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Contre les racines

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De quoi parlons-nous lorsque nous évoquons notre origine, nos traditions, notre identité ? Que dit, associée à ces mots devenus omniprésents, la métaphore des racines ? La nostalgie est un sentiment noble. Mais peut-elle nous aider à comprendre le monde où nous vivons ? En s'étonnant lui-même de ne plus reconnaître sa ville natale, Maurizio Bettini nous invite à une déambulation pleine de sensibilité dans la mémoire privée et collective. Sa réflexion, apaisée et érudite, opère un paradoxal retour aux racines - de Donald Trump à Romulus, en passant par Hérodote et la "cuisine traditionnelle" -, pour mieux constater que les valeurs d'authenticité et de pureté que nous leur prêtons n'existent pas. L'enjeu est de taille : il engage notre capacité à accueillir et à cohabiter avec d'autres cultures. Écartant une conception étroite de l'identité culturelle, Contre les racines nous rappelle que les cultures sont changeantes et que les traditions se choisissent.

176 pages, Paperback

First published January 1, 2012

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About the author

Maurizio Bettini

86 books43 followers
Maurizio Bettini (1947), classicista e scrittore, insegna Filologia classica all'Università di Siena. Autore di saggi di argomento filologico, metrico e linguistico, i suoi interessi vertono soprattutto sulla antropologia del mondo antico, disciplina a cui ha dedicato svariati volumi. A Siena ha fondato, assieme ad altri studiosi, il Centro "Antropologia e Mondo antico", di cui è direttore.
È autore di romanzi e racconti e collabora alle pagine culturali di "la Repubblica".

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Displaying 1 - 7 of 7 reviews
Profile Image for Bakis.
157 reviews15 followers
June 7, 2023
Terzo momento di un mio percorso decostruttivo sul concetto di tradizione.

Dopo l'inevitabile "L'invenzione della tradizione" di Hobsbawm - molto focalizzato su esempi concreti tratti dalla Gran Bretagna, con particolare attenzione ai rituali della monarchia e all'invenzione del kilt nei clan scozzesi - e il simpatico "Denominazione di origine inventata: Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani" di Grandi, che si concentra sulla mitopoiesi della cucina e delle tipicità italiane, sono passato a questo di Bettini, aspettandomi un ragionamento un po' più ampio e con riferimenti al mondo classico.

Non sono stato deluso.

Sebbene in sé il concetto di tradizione o radici non abbia niente di problematico (l'autore in realtà si concentra moltissimo proprio sulla semantica delle "radici", il suo uso e il suo aspetto metaforico) l'uso che poi se ne fa è spesso esclusivo e discriminatorio nei confronti di chi, volta per volta e a seconda del contesto o del momento storico, riteniamo non vi appartenga.

Gli esempi sono tanti e, sebbene in maniera non approfondita, si ragiona anche su come nei fatti si siano spesso costruite a tavolino tradizioni o "identità", raccogliendo dal passato episodi ben selezionati e utili alla narrazione dell'egemone di turno.

In qualche modo ho connesso alcuni passaggi anche a "La buona educazione degli oppressi" in cui si parla molto di come le città stiano diventando sempre più escludenti nei confronti di chi non ha sufficiente capacità di spesa, nell'ordine: senzatetto, marginali, diversi, cittadini non abbienti, cittadini normali, turisti "cafoni".
Da questo punto di vista i centri città sono sempre più ingegnerizzati per accogliere esclusivamente forme di socialità che includano il consumo (la birra va bene se consumata in un locale di design, non va bene se consumata in piazzetta) meglio se a vantaggio del Turista (ma non quello "cafone" cioè che non spende, ovviamente parliamo del Turista di lusso) o del cittadino ricco. I proveddimenti dei sindaci salva-decoro in tal senso riguardano poi, guardacaso, spesso l'esclusione dei minimarket, dei kebabbari o di chi non sia genericamente allineato alla tradizione, all'identità o alle presunte radici.

Pertinente l'esempio di Bettini su Livorno, la sua città, che...

"fu creata ex novo dai Medici, nella seconda metà del Cinquecento, quando Francesco I ne affidò il progetto a Bernardo Buontalenti. Ma il suo sviluppo si dovette soprattutto a Ferdinando I che, tra il 1591 ed il 1593, emanò le cosiddette «Livornine». Queste leggi contemplavano una serie di privilegi volti a far affluire nella nuova città «mercanti di qualsiuoglia natione, leuantini, e’ ponentini spagnioli, portoghesi, Greci, todeschi, & Italiani, hebrei, turchi, e’ Mori, Armenij, Persiani, & altri». A tutti costoro veniva garantita libertà religiosa, amnistia (salvo che non si fossero commessi omicidi o coniate monete false) e soprattutto protezione dall’Inquisizione: cosa che favorì un massiccio afflusso di ebrei sefarditi, espulsi da Spagna e Portogallo alla fine del Quattrocento, con la conseguente formazione di un’importante colonia ebraica. A Livorno si parlava anzi un dialetto giudeo-livornese, detto «bagitto», che includeva anche forme provenienti da altre lingue, e la cui produzione letteraria si è spenta solo negli anni cinquanta del Novecento. Come se non bastasse, fra Cinque e Seicento Livorno ebbe perfino il poco onorevole primato di essere la città italiana con maggiore densità di schiavi, per la presenza della flotta dei cavalieri di Santo Stefano e per una diffusa pratica della servitù domestica. Nell’anno 1616 vi erano 3.000 schiavi, fra pubblici e privati, pari al 37% della popolazione.

Dunque se oggi in Piazza Garibaldi sono arrivati arabi e neri, prima di loro in quella stessa zona erano giunti immigrati da chissà quante altre nazioni – anzi, per la verità i «Mori» erano già arrivati, adesso sono solo tornati. Mettersi dunque a ricercare «le radici culturali» di Livorno, in generale, è un bel busillis: a meno di non rassegnarsi all’idea che esse si perdono in una molteplicità di genti, lingue, tradizioni religiose “e abitudini alimentari fra le più disparate. Col che, però, saremmo punto e da capo in Piazza Garibaldi, abitata oggi da neri, Rumeni o Maghrebini; così come secoli fa lo fu da mori o Greci, e ieri da campani emigrati a Livorno alla fine della guerra: tanto che per un bel po’ i pescatori di piccolo cabotaggio venivano direttamente chiamati «pozzolani», gente di Pozzuoli, abile nella pesca e nella cura delle barche. Tutte genti e culture che hanno lasciato traccia di sé nell’elenco del telefono (i cognomi spagnoli, portoghesi, ebraici o meridionali sono numerosi a Livorno); nell’importante sinagoga e nel cimitero ebraico; nelle chiese dedicate ai diversi culti che questa città, martoriata ma anche pasticciona, esibisce talora in condizioni diroccate (dei Greci, degli Armeni, degli Olandesi…); nel gusto dei livornesi per il pesce cucinato col pomodoro (uso importato, si racconta, dagli ebrei spagnoli) e in certe «roschette» – ugualmente di origine iberica – che sono una vera delizia, perché salate, croccanti e unte; ma che oggi si possono comprare, degne di questo nome, in un solo panificio livornese, perché gli altri non le fanno più o, se le fanno, sono cattive: ma non certo per colpa degli arabi e del loro kebab. La responsabilità è sempre del tempo, cha ha il vizio di passare.

In Piazza Garibaldi potrei dunque cercare le mie personali radici, quelle della mia infanzia: che corrispondono a quel particolare strato della storia e della cultura della città che mi ha visto bambino o ragazzo, ma che, in sé, costituisce solo uno degli innumerevoli strati che vi si sono succeduti nel corso del tempo. Oltretutto si tratta di uno strato che per altri, appartenenti a generazioni diverse, verisimilmente non ha più significato e meno ancora ne avrà nel futuro. Forse un giorno ci saranno vecchi maghrebini livornesi che rimpiangeranno i tempi in cui, in Piazza Garibaldi, c’erano ragazzi (loro) che lavavano l’automobile ascoltando certa musica araba ormai ridicolmente fuori moda. Ecco perché, come dicevamo, l’appello alle radici porta solo a confondere la memoria privata con quella collettiva e l’antropologia con la nostalgia: e peggio ancora la storia con la politica, quando si grida alla difesa delle «radici» solo per guadagnare voti sfruttando i problemi creati dall’immigrazione.”
Profile Image for Walter.
32 reviews5 followers
August 2, 2020
Ancora una volta vediamo che la tradizione é un invenzione, spesso terribile e dannosa per la società, per la salute e il benessere mentale dell'individuo. La tradizione non é infatti qualcosa che viene dalla terra che si mangia o si respira, sono invenzioni e credenze collettive, ció non toglie che si può benissimo appartenere a una tradizione senza però sentirsene prigionieri. Una tradizione e solamente credere collettivamente nella stessa cosa e stessa storia. Seguire una tradizione é chiudersi, limitarsi, mantenere le abitudini dei nostri genitori e della terra in cui cresciamo. Penso sia ora di percepire le tradizioni senza darli troppa importanza e cosí inizieremo ad alleggerire il nostro ego e presunzione. Appartenere alla specie umana significa possedere il dono e la possibilità del cambiamento, Bettini ci insegna di capire l'essere umano invece di credere solamente a, menzogne, credenze e leggende che hanno indottrinato la nostra cultura e annacquato la nostra crescita personale.
Profile Image for Ilenia.
240 reviews22 followers
April 12, 2023
Il saggio è molto breve ed è disponibile in audiolibro, quindi io direi che vale la pena prendersi una passeggiata di tempo per dargli una possibilità indipendentemente dal fatto che i temi dell’identità, della tradizione e dell’origine vi appassionino (è questo il mio caso) o meno. Già dalle prime pagine, infatti, l’autore sottolinea come questi temi costituiscano una potente arma politica nel nostro paese e altrove, uno strumento che troppo spesso viene sfoderato non per l’arricchimento degli individui ma per provare a giustificare violenze e discriminazioni ingiustificabili. Siamo tutti chiamati alla riflessione.

Cos’è la “Tradizione”? Come è fatta? Che forma ha? Procede in verticale o in orizzontale? Siamo alberi che non possono che svilupparsi in un unico modo a partire da radici che non abbiamo scelto? Siamo rami che non possono e non potranno mai rifiutare il resto della pianta? Siamo basi di una montagna che sulla sua sommità venera i mitici antenati da cui discendiamo e che non potremo mai eguagliare in una gerarchia che soffoca le nostre potenzialità individuali? O siamo, invece, un fiume che scorre in orizzontale e che accoglie nel suo corso le acque di tutti gli affluenti che incontra lungo il suo percorso? Abbiamo il diritto di scegliere la nostra tradizione e la nostra identità o si tratta di una condizione inevitabile, già scritta? Questi alcuni degli interrogativi sui quali si cerca di ragionare nella prima parte del saggio, analizzando la potenza delle metafore ricorrenti nel discorso sul tema, immagini legate alla vita e al mondo naturale, così come il ruolo che l’istruzione gioca nell’acquisizione di un’identità, di una tradizione che ci viene raccontata come una caratteristica innata nell’individuo ma che non lo è affatto.

Stabilito questo punto è allora necessario chiedersi: cosa imparare? Cosa insegnare? Perché ogni decisione diventa una re-cisione, una selezione di elementi sulla base di alcuni criteri. Quali? Perché proprio questi? La decisione è immutabile, una volta presa? O può essere adattata alle esigenze del proprio tempo?

Andando sempre più in profondità ci si accorge di come questa “tradizione” utilizzata come ultima parola per zittire il dibattito in quanto entità superiore unica, eterna, immutabile, innata nell’individuo e uguale per tutti gli individui della comunità sia, in realtà, una costruzione sociale, un insieme di scelte compiute da un gruppo sociale nel corso del tempo. Una scelta che, quindi, ogni individuo ha il diritto di compiere. Sta a noi decidere, re-cidere quegli elementi che ci porterebbero alla chiusura e alla violenza per abbracciare, invece, valori storici che ci rappresentano di più e che creano, dal passato al presente, una linea fatta di ricchezza, di apertura e di tutto ciò verso cui vogliamo continuare a tendere attraverso i secoli e i millenni.

Molto belle anche le riflessioni sulle riforme agli ordinamenti scolastici e sul problema del turismo di massa come ostacolo alla memoria culturale. Purtroppo, però, questi punti sono affrontati in modo molto – troppo - sbrigativo. Mi rendo conto che il saggio è breve e che non è pensato per sviscerare completamente un argomento così ampio, ma avrei comunque voluto qualche approfondimento in più.

(Avevo già letto “Elogio del politeismo” dello stesso autore - anche quello piuttosto conciso ma con molti spunti di riflessione interessanti - e consiglio di dargli un’occhiata se cercate riflessioni brevi e generali su questi temi)
Profile Image for Ellie.
6 reviews2 followers
December 2, 2018
Absolutely enlightening and clever. A must-read for all those interested in the processes of formation of traditions and in the peculiarities of group memory.
Profile Image for Daniela Bonanomi.
15 reviews2 followers
December 23, 2023
decostruirsi e riflettere è sempre potente e Bettini ne offre sempre la possibilità con una scrittura diretta, concisa e chiara. tradizione, cultura e identità sono fluide, modellabili e politiche.
24 reviews
Read
June 18, 2026
Intéressant, l'idée des racines imaginées non pas comme verticales mais plutôt horizontales m'a parlé, mais à part ça je n'y ai pas trouvé de points vraiment illuminants.
Profile Image for dv.
1,422 reviews60 followers
October 30, 2017
Semplice e immediata introduzione antropologica al tema dell'identità e della tradizione. Adatto a chi sia in cerca di un primo approccio al tema, perfetto come lettura introduttiva per studenti o curiosi.
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