Calaciura crea una scrittura capace di mostrare la crudezza del mondo della prostituzione, senza scadere in un volgare di maniera, da film americano d'azione. E' una lingua espressionistica, letteraria, che non cerca di imitare quella reale, ma che comunque guarda al linguaggio basso con interesse, riprendendo elementi del dialetto siciliano per donare maggiore forza alle rappresentazioni.
Il testo è senza trama e ruota intorno alla voce del narratore, una donna africana impegnata nella prostituzione da strada, un mondo sudicio e povero. La ripetitività della vita da strada viene puntellata da eventi tragici, che però non riescono a creare intreccio e si limitano a essere epifanie di dolore, in cui il lettore si immedesima nell'impossibilità ad agire della voce narrante e di tutte le altre donne. Solo nel finale, attraverso l'inganno, la narratrice otterrà un'importante vendetta: ma nulla, non cambia nulla, tutto resta come prima e il gesto diventa mera cronaca, senza nessuna evoluzione.
Una prosa poetica, che non imita nessun linguaggio reale e che eppure con la realtà fa i conti, mostrandone il lato glaciale, in cui tutto si mostra come macchie di disperazione senza via di uscita, senza sbocchi narrativi, senza alcuna possibilità di creare una storia, ma solo scene slegate e senza direzione. Sensi puntuali, che non portano da nessuna parte.
Un romanzo che non produce nessuna catarsi e che lascia il lettore da solo, nella sua impossibilità nel modificare le cose. Un romanzo crudele sia verso i suoi personaggi, sia verso il proprio pubblico.
Per quanto ne apprezzi lo stile, davvero alto, e l'intelligenza, l'assenza di una trama lo rende pesante. Per chi vuole fare un'esperienza estetica di qualità che non impegni troppo tempo, vista l'esiguità del testo.