Questo è il secondo romanzo dell’autrice che leggo.
Per un certo periodo di tempo l’avevo evitata, convinta che scrivesse romanzi troppo mielosi e troppo simili agli Harmony che ancora si trovano nelle edicole.
Poi con “L’isola delle farfalle” mi sono dovuta ricredere. Per cui ho letto con piacere questo secondo romanzo dell’autrice tedesca.
Corina Bomann ama scrivere storie con più fabule intrecciate e frequenti cambi di punto di vista e di salti temporali.
Anche in questo romanzo l’autrice non si smentisce. La storia inizia presentando al lettore Nicole, una donna di trentotto anni che vive a Colonia, single e incinta di quattro mesi. Il compagno storico David, padre del bambino, l’ha infatti lasciata alla notizia della gravidanza.
Uno dei patti silenziosi della coppia era proprio quello di rimanere una famiglia composta da due persone; Nicole però, con l’avanzare dell’età, sceglie di dimenticare questo patto e riesce a rimanere incinta. David si infurierà talmente tanto da lasciare entrambi senza pensare di voltarsi indietro.
Crescere un figlio da sola non è il vero dramma della storia. Al feto infatti viene diagnosticata una malattia cardiaca e la ginecologa di Nicole le consiglia di scavare nel passato della sua famiglia, cercando di capire se il difetto sia ereditario, rendendo necessaria un’operazione pre-natale.
Ma Nicole non ha mai conosciuto il padre, perché la madre, Marianne, da cui la donna si rifugia quando scopre la triste notizia, non ne hai mai voluto parlare.
Così alla prima fabula si aggancia la seconda fabula, quella degli Anni Settanta, che ci porta indietro nel tempo, a conoscere una giovane Marianne, figlia di un pittore di fama mondiale, che desidera solo avere una vita semplice e insegnare il francese. Disapprovata dal padre per la sua scelta, Marianne va a vivere da sola, fino al giorno in cui vince un programma di scambio per docenti e inizia la sua avventura in un piccolo borgo della Lorena.
Così l’autrice fa saltare il lettore da un’epoca a un’altra, svelando i drammi della madre che sono destinati a divenire anche quelli della figlia.
Una storia preziosa, scritta con cura, che restituisce due ambientazioni diverse in modo eccellente, due generazioni in modo eccellente, due personalità differenti in modo eccellente.
Un romanzo che intrattiene e fa riflettere sul ruolo della famiglia, sul peso che i figli hanno nella vita e su come i segreti celati per tanti anni siano destinati a essere svelati nel futuro, perché contengono la chiave per risolvere i drammi del presente.
Nicole e Marianne sono figlia e madre, donne forte e concrete, che hanno tanto amato e che sono state scottate dall’amore; donne che saranno destinate a leccarsi le ferite in solitudine, mettendo al primo posto la loro vita e quella dei figli che sono nati dall’amore, un amore rinnegato o venuto a mancare per colpa delle circostanze.
“L’anno dei fiori di papavero” è un romanzo delicato e introspettivo, un romanzo che parla di donne destinato a un pubblico prettamente femminile, che sceglie di relegare gli uomini in secondo piano perché è attraverso la felicità personale che queste donne sbocceranno e non per merito della presenza o assenza dei maschi che hanno amato o creduto di amare.
Anche questa seconda della Bomann mi ha soddisfatto, per cui sono sicura che leggerò altro di questa autrice in un futuro prossimo.