«Occorre una politica che prenda le mosse dallo straniero inteso come fondamento e criterio della comunità».Nel paesaggio politico contemporaneo, in cui domina ancora lo Stato-nazione, il migrante è il malvenuto, accusato di essere fuori luogo, di occupare il posto altrui. Eppure non esiste alcun diritto sul territorio che possa giustificare la politica sovranista del respingimento. In un’etica che guarda alla giustizia globale, Donatella Di Cesare con limpidezza concettuale e un passo a tratti narrativo riflette sul significato ultimo del migrare, dando prova anche qui di saper andare subito al cuore della questione. Abitare e migrare non si contrappongono, come vorrebbe il senso comune, ancora preda dei vecchi fantasmi dello jus sanguinis e dello jus soli. In ogni migrante si deve invece riconoscere la figura dello «straniero residente», il vero protagonista del libro. Atene, Roma, Gerusalemme sono i modelli di città esaminati, in un affresco superbo, per interrogarsi sul tema decisivo e attuale della cittadinanza. Nella nuova età dei muri, in un mondo costellato da campi di internamento per stranieri, che l’Europa pretende di tenere alle sue porte, Di Cesare sostiene una politica dell’ospitalità, fondata sulla separazione dal luogo in cui si risiede, e propone un nuovo senso del coabitare.
Donatella Di Cesare (Rome, April 29, 1956) is an Italian philosopher, essayist and columnist who teaches Theoretical Philosophy at the "La Sapienza" University of Rome. She is one of the most present philosophers in the Italian and international public debate, both academic and media, collaborates with several newspapers and magazines including "L’Espresso" and "il Manifesto". Her books and essays are translated into English, French, German, Spanish, Danish, Croatian, Polish, Finnish, Norwegian, Turkish, Chinese.
Un libro politico, e in questo senso filosofico, che parte dal presupposto che le migrazioni non siano "questioni" da risolvere ma un'epica che accade e con cui siamo chiamati a confrontarci. E in quanto epica pone dei miti ma soprattutto richiede una ridefinizione semantica del nostro linguaggio e delle categorie politiche a cui siamo abituati. La svolta, scrive l'autrice, non è scegliere fra ius soli e ius sanguinis, ma sforzarci di far diventare la fenomenologia anzitutto una topologia, partendo dal ridefinire che cosa deve poter essere "abitare". Io ci ho letto un forte elemento rivoluzionario, nel solco di uno spirito anarchico che accoglie di buon grado lo smascheramento dello stato-nazione.
Per conto mio si tratta di un punto di partenza che già da solo vale la lettura del libro.
I recently had the privilege of reading "Philosophy of Migration" by Donatella di Cesare, and it's truly an enlightening masterpiece. As someone with limited background in philosophy, this book managed to captivate and educate me in ways I never expected. It opened my eyes wider than ever before, challenging me to delve into complex philosophical themes. While there were moments when I struggled to fully grasp the intricacies of these topics, the overall experience was nothing short of beautiful. Simultaneously, it was profoundly unsettling. This book compelled me to reflect on my own privilege, even as a descendant of immigrants. "Philosophy of Migration" is a must-read for anyone seeking a deeper understanding of migration and its profound philosophical implications. Donatella di Cesare's work is a thought-provoking journey that will resonate with both newcomers to philosophy and seasoned scholars.
Fortemente deluso. È chiara l'avversione dell'autrice per la filosofia analitica ma da ciò a escludere completamente elementi fattuali o logici ci dovrebbe essere differenza. Il libro finisce per essere una ripetizione continua degli stessi concetti base che se spiegati con parole pane potrebbero essere riassunti in poche righe e che invece vengono dilatati, inutilmente a dismisura.
Io proprio non vedo tutti questi stati che chiudono le frontiere e non vogliono gli immigrati, forse se l'autrice avesse spiegato la sua tesi invece di perdersi nei soliti fumosi discorsi dei filosofi...
The book touches upon important aspects such as why migration is not discussed enough. It suggests that professionals without a migration background dominate the discourse in political and social philosophy, resulting in migration policies that fail to address the needs of those directly affected.
Un libro profondamente stupido: dopo una prima parte quasi da salvare, si passa a un lunghissimo guizzo etimologico fine a sé stesso, per poi finire con una soluzione da volemmose bbene che non aveva bisogno di tutta la fuffa che la precede