I molti tormenti biografici e lo spettacolare suicidio seguito alla fine del suo matrimonio hanno fatto di Sylvia Plath un vessillo del femminismo, relegandola in una gabbia ideologica che ne ha posto in ombra il valore di poeta. Ma è la sua poesia, profondamente oracolare e al di là del tempo, a sancirne il più autentico messaggio. In questo volume, arricchito da un'accurata cronologia, da una bibliografia su quanto pubblicato di lei e su di lei in italiano, da numerose immagini poco note e da una selezione di alcuni suoi testi e interventi, Leonetta Bentivoglio, scrittrice e giornalista di Repubblica, ma qui prima di tutto «amante» e sentimentalmente quasi «specchio» della dolente femminilità e dell'arte di Sylvia, ne delinea a suo modo il profilo.
"Il poeta lancia il proprio sguardo più in là del tempo ordinario. Non sa organizzare a fondo una narrazione pragmatica e troppo fedele allo spettacolo della vita che scorre. Per questo il lavoro in prosa di Sylvia non è mai grande letteratura. The Bell Jar è un romanzo modesto e impregnato eccessivamente di autobiografia."
Che cantonata pazzesca. Al di là dell'opinione personale - barbogia e accademica - su "La campana di vetro", quanta miopia ci deve essere nel riuscire a contraddirsi nello spazio di tre frasi? Parto da un primo presupposto: che la prosa letteraria debba essere pragmatica e riproduzione fedele della vita che scorre è un concetto superato al punto da essere anche già decomposto. Da decenni. Il romanzo come susseguirsi di eventi, con inizio-svolgimento-fine, con percorso del protagonista e parabola conclusiva è un campo abusato, quasi sterile. Questa tipologia narrativa, questa sequenza di scene e fotogrammi ben orchestrata e rincuorante, oggi sopravvive e prospera soltanto nel cinema molto commerciale. Seconda premessa: la vita non scorre. Non la mia, almeno. La vita si scava, si strappa, magari si consuma: di certo, però, non scivola. Non è ordinata, non è un tratto a matita tra due puntini numerati in ordine crescente. Se mai, è una successione di tappe in perpetua detonazione, per cui a volte pare davvero che basti inseguire un pensiero improvviso per alterarne completamente lo sviluppo. E da qui la mia rabbiosa incredulità: quanta cieca immodestia ci vuole per definire un romanzo modesto a causa del suo essere "impregnato eccessivamente di autobiografia"? Non è l'autobiografia - confusa e frammentaria - lo spettacolo della vita nella sua forma più pura? Il racconto della vita degli altri non è sempre una approssimazione filtrata e interpretata? O sono io l'unico che vaga nel mondo con consapevolezza solo di me stesso, a tratti nauseato dall'affollamento che mi creo nel cervello? Solo per queste tre righe, questo breve ritratto di Sylvia Plath ad opera di Leonetta Bentivoglio, per me è evitabile.
Ma non basta. Il presupposto di questo saggio è raccontare la poeta Plath svincolandola dalla vita che ha vissuto, togliendo "peso" al susseguirsi di tragedie che ne hanno caratterizzato l'esistenza e dando maggiore spazio ad altri elementi della sua poetica. È un fine che ritengo valevole, perché sono consapevole del giogo che grava su Plath nei grandi palazzi delle Accademie. (Un giogo che, andando alle fondamenta, si chiama patriarcato). Ciò detto, apriamo un po' gli occhi: solo nelle università ci si pone a Plath confinandola a questi modelli prefabbricati. Il lettore comune vi si approccia in modo istintivo, odiandola o stimandola, e solo in questa seconda evenienza si porrà il problema di approfondirla. Lo farà inevitabilmente scandagliandone la vita, ma sempre in una relazione paritaria, in un rapporto biunivoco di libero scambio e orizzontale, all'insegna del principio dei vasi comunicanti, connessi dall'empatia e non dalla critica letteraria: non avrà bisogno di costruirle un Pantheon di ispirazioni, né di vivisezionare i suoi versi con le proprie iperinterpretazioni. Ciò è proprio solo di chi si pone alla letteratura con superiorità e supponenza, dall'alto di una radicata convinzione di maggiore levatura intellettuale. Nella sostanza, poi, questa manovra è futile: tutte le tematiche evidenziate iniziano e si concludono nella vita di Sylvia Plath. Lei come figlia, lei come madre, lei come moglie, artista, donna. Lei amante delle piante, dei colori, della morte. Ché, siamo onesti, espurgare la vita dall'arte è un po' come cercar di sezionare in atomi l'aria con un retino per farfalle. Non sarebbe arte se di vita non si impregnasse, e tanto vale renderne conto e rendersene conto. Perché conoscere la biografia sì, dà coordinate - e solo queste. Tra le esperienze vissute e le parole date alla carta stanno i ghirigori dei pensieri e le astrazioni personali: quelle, fortunatamente (per ora, intendo... E spero di non vivere abbastanza da conoscere questa rivoluzione), non si possono trascrivere se non in una piccola percentuale. L'attrazione della letteratura risiede in questo silenzio: nella materia grezza che si è persa e in ciò con cui il lettore, prendendo dalla propria esperienza, la sostituisce per darsi ragione del prodotto condensato che lo scrittore ha tramandato. Odio questo modo di fare che vorrei gli umanisti lasciassero solo agli scienziati: ridurre in piccole porzioncine, affibbiare un'etichetta, sminuire la totalità e la sua magnificenza. Ridurre tutto ai minimi termini per capire, mi pare sia un meccanismo denigratorio se applicato alla produzione artistica.
E a proposito di etichette. In questo saggio, e in molti altri, Plath viene fatta rientrare nella poesia confessionale. Maestra di vita, immancabilmente citata, Emily Dickinson. C'è un problema palese - sempre il solito, il patriarcato -, in tutto ciò. Che il talento di Dickinson sia palese, è cosa nota ai sassi: forse meno che decenni di critica accademica hanno inculcato l'idea che, fondamentalmente, brava 'sta Emily, sì, ma comunque era una povera pazza disadattata. Un processo sistematico di svilimento del talento femminile. Non è un caso che si usi Dickinson come riferimento "culturale", poiché già solo dirne il nome suggerisce un'idea. Quella, appunto, della mezza matta che scrive poesiole (e "confessionale", infatti, è usato anche per Sexton, oltre che per Plath). Invito anche i lettori italiani a farci caso, a cercarsi quali sono le poetesse del Nord America pubblicate in pompa magna in Italia e a vedere per quante si parla di poesia confessionale e di Dickinson come "spirito guida" (alle altre autrici, magari a quelle non bianche, spettano solo gli scaffali delle piccole CE). Già solo nel termine "confessionale", poi, c'è tutto lo schifo del maschilismo. La confessione è lo strumento che nel corso del Medioevo la chiesa cristiana si è inventata per controllare la sessualità e l'affettività delle donne. Fu creata per legare a sé una porzione della popolazione che era "manovrabile" - per un problema sociale già pandemico - e grazie a ciò togliere potere agli uomini, impugnando i fili delle politiche matrimoniali. La confessione fu lo strumento di tortura nella guerra, tra chiesa e uomo - tra patriarcato e patriarcato -, combattuta sul corpo delle donne. [che poi, perché non si parla mai di poesia confessionale al maschile? Non si confidano alla pagina, gli autori penemuniti? Raccontano solo di eventi mitologia, battaglie e epopee?]
Insomma. Un saggio che probabilmente non si merita questo passaggio a filo di rasoio, ma che, davvero, principalmente mi ha dato rabbia, a fronte di poche nozioni di certo non sconosciute o innovative. E non mi sento neanche di fargliene una colpa. Il problema è a priori, nel modo in cui si parla di letteratura e, in particolare, di quella non scritta dai maschi etero cisgender.
Una biografia breve, ma piuttosto interessante: ho apprezzato il punto di vista dell'autrice, che cerca di offrire un'interpretazione della poetica della Plath che trascenda dalla pura chiave autobiografica, ma ammetto che avrei forse apprezzato un maggior approfondimento (pur rendendomi conto che non sarebbe stato lo scopo di questa collana). Si tratta comunque di un testo interessante, utile soprattutto a chi si approcci per la prima volta a questa poetessa.
Davvero mi mancano le parole per definire quello che ha significato per me leggere questo breve saggio. Ho sempre amato Sylvia Plath, una sorta di venerazione, non riesco a dormire se sul mio comodino non c’è una copia dei suoi Diari, eppure solo adesso mi sembra di averla conosciuta e capita. Leonetta Bentivoglio “affila” la lama nella carne viva, offrendo una lettura per me inedita di un’artista spesso travisata e diventata nell’immaginario collettivo una sorta di “vittima” della cultura patriarcale, del marito, della malattia mentale. Ma Plath era molto altro e molto di più: una strega, dilaniata dalle proprie diverse anime, a volte cattiva, spesso invidiosa e gelosa, sempre oracolare, del tutto consapevole del proprio valore e della propria superiorità, una Donna geniale che nel 1956, quando il marito era un poeta noto e ammirato e lei una giovane neo-laureata, scriveva: “Io / so che tu appari / vivido al mio fianco, / e neghi d’essere nato dalla mia testa, / e sostieni che il fuoco / dell’amore che senti prova vera la carne / ma è lampante, / mio caro, che tutta la bellezza e l’ingegno sono un dono / mio” (Soliloquy of the Solipsist, 1956)
"Sylvia Plath. Il lamento della regina" di Leonetta Bentivoglio è un saggio che concentra in 125 pagine una rappresentazione intima, ma comunque accurata della poetessa statunitense. Nonostante uno stile che, in alcuni punti, potrebbe sembrare un po' troppo ricercato, la narrazione non ne viene penalizzata, anzi risulta alla portata di tutti ed è impreziosita da alcune foto originali e che ritraggono l'autrice nel quotidiano con la sua famiglia. Viene delineato, a grandi linee, il vissuto travagliato dell’artista perché Bentivoglio preferisce intenzionalmente concentrarsi su una lettura attenta, servendosi di un approccio critico, di frammenti di sue poesie e stralci dai diari mettendo in evidenza il daimon poetico che l’animava: fatto di dolore, straordinaria forza creativa e grande vulnerabilità che sfociano nel ridefinire il ruolo di donna nella società, nel crescente desiderio di maternità che poi si esaudisce e svela il cosiddetto “rovescio della medaglia”, nell’ossessione per la morte e così via. L’oculata sensibilità di Bentivoglio nello sviscerare una figura complessa quanto lo è Sylvia Plath, si percepisce appieno proprio dalla deliberata intenzione di focalizzarsi sul contesto emotivo e sociale su cui attecchì e si espanse la sua produzione letteraria, offrendo non soltanto l'opportunità di contestualizzarne le opere, ma anche presentando riflessioni ricche di stimoli e argomentate in maniera chiara.
Bellissimo librino dove l'autrice da' la sua personale interpretazione alla vita e alla morte della Plath, suddivisa in diverse declinazioni come famiglia, marito, colore... con frammenti delle splendide poesie di questa grande poetessa. Consigliato a chi conosce già Plath, meno a chi vi si approccia per la prima volta. Ho ascoltato in audiolibro anche un altro volume di questa collana di Clichy, quello dedicato a Raymond Carver e ripensandoci credo che questo libriccino sia adatto anche a chi non conosce l'autrice, per capire un po' il suo pensiero e, perché no, cominciare a leggerla!
Una biografia davvero ben fatta. L’autrice parte con un’idea precisa, quella di fare in modo che la poesia di Sylvia non venga letta esclusivamente nella sua chiave autobiografica. Nonostante questa sia una delle possibili chiavi, non è l’unica. Sylvia Plath viene qui delineata con gli attributi che le spettano, con un’analisi dettagliata dei temi e delle caratteristiche ricorrenti della sua poesia. Una poesia “profondamente oracolare e al di là del tempo”.
Un interessante saggio breve su Sylvia Plath, in cui viene analizzata da punti di vista nuovi e meno convenzionali la sua opera così come la sua biografia. Molto consigliato a chi già è appassionato all'opera della poetessa, ma anche a chi la conosce poco, come spunto per approfondire e leggere con una chiave di lettura nuova i suoi enigmatici scritti.
Breve ma intenso, letteralmente. Un'introduzione magnifica alla figura di Sylvia Plath, alla sua parte vera e umana oltre il mito. Una delle poche recensioni che ho letto che è riuscita a cogliere davvero il fulcro della sua personalità, che in pochissime parole è riuscita a delinearla, per quel poco che si possa "intrappolare" un essere così geniale come lei in delle definizioni a parole. Sono rimasta colpita dal modo di parlare diretto, senza fronzoli e politically incorrect dell'autrice, soprattutto quando descrive l'incontro e il matrimonio con Ted, argomento sempre spinoso e ambiguo, naturalmente, per tutti gli ammiratori di Sylvia... Ciò che più mi ha commossa è stata la percezione singolare del suo "Demone", definizione che in pochi usano per il suo essere poetico: quella sorta di maledizione/benedizione che era il suo talento, sempre una spanna al di sopra di tutti gli altri, sempre insoddisfatto proprio per questo. Lo stesso Demone che l'aveva destinata sin da subito a diventare SYLVIA PLATH.
"[Scrivendo Ariel] il Demone l'ha catturata per intero, permettendole di coincidere con la Grande Poetessa che pensava di diventare da ragazzina. Scrive in preda ad un delirio, sembra posseduta da un incantesimo. La strega trionfa, sottraendola alla ragazza invidiosa ed affannata dei Diari. Sylvia entra a passi da gigante nel proprio maleficio."
Ascoltato su Storytell. Devo dire piacevole, offre una visione molto completa della vita e della psicologia della Plath,ed essendo diviso per argomenti e periodi offre la possibilità di approfondire senza trovarsi a leggere qualcosa di pesante. Consigliato molto a chi ha appena scoperto la poetessa o vuole avere un quadro più preciso sulla sua vita.
Ho trovato che altri libri della stessa collana fossero migliori. Non mi hanno convinto la suddivisione tematica scelta e il linguaggio utilizzato, a volte poco chiaro. Rimane comunque interessante.
Al di là del fatto che non sono d'accordo con alcune delle conclusioni di Bentivoglio, trovo vergognoso il modo in cui si riferisce alle persone che hanno per stellato la vita di Plath.
In “Sylvia Plath: il lamento della regina” troviamo una sorta di saggio di Leonetta Bentivoglio, pubblicato da Edizioni Clichy, dove accanto a una prima biografia della vita della Plath, abbiamo anche una riflessione, un’analisi attenta della sua poesia. Questo piccolo volume è suddiviso in brevi capitoli con parole chiave che cercano di mettere in luce l’anima di Sylvia Plath analizzando ogni aspetto della sua opera poetica.
Come dice l’autrice, la Plath è stata troppo a lungo relegata in una gabbia ideologica che ne ha posto in ombra il suo vero valore di poetessa, vedendola solo come un simbolo di femminismo. Ma Sylvia non è stata la semplice donna bloccata in un’epoca maschilista, o tradita e messa da parte da un uomo che amava. Lei è stata molto di più.
Sylvia è stata sempre afflitta da una sensibilità esasperata, che le faceva ricadere su di sé la vastità del dolore provato dagli altri, non solo esseri umani, ma anche animali e piante. La sua era una compassione che rasentava davvero la follia.
La sua poesia, la sua anima, come dicevo, sono analizzate sulla base di diverse parole chiave, che fanno emergere le sue fragilità e ossessioni, i suoi rapporti con i famigliari e suo marito Ted Hughes, il suo ruolo di madre in bilico tra l’amore per i suoi due figli – Frieda e Nicholas – e la consapevolezza di aver meno tempo per la sua poesia, sommersa dalle sue incombenze giornaliere. Le sue invidie contro gli uomini, gli altri poeti, le persone che avevano più successo del suo. Il suo eros incontrollato e spellato, il suo rapporto contraddittorio con sua madre, caratterizzato da un lato da un profondo rancore nei suoi confronti, ma dall’altro da lettere piene di affetto che però non rivelavano ad Aurelia tutti gli aspetti della sua vita, omettendo così i suoi pensieri sulla morte, sul demone/strega che la tormentava ma che allo stesso tempo alimentava la sua poesia.