Numerosi sono i romanzi che leggo. Numerose le storie che vivo. Dalla mia personale cabina di comando ogni giorno sento la voce di autori che, affacciatosi da poco o da molto nel campo dell'editoria, osservano il mondo per la prima volta, ancora attaccati al mondo di fuori.
Fra scrittori c'è quasi sempre un'immediata fratellanza . Fra lettore e autore s'instaura nell'immediato una certa intesa, e l'io, che altrove ha sempre bisogno di affermarsi, di difendersi, fra le pagine bianche di un romanzo si sente tranquillo.
Così mi sono sentita fra le pagine di La suora giovane, romanzo di un autore novecentesco celebre, ma non per me, che ne ignorava completamente la sua esistenza, la cui proposta di leggere il suo figlio di carta si è rivelata una grande occasione. Opportunità in cui mi è stato possibile raccogliere tutte le ossa che si vuole, costruire la parte più splendida del mondo, e creare una sorta di battesimo magico che riesca a mettere in contatto questo mondo con quello dell'altro.
Ogni romanzo ha un suo modo di presentarsi, di farsi vedere al suo meglio. Quello di Giovanni Arpino, per me, è stato La sposa giovane, suo figlio di carta, la sua anima, la sua faccia imbellettata, il suo biglietto da visita. Lettori curiosi, avidi di sapere approdano fra le sue pagine da ogni parte e in realtà non ci sarebbe bisogno di vedere altro, perchè in questo breve ma prezioso romanzo ho visto quel concentrato di tutto quel che Arpino ha riversato, mediante quel contenitore imperfetto che è la scrittura, in poco meno di duecento pagine: la sua efficienza, la sua profondità, la sua intensità, il suo ordine, il suo modo di essere pulito e onesto.
Io, data la mia condizione di lettrice onnivora e curiosa, non potevo di certo esimermi di entrarci e, come tutti quelli che avevano varcato la soglia, anime desiderose e insaziabili senza vizi se non quello della lettura, poveri immigrati ed esploratori, approdai in una regione dell’Italia ancora prostata dal comunismo, con un invito inaspettato: per via dell’ennesima sfida di lettura, che mi avrebbe visto impelagata con una suora. Fu così che, all'inizio dell’estate, arrivò Arpino. In quei giorni non mi immaginavo di certo che in poco tempo mi sarei trovata a vagare in un buio e ampio orizzonte. Facendo rotta fra le pagine bianche di una storia che enfatizza ed esplica il coraggio e l’amore come elemento primordiale. Ero rimasta incastrata nel momento culminante. E sapevo che, quando mi fossi inoltrata ulteriormente nella storia, non avrei fatto tanto facilmente ritorno. Ma in questi giorni non mi è importato proprio di nulla: Antonio Mothis mi aveva trattenuta e non volevo congedarmici. Una storia enigmatica e trascinante, in una prosa veloce, ritmata e fluida, di presa immediata sul lettore. Sullo sfondo della Torino del 1950, tutta insegne FIAT e squilli di tromba nei cortili delle caserme, con il Po che scorre gonfio colore della terra, un incontro l’ha distolto dal sentiero della felicità semplicemente risucchiandogli l'anima e tutto ciò cui teneva di più caro al mondo. Allo stesso modo non farsi intenerire è stato dannatamente difficile, andando a vederlo, appena alzata, o prima di andare a letto, repentinamente e impreparata di cosa potessi ancora aspettarmi.
Il suo arrivo sembrava non possedere niente di speciale, niente di particolare. Al crepuscolo, da un finestrino di una macchina proveniente dal centro della mia città, sullo sfondo di un sole rossissimo, col fragore delle macchine e il fetore dei gas di scarico, conobbi Antonio come mi è capitato di conoscere uomini della sua età: con lo spettro del passato che si muove attorno a loro, veglia sulle loro fragili membra, rimasugli della sua natura sempre pronta a riguadagnare terreno se lasciata a se stessa.
Contemplando l'immagine ritratta in copertina, penso a quanto sia stato terribilmente difficile restare impassibile alla sua storia. E' stato terribilmente difficile ignorare il brusio sommesso di una giovane ragazza, la femme fatale, che in un rapporto ambiguo, fatto di paure, attese, inseguimenti, esitazioni, presagi d'amore, in un crescendo perfettamente ossessivo, farà vacillare la sicurezza che aveva inseguito per tanti anni invano, Antonio. Fra le pareti di casa, in compagnia di una fievole fiamma che tuttavia si ravviva con la sua vicinanza, che lo appaga ma non completamente, quando scopri che alla fine è stato costretto a strisciare a terra come un bruco. Avanzare a tentoni, e poi tramutarsi in farfalla e spiccare il volo. In un mondo invisibile agli occhi, guardandosi attorno nell'oscurità del suo animo, aggirandosi come una sagoma vibrante di luce, catapultandoci in una dimensione dove il cielo ha il colore degli oceani e le nuvole assomigliano a schiuma bianca infranta sugli scogli.
Antonio ricorderà questo incontro come si ricorda il bruciore di una ferita ancora aperta. Quel momento in cui tutto accadde, dovette mettere a tacere la sua voce interiore per purificarsi dal passato e per accettarsi; così smarrito, costretto a una vita che non gli appartiene più. Con un passato tutto da scoprire alle spalle, una sfilza di sogni infranti con un bagaglio vasto di esperienze.
Ogni cosa richiede tempo. A volte pensiamo che sia qualcosa destinato a durare in eterno, ma non è così. La vita è una continua tempesta di cambiamenti e, mentre noi affoghiamo nel dolore e nella disperazione, una catena di eventi tesse inevitabilmente il nostro personale destino. Ci riserva una serie di occasioni, opportunità che, se ignorati, potrebbero tramutarsi in rimpianti. E, pur quanto questa cosa sia terribilmente ingiusta, talvolta è un semplice contatto che ci fa ritrovare nella nostra solitudine. Fino al giorno in cui spireremo e leggiadre saliremo al cielo fra le avverse stelle. Un romanzo che lascia segni concreti del suo passaggio, che ha fatto vibrare le corde dei sogni, e che, come una lieve carezza che sfiora il viso, conquista per la sua indubbia forza. Per l'energia, il coraggio che Arpino ci trasmette così bene. Un pezzo di vita che potrebbe essere di chiunque in cui ci si rammarica di quanto sia effimera la vita dei comuni mortali, ma illudersi facilmente che vivremo per sempre.