La tesi dell'autore direi che è duplice: 1) tutti gli autori postmoderni si sbagliano grandemente nell'interpretare l'attuale situazione; 2) dobbiamo mettere da parte Ottocento e Novecento e riprendere a pensare a partire dall'Illuminismo.
In una prima parte espone gli argomenti preferenziali della post-modernità (fine della storia, del soggetto, dell'arte ecc.) e già accenna alla loro infondatezza. (Tra parentesi, mi permetto di considerare: chiunque proclami la "fine di..." cose così essenziali nell'uomo dev'essere ingenuo o abbagliato dalla superbia. Hegel compreso).
Successivamente passa a considerare come - mentre i discorsi postmoderni riempiono le bocche e le pagine dei libri - la storia è più vivace (e accelerata) che mai, il dibattito etico vede una vistosa rinascita, il mondo artistico considera il postmoderno un filone del passato.
Propone di ritornare agli ideali dell'Illuminismo: tutti impegnati in uno sforzo comune, aperti a discutere opinioni diverse, ma con il vaglio della ragione, non con la tollerante (talvolta) indifferenza del relativismo. Convinti che esistono beni e verità oggettive e che l'impegno di tutti gli uomini che pensano debba essere indirizzato a migliorare l'umanità.
La prima parte meritava quattro stelle, ma la seconda mi ha deluso: la convinzione che il pensiero umano è vivo come sempre e che ci troviamo in tempi di grandi cambiamenti, dovrebbe lanciare verso il nuovo, verso il desiderio di dare nuove risposte a nuovi problemi (desiderio che pur si intravede nelle parole dell'autore). Se si limita a dichiararsi grande ammiratore e aspirante emulo del Settecento... è un laudator temporis acti e perde molto di interesse.