☆☆½
La fuga di un serpente dallo zaino in cui era tenuto imprigionato crea scompiglio e tensione nella camerata di una caserma di Stoccolma.
La seconda guerra mondiale si avvia verso l’epilogo ma l’esercito svedese si prepara ancora a fronteggiare una eventuale invasione; per i militi, che già trascorrono il tempo tra la fatica di inutili esercitazioni e la noia dell’attesa durante una estate soffocante, la minaccia costituita dal rettile in libertà trasforma le ore notturne in un succedersi di insonnia e terrore, paura e angoscia.
Simboleggiate dalla presenza invisibile del serpente, paura e angoscia sono gli stati d’animo più ricorrenti nelle pagine di quello che è ritenuto il capolavoro di Stig Dagermann. Il romanzo, disomogeneo per forme espressive e struttura, è composto da sette “capitoli” (non numerati) che si possono idealmente dividere in due parti distinte.
La prima, costituita esclusivamente dal racconto iniziale intitolato “Irène”, comincia con successioni di immagini e inquadrature in stile cinematografico: primissimi piani e dettagli, alternati, per mezzo di zoomate vertiginose, a campi lunghissimi su paesaggi immobili e silenziosi che preannunciano l’inquietudine e il vuoto interiore che dovranno affrontare i personaggi. Gli atti vili e criminali che due di essi mettono in pratica, accentuano le atmosfere già cariche di cattivi presagi.
Nella seconda sezione, che raggruppa gli altri sei racconti, l’azione si trasferisce da uno sperduto villaggio della campagna svedese a una caserma della capitale. “Non riusciamo a dormire” segna l’inizio della seconda parte e a questo punto, quando allo scopo di trascorrere la notte alcuni militari raccontano una storia personale ai compagni, il libro sembra piuttosto una raccolta di novelle. Questi sei racconti sono accomunati soprattutto dalla presenza di alcuni personaggi e dalle loro vicende legate alla vita in caserma. Regolata da un’autorità inflessibile, incomprensibile e ottusa, che oltretutto provoca alienazione e demotivazione al lavoro, l’aspra quotidianità spinge i militari a cercare sfogo in libere uscite in città che si risolvono spesso in serate allucinate, angosciose o violente; ma altre volte, da monologhi e dialoghi ai confini della coscienza, nascono anche riflessioni politiche o esistenziali.
Il collegamento tra le storie comincia ad apparire soltanto con la lettura del penultimo racconto.
Un elemento che contribuisce a destabilizzare la lettura è costituito dalla voce narrante, che in genere racconta da punti di vista differenti; nell’unico caso in cui il racconto è effettuato in prima persona da uno dei militari, non è possibile stabilire di quale si tratti. A rendere ancora più confusa l’identificazione del narratore contribuisce anche l’interpretazione del racconto “Irène”, una storia caratterizzata dalla presenza di moltissime similitudini: più avanti, a circa metà del libro, si lascia intendere persino che l’artefice dell’opera possa essere individuato in uno dei personaggi (il militare Scriver, “lo scrittore”) mediante l’affermazione: “Lui ha un modo suo particolare di comprimere, per così dire, tutto quello che ci succede in cornici di similitudini…”.
Il continuo ricorso a forme del linguaggio figurato è ancor meno convincente del complicato meccanismo narrativo. Se lo stillicidio di similitudini si esaurisce in gran parte dopo il primo racconto, ciò non vale per le metafore che, al contrario, sono una costante del romanzo. Efficaci quando sono utilizzate per rappresentare i diversi stati d’animo, diventano un ulteriore fattore di confusione nei casi in cui si protraggono per molti paragrafi o riappaiono all’improvviso dopo qualche pagina.
La struttura narrativa del romanzo è più confusa che complessa. Le motivazioni dei personaggi talvolta appaiono incomprensibili, se non inesistenti. Occorre inoltre molta attenzione per memorizzare simboli ricorrenti e rimandi tra un racconto e l���altro; ma è uno sforzo che può comunque rivelarsi inutile poiché, come scrive il traduttore Fulvio Ferrari nella postfazione, “In altri casi la spiegazione esplicita non arriva mai e viene lasciato al lettore il compito di coordinare gli indizi e ricostruire l’accaduto”.