Free solo an der Als Hansjörg Auer die 1200 Meter lange Route »Weg durch den Fisch« allein und ohne Seilsicherung durchsteigt, steht die Kletterwelt kopf. In seinem Buch beschreibt er die Sehnsucht, die ihn immer wieder zu solchen extremen Aktionen treibt. Freimütig spricht er über den plötzlichen Ruhm und seinen Weg zum professionellen Bergsteiger. Kompromisslos ehrlich schildert er dabei, wie er seine Magersucht überwand, was es bedeutet, einen Freund am Berg zu verlieren und mit seiner Meinung öffentlich anzuecken. Ein kluges Buch über Vernunft und Leidenschaft im Alpinismus und die Kunst der natürlichen Linie.
Ein wichtiges Buch, sehr reflektiert mit Eindrücken vom Innenleben eines Kletterers, wie man sie anderswo vergeblich sucht. Leider schlecht geschrieben und für Nicht-Alpinisten schon deshalb wohl kaum verständlich.
Ein großartiges Buch! Sehr persönliche und emotional mit genau dem richtigen Maße an Berg Geschichten. Das Buch regt zum nachdenken und selbst reflektieren an. Ein Muss für jeden Menschen der etwas anspruchsvoller in den Bergen unterwegs ist und so etwas wie "Ziele" in ihnen sieht. Der mittlerweile leider verstorbene Hansjörg Auer schafft es durch seine direkt und intime Sprache den Leser sehr direkt ins erlebte einzutauchen. Auch seine Meinungsdarstellung zum Thema Bohrhaken und Alpinismus im Allgemeinen sind sehr interessant und lesenswert. Ich kann das Buch jedem weiterempfehlen auch wenn er wenig mit Bergsport am Hut hat!
Hansjörg Auer (Austria, 1984 – 2019 Canada) è stato un climber di fama internazionale (nonché membro della prestigiosa North Face Outdoor Team) giunto alla ribalta del grande alpinismo per aver fatto “La via del pesce” in Marmolada in Free Solo (ma non è stato l’unico, né il primo né l’ultimo di solo…). Quinto di sette figli di una tipica famiglia contadina dell’Ötztal, figlio di una madre abbastanza tenera e di un padre appassionato di sport di resistenza (come lo sci di fondo), timido, introverso, afflitto da un complesso di inferiorità, bullizzato a scuola, Hansjörg trova nello sport (praticato in solitaria) quel sollievo, quella pace, quel senso di realizzazione di sé, tali da spingerlo a praticarlo sempre di più (sia lo sport che il farlo da solo). Ha iniziato, come tanti, coi giri in montagna in famiglia, ma all’epoca di arrampicata non se ne parlava. Questa subentrò un giorno, quando aveva circa dieci anni mentre osservava estasiato le pecore che stava pascolando che con quei loro minuscoli zoccoletti riuscivano ad arrampicarsi su di un masso al bordo del prato. Hansjörg volle provarci (per riuscirci) anche lui. Fu una fatica tremenda e all’inizio anche parecchio scoraggiante ma alla fine ci riuscì anche lui. E da quel momento venne infettato dal “virus dell’arrampicata”. Hansjörg prese a frequentare dei corsi della palestra indoor che aveva appena aperto nel villaggio affianco e quando il corso finì, si organizzò con un paio di amici per andare a scalare in natura. Fu l’avventura pura. Fu anche un’adolescenza grandiosa che però cominciò a virare verso un lato oscuro: Hansjörg non è più solo appassionato, ma è ossessionato. Vuole scalare. Sempre. Sempre. Sempre. E da solo. Vuole avere tutto sotto controllo, a cominciare dal suo peso, dai suoi morsi di fame: lui vuole essere il più forte. Ed è così che cade nell’anoressia. Entrato in questo tunnel a causa dell’arrampicata, ne esca sempre grazie ad essa: sempre più debole ormai per tenere le prese, scivola e si rompe una caviglia. Ricoverato in ospedale, è costretto a mangiare tre volte al giorno. Non ne è estasiato, ma capisce di avere anche un problema mentale oltre ad uno fisico e decide così di cogliere l’occasione per guarire oltre che alla caviglia, anche la sua testa. La motivazione era semplice ma fortissima: se avesse continuato a rimanere così debole, non avrebbe mai più potuto scalare perché non ce l’avrebbe fatta con la forza fisica. Hansjörg guarisce dall’anoressia: un percorso personale incredibile e meraviglioso, grazie all’arrampicata. Tuttavia se all’inizio del suo scritto, il lettore si trova ad avere a che fare con una persona dall’emotività ristretta, altrettanto va detto lo ritrova alla fine del suo libro: da isolato, Hansjörg passa ad elitario, una persona che non accetta di scalare con chiunque (molto meglio da solo!) e disprezza chi adesso si fa avanti per complimentarlo (ma che al liceo lo sfotteva – e si capisce benissimo); abbastanza arido emotivamente, si riscalda quando è invece tra la cerchia famigliare, dove si sente incondizionatamente amato (specialmente da uno dei fratelli con cui condividerà un bellissimo percorso di sviluppo personale e di arrampicata). Il linguaggio del testo così come la sua struttura riflettono sia la personalità di Auer (profonda ma contenuta nella sfera emotiva) che i suoi modelli letterari: si riconosce essere stato un avido lettore di relazioni di vie. Seppur connotato e colorato dall’incisivo percorso personale e dalle molteplici riflessioni sulla vita molto, molto profonde, questo libro richiede un lettore di profilo perché ricalca moltissimo la relazione delle vie e poco concede all’emotività, che va invece scavata tra le righe delle descrizioni delle vie percorse. Un testo imprescindibile visto il calibro di Hansjörg, ma non per tutti.