C’era una volta Wonderland, una terra di racconti meravigliosi fatta dalle parole dei romanzi, dalle trasmissioni radio, dalle figure dei fumetti, dalle immagini del cinema e della televisione. Wonderland è l’America con la sua industria culturale. Un soft power, che ha costruito una vera e propria ideologia. La sua storia ci consente di comprendere le eredità che solcano ancora l’immaginario dell’Occidente contemporaneo. Nel 1933 viene lanciato nei cinema USA I tre porcellini di Walt Disney. Questo piccolo avvenimento segna l’inizio della parabola della cultura mainstream promossa dai film delle majors hollywoodiane, raccolta e amplificata dalla radio e dalla tv. Questo tipo di cultura, basata su un’idea consolatoria dell’intrattenimento, fondata su una visione manichea del bene contro il male e sul must del lieto fine, prende forma allora e mette radici nell’immaginario collettivo dell’Occidente. Basti pensare a film come Via col vento, Il mago di Oz e Gli uomini preferiscono le bionde, o a fumetti come Tarzan, Dick Tracy o i supereroi. Dopo la seconda guerra mondiale si assiste invece alla nascita e al successo di una controcultura di massa, animata – sin dai primi anni Sessanta – soprattutto dalla formazione e dal successo della musica rock. Bob Dylan, Beatles, Pink Floyd intrecciano i loro rapporti con il coevo ‘nuovo cinema’ di Hollywood, da Easy Rider a Il laureato, fino alla nuova produzione teatrale di Broadway e alle nuove forme della programmazione televisiva. Una cultura alternativa, con al centro gli afroamericani, i ragazzi e le ragazze delle subculture giovanili, i militanti per i diritti civili. Questa costellazione potente si dissolve a partire dalla metà degli anni Settanta permettendo alla cultura di massa mainstream di rinnovare la sua egemonia, ancora oggi evidente.
Nato nel 1957. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia e Civiltà all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. Dal 1992 insegna Storia contemporanea all’Università di Pisa. Fra i suoi libri: La nazione del Risorgimento, Il Risorgimento italiano, L’età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all’imperialismo, L’età contemporanea. Dalla Grande Guerra a oggi, Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo.
Well, I didn't actually read all of this, but much of it in preparation for speaking to Italian university students about music and culture in San Francisco from the beats/jazz, hippies/rock, the the art punks/punk. Although obviously not aimed at someone like me, old enough to have lived through much of the history recounted here, the book is a well-organized history of some of the key moments of US popular culture and particularly the fringy, anti-establishment figures and movements and how they work into the mainstream. I, myself, as both a US person, artist, and intellectual (rather than active or violent) revolutionary, would have used a more Marxist framework and delved deeper into how capitalism both regularizes rebellion and promotes it by selling whatever commodities rebellion produces, often making rebellion appear as inert as conformity, or at least as ridiculous, a mere fashion choice among others. But, well, that's not what Banti wanted to do, obviously. I think he just wanted to lay out the figures of US popular culture for the next generation--those who didn't live through it and are from a slightly different Italian culture--to be able to see and understand some of its significance.
Sicuramente un saggio ben fatto che analizza la cultura di massa: dalle sue origini americane fino ai campi musicali e cinematografici odierni. Ma non sono riuscita ad apprezzarlo pienamente in quanto mi è stato dato come libro di esame, e sinceramente non mi è stato così istruttivo sulla materia, è stato solo "noioso" doverlo studiare durante la sessione, dato che comunque le analisi sulle varie tendenze erano abbastanza semplici e scontate.
Bel libro, chiaro e scorrevole sulla cultura di massa (98% US, 2% UK, 0% tutto il resto del mondo) dagli anni '20-'30 a quasi oggi. Prevalentemente orientato a descrivere il mondo musicale con corpose deviazioni verso il cinema e rare analisi letterarie o sulle arti figurative (beat e pop, rispettivamente). Magari uno specialista potrà comprendere meglio i limiti, tematici e analitici, di questo testo, ma per me è stata una piacevole lettura. Non tutto mi ha convinto, per esempio io credo che i Beatles abbiano giocato un ruolo di rottura più grande di quanto Banti non sia disposto a riconoscergli e mi è dispiaciuto trovare Spielberg citato tra gli autori della restaurazione (è vero che Spielberg ha prodotto film di enorme successo di cassetta, ma io lo considero più un infiltrato della controcultura nel sistema che un aderente al sistema tout court. Nel complesso un ottimo testo introduttivo e generale sul tema.
Un ottimo libro per approcciarsi alla cultura di massa vista prevalentemente dal mondo della musica con collegamenti sociologici e non solo. Cinema, spettacolo, arte e altro si uniscono perfettamente per delineare un’ottima prospettiva degli anni a partire dal 1930 ad oggi. Super consigliato!