Il sostrato di questo romanzo, il secondo di Deotto, è una realtà aumentata, nel senso che poggia su basi realistiche, concrete, attuali, indagate nei loro sviluppi probabili, possibili o apocalittici. Cosa che Fabio Deotto fa abitualmente nella sua attività di giornalista (per diverse riviste di carta e sul web). Come scrittore, sembra mosso da un ancora più pronunciato "realismo apocalittico", che sfocia in una distopia assieme mirabolante, cruda e terribile. In una Milano futura - l'anno non viene specificato -, dopo un Crollo di cui possiamo solo indovinare la natura (comunque energetico ed economico) e che assolve al suo ruolo di discontinuità in ottica post-apocalittica, il denaro è abolito a favore di "punti sanitari", il lavoro non è più necessario (ognuno riceve dei rifornimenti periodici, come in un enorme piano di pensioni da iper-socialismo post-liberista), i droni-poliziotto assicurano l'ordine e ognuno è connesso attraverso lenti impiantate che "aumentano" la realtà.
In questo quadro vagamente utopico si delinea presto una sottotrama di alienazione, di controllo e di esclusione (i pre-cittadini costretti a lavorare per acquisire i punti necessari alla cittadinanza, i paria lasciati marcire sotto la pioggia acida, gli stessi cittadini obbligati a sottoporsi a un costante training salutista, le fibre video di cui sono rivestiti i palazzi capaci di monitorare tutto ciò che accade…), in cui si snoda la doppia trama di Edoardo e di suo nipote Sealth.
La terapia cui si sottopone Edo è un flashback orientato alla rivisitazione di un trauma che lo ha reso a lungo andare apatico e accumulatore seriale, teoria che presto si rivela più invadente del previsto (siamo dalle parti di Total Recall…): oltre a rappresentare un efficace espediente narrativo, è anche la parte più avvincente della storia. Che si consuma in una rivolta dagli esiti ben poco edificanti. Deotto non lascia spazio alla speranza, sembra sentirsi in dovere di condurre fino in fondo la sua visione, fino a sfiorare la cupezza di Dick e Ballard.
Etico senza essere retorico, condito da un pizzico di nostalgia per i bei tempi andati (i riferimenti alle rock band e ai dischi degli anni Novanta), Un attimo prima è un romanzo maturo e appassionante, alieno ai cliché della narrativa d'azione pure se sorretto da un ritmo che ti aggancia e non ti molla. Una bella prova seconda per uno dei nostri migliori (massì, giovani) scrittori.