Come nel ’14 e nel ’92, Sarajevo non è un detonatore ma un rivelatore. Mostra senza pietà il sonnambulismo dell’Occidente. A Sarajevo inizia e finisce il Novecento, la Bosnia è la metafora del fallimento dell’Unione.
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Succede a volte con chi si ama: quando quella persona se ne va, tu pensi di soffrire e invece lui ti fa il nido dentro, e tu non senti più la mancanza.
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E avevate l’arte del racconto. Avevate l’oralità, che noi abbiamo perduto. Per questo stiamo perdendo la memoria. Quella che passa così spesso da nonno a nipote.
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Profile Image for Svalbard.
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November 23, 2020
Ancora una volta, come sempre, Rumiz mi ha colto alle spalle facendomi cadere per caso tra le mani un suo libro, di recente uscita, e di cui pure non avevo mai sentito parlare. Non ho avuto bisogno di aprirlo per capire quale fosse l’argomento, la copertina era del suo già molto eloquente: prima guerra mondiale. Ma vista da una prospettiva del tutto inusuale, per noi che siamo cresciuti a pane e retorica patriottarda: quella degli italiani solo di lingua - triestini e trentini - che, essendo nati sotto l’Impero austroungarico, fin dal 1914 vennero imbarcati su lunghi treni e mandati a combattere sul fronte galiziano, ovvero in quelle che oggi sono l’Ucraina e la Polonia, contro la Russia ancora zarista. Una guerra che raramente fu di posizione, come quella dei fronti italiano o francese, ma che al contrario si giocava su spazi immensi e sconfinati. Rumiz parte per uno dei suoi viaggi di tempo, spazio e spirito, forse il migliore che abbia mai letto, forte della memoria di un nonno che non conobbe mai, combattente proprio su quel fronte, e del desiderio di strappare dalla rimozione, dalla damnatio memoriae coloro che ebbero l’unica colpa di combattere dalla parte sbagliata e che pertanto, essendo poco strumentali alla retorica nazionalista (che cominciò prima e continuò ben oltre il fascismo, anche la mia infanzia ne fu grandemente immersa) dovevano forzatamente essere occultati e dimenticati. Così va alla ricerca dei cimiteri di guerra del fronte orientale, aiutato da altri cacciatori di memoria; li trova e trova una quantità immensa di storie da raccontare e di rispecchiamenti tra la storia di allora e quella di ora. Ai due viaggi in Polonia e in Ucraina (proprio nei giorni del recente conflitto) se ne aggiunge un terzo, nella penisola balcanica,alla ricerca di dove tutto cominciò e dove ancora in tempi recenti i nazionalismi hanno fatto disastri. Fin dal suo primo libro che lessi - “Annibale”, forse - ho capito che Rumiz è uno dei migliori scrittori di viaggi e di storie che ci siano in Italia. Qui però è andato ancora oltre: questo enorme memoriale ha una dimensione epica, una profondità di spirito e di coscienza senza uguali, oltre a momenti visionari ed evocativi alquanto intensi e passando con estrema agilità dall’italiano al triestino e viceversa. Oltre a porre non pochi inquietanti interrogativi sull’identità europea, sul suo non riuscire a farsi stato, al perdersi e frazionarsi in particolarismi e nazionalismi banali e pericolosissimi, perché è da essi, per quanto paiano innocui e irrilevanti, quasi folcloristici, che esplodono i conflitti. A proposito di fraintendimenti della memoria:questo libro mi ha fatto scoprire un colossale fallacia della mia conoscenza storica, peraltro piuttosto tendenziosa e evidentemente figlia di una certa retorica patriottarda. Ero convinto che Trieste fosse diventata austriaca solo dopo la Restaurazione seguita alle guerre napoleoniche, e prima di allora facesse parte della Repubblica di Venezia (del resto varie città di Istria e Dalmazia erano venete), quindi di solida ascendenza italiana… e invece scopro che gravitava in area viennese e austriaca con soddisfazione addirittura dal quattordicesimo secolo, divenendo parte dell’impero dall’inizio del 1700. Se pensiamo che anche trentini e sudtirolesi hanno i loro bravi dubbi sul fatto di essere italiani, non si può certo dire che la prima guerra mondiale sia stata una guerra di liberazione. Semmai di colonizzazione... La lettura di questo libro, pure, qualche sorriso riesce a regalarlo. Sul fronte orientale pare si facesse a gara a farsi fare prigionieri dal nemico. Così, tre soldati italiani usciti in perlustrazione tornarono alle loro linee con dieci prigionieri russi. Quando gli ufficiali chiesero loro come avessero fatto, in tre, a sopraffare dieci nemici armati, risposero: “Eh, li abbiamo circondati…”
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September 21, 2023
L'argomento del libro è senza dubbio affascinante e poco conosciuto: il coinvolgimento del popolo italiano nella Grande Guerra, ma non nelle fila del Regio Esercito, bensì in quelle dell'Imperial Regio esercito Austro-Ungarico. Quindi quello che mi aspettavo erano le storie di questi uomini, e sotto questo punto di vista sono rimasto grandemente deluso, perché di vicende ne vengono raccontate ben poche. L'autore più che altro descrive i suoi viaggi di ricerca in quello che una volta era il fronte e alcuni personaggi che incontra sul cammino, facendo spesso divagazioni storico-politico-filosofiche.

Insomma, non è un saggio storico, non è un libro giornalistico, non è un libro di viaggio. Non ho ben capito cosa sia sinceramente ed è possibilissimo sia un limite mio che sono un uomo troppo concreto e pragmatico. Forse è un libro di sensazioni, quelle che l'autore prova durante i suoi peregrinaggi.

E le sensazioni alcune posso anche capirle, perchè ho visitato un paio di cimiteri Austro-Ungarici in Italia e sono proprio come li descrive, ma quello che mi rende abbastanza odioso il tutto è che viene utilizzato ovunque uno stile ampolloso e fuori moda che risulta spesso pesante e retorico. Cosa ironica visto che per tutto il libro la retorica dell'eroicità della lotta italiana contro l'Austro-Ungheria viene pesantemente criticata. Il che ci può stare sia chiaro, ma non se come risposta ci contrapponi una retorica altrettanto pesante, solo che di carattere opposto.

Mi è sembrata più una scusa per parlar male dell'Italia e dell'Unione Europea, che a voler essere onesti in entrambi i casi è come sparare sulla croce rossa, e nel contempo tirar fuori le solite sparate da vecchio del tipo "eh ma una volta era meglio, tutti vivevano felici in queste terre multiculturali, multi religiose e la gente coltivava solo il proprio orticello, le frontiere non esistevano ed erano tutti amici". Insomma si stava meglio quando si stava peggio e una volta qua era tutta campagna... Salvo poi dire quanto in realtà gli sloveni odiassero gli italiani, gli ungheresi odiassero gli austriaci, gli ucraini odiassero i polacchi, i russi odiassero gli ucraini e tutti odiassero gli ebrei, che era l'unica vera cosa che accumunasse tutti i popoli dell'Europa centrale.

Insomma, vorrei poter consigliare questo libro alla persona giusta, che evidentemente non sono io, ma non saprei di che persona si tratti.
Profile Image for Davide Tierno.
228 reviews4 followers
May 16, 2017
Devo ammettere che non avevo mai considerato la prima guerra mondiale vista da quella parte degli Italiani protagonisti di questo affascinante libro. Come il 99% della popolazione ho imparato la storia edulcorata dai libri di scuola e solo negli ultimi (10) anni ho cominciato la ricerca di libri piu' critici sulla storia italiana ed europea degli ultimi 3000 anni. Ho scoperto Rumiz e questo libro per caso. Non avevo mai letto nulla di questo autore e ne sono rimasto piacevolmente colpito.

La prosa e' lenta all'inizio ma coinvolgente. Oltre all'amarezza per i tipici atteggiamenti italici di superficialita' e di facciata che adottiamo in tutti gli aspetti della nostra vita, piu' e meno importante, emerge una visione "idealistica" e "amara" dell'Europa che in pochi condividono (purtroppo!). I nazionalismi hanno riportato indietro le lancette del tempo e l'evoluzione della societa' umana si e' arrestata per tutto il 1900, nonostante gli eccezionali progressi tecnologici. Riusciremo a recuperare quello spirito di fratellanza e "compassione" per l'altro eclissatosi durante il "secolo breve" dai confini nazionali?!
Profile Image for Fabo.
219 reviews1 follower
February 23, 2024
Ammetto di essere di parte perché mi sento coinvolto direttamente...
si parla della mia città, dei fratelli di mia nonna che furono chiamati alla leva durante la prima guerra mondiale e di paesi e paesaggi che ho raggiunto e vissuto proprio via treno.

Ma si parla anche di piatti, bevute e ricordi, di incontri e confini mentali che si è voluto alimentare per rendere ostili culture che sono molto più vicine di quel che si pensi.

E questi argomenti sono universali, così come la fratellanza degli uomini e delle donne davanti a tragedie immani.

Lo stile è forse ruvido al primo impatto ma efficace e coinvolgente.
Un gran libro
10 reviews
December 14, 2024
È stato faticoso leggerlo tutto. L'ho scelto nel 2019 per l'argomento interessante, poi mollato, ripreso nel 2024 come una sfida.
Prosa troppo pesante in troppe parti, si fa spesso fatica a comprendere dove l'autore riporti testimonianze e dove invece vaghi con la sua fantasia ricostruendo scene e dialoghi plausibili ma solo immaginati.
Lodevole la scelta del tema su cui fondare tutto, tenera la ricerca del nonno. Solo per questo ho scelto di onorare il suo sforzo, leggendo fino all'ultima riga e, in fin dei conti, affezionandomi a quel viaggio e immedesimandomi in quell'avventura a cavallo di confini storici, culturali, politici e geografici, così mutati nell'arco di un secolo.
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10 reviews
Read
January 7, 2022
Recensione senza stelle perché la complessità degli eventi affrontati non è a mio parere adatta a essere quantificata. A me lo stile di Rumiz piace, fino ad ora non mi ha mai deluso e questo libro non fa eccezione. L'unico problema è che ogni capitolo è talmente denso di avvenimenti, spezzoni di racconti e cambi di prospettiva che pare di averne letti sei, la scorrevolezza quindi ne risente. Detto questo l'intento dell'autore non è certo quello di rendere il libro scorrevole e in generale il mio giudizio è positivo.
Profile Image for Riccardo Dellaporta.
91 reviews
March 6, 2022
Un libro un po' strano. Il tema dovrebbe essere il ricordo di un battaglione italiano che combatteva per l'impero austro-ungarico nella prima guerra mondiale, ingiustamente dimenticato. Da lì però si passa a tutt'altro: l'Europa odierna, i dissidi tra i popoli, altre guerre. Francamente non l'ho capito molto e ho fatto molta fatica a portarlo in fondo. Si riprende solo verso la fine quando profetizza l'odierna guerra in Ucraina, fornendone spiegazioni (è stato scritto nel 2014) oggi assolutamente fondate.
Profile Image for Bruno Racca.
162 reviews
February 25, 2024
Un reportage di viaggio nello spazio e nel tempo, condito da citazioni non sempre a portata di mano. Ci porta a conoscenza di realtà, come la presenza di Trentini e Triestini nell'esercito austroungarico nella grande guerra. Comunque la verità di fondo resta che la guerra è scatenata da pochi per il loro tornaconto e questi non vi partecipano; mentre i soldati, di qualsiasi nazione, sono pronti alla solidarietà.
Profile Image for Chiara .
34 reviews3 followers
January 20, 2021
Questo libro mi ha portato a giorni di riflessione interiore. Mi ha fatto scoprire una parte di storia che non conoscevo, mi ha fatto ricordare i soldati dimenticati, mi ha fatto ancor più aborrire la guerra in ogni sua forma. Rumiz, con il suo stile ipnotico e altamente evocativo, è riuscito a trasportarmi con lui nel suo viaggio nelle trincee nascoste dell'Europa.
Profile Image for Ivan.
62 reviews1 follower
June 4, 2015
Da dove iniziare?
Beh, quest'anno ricorre il centenario dall'entrata in guerra dell'Italia, la Prima Catastrofe Mondiale.
Sicuri sia così?
No. Parte dell'Italia vi entrò un anno prima, con divise diverse (!). Nel nord est, Trento e Trieste (e dintorni) erano austriaci e quello che hanno (abbiamo?) visto è un po' diverso da quello che ci fanno vedere oggi.
L'abbiamo pagata cara. Prima perché era guerra, poi perché era guerra all'interno della guerra stessa.
E la Galizia? Rumiz dice che bisogna partire da lì per capire la storia, per capire il quotidiano.
Incridibile quanto mi sono sentito ignorante leggendo questo libro.
Mentre le pagine scorrono inizio a capire sempre meglio quello che sta accadendo oggi nell'ex-Jugoslavia, in Ucraina, in Germania, in Europa.
Ecco, l'Europa. Questo libro parla anche dell'Unione Europea. O, meglio, del tentativo di unione di molte parti profondamente diverse. E, forse, nel modo sbagliato.
Un libro, secondo me, che deve essere letto da tutti, per capire meglio l'oggi e per immaginare meglio il domani.
Altrimenti... si stava davvero meglio quando si stava peggio.
Profile Image for Lorenzo Servile.
19 reviews
June 24, 2015
Prosa ottima, molto evocativa e densa; anche se la prima parte (fino a pagina 150 circa) è forse un po troppo lenta e pesante! era il primo di Rumiz che leggevo e sono rimasto decisamente soddisfatto! Credo
Che approfondirò l argomento, andando a pescare anche tra i libri di autori stranieri che vengono citati da Rumiz.Per quanto riguarda il contenuto, direi che è un ottimo libro per capire cosa l Italia e, soprattutto, l Europa sia! E fa capire molto bene quanto la nostra memoria possa essere corta!!
Profile Image for Elena.
12 reviews2 followers
June 19, 2019
Follow Paolo Rumiz on his pilgrimage to remember World War One soldiers, particularly the Triestini.
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