Da parte di un professore israeliano di storia della matematica, un libretto agile e comprensibile, oltre che assai bene informato - e soprattutto molto “umile”, nel senso che non si prefigge di dimostrare nessuna tesi - sui legami tra musica, fisica e matematica e la loro storia nel corso del tempo. Si parla ovviamente di tutti gli scienziati e i musicisti che si sono dati da fare ad indagare la questione - per primo Pitagora, poi molti altri - dei principi fisici del suono, del sistema temperato, dei presupposti acustici della scala diatonica, eccetera. Molto interessante il capitolo dedicato a Schoenberg e ad Einstein, alla corrispondenza delle intenzioni del primo di scardinare il sistema tonale togliendo tutti i punti di riferimento delle tonalità, mentre il secondo faceva lo stesso con la fisica newtoniana - ovviamente non è che ci fosse un’intenzione o una complicità, ma la coincidenza degli eventi dice molto sul momento storico e sulla percezione di sé dell’essere umano nell’universo. E anche il fatto che da un lato si continui ad ascoltare musica tonale - lo stesso Schoenberg avrebbe detto, in tarda età, che la tonalità di do maggiore ha ancora molto da dire, e le sue composizioni ancora oggi più ascoltate sono o quelle giovanili, ancora intrise di orchestralità wagneriana, o quelle tardive, non più dodecafoniche - e dall’altro a ragionare in termini newtoniani, significa che se queste sono le leggi della “nostra parte di universo”, come diceva Battiato, in qualche modo ci tocca seguirle. Inoltre l’autore esprime parecchi dubbi in merito al fatto se sia vero che le tonalità - do maggiore, re maggiore, ecc. siano necessarie e se sia vero che tonalità diverse possano esprimere emozioni diverse, come piaceva pensare ai romantici, soprattutto considerato che i portatori di “orecchio assoluto” sono molto rari. (Personalmente ritengo che il dubbio di Maor sia più che legittimo, ma per quello che capisco di musica - lui ammette di capirne poco - ritengo che la diversa espressività delle diverse tonalità, se esiste, dipende dall’uso che se ne è fatto nel corso del tempo, e del diverso comportamento degli strumenti in funzione dell’altezza assoluta del loro suono, come peraltro lui stesso ipotizza. Questo ha evidentemente creato dei “luoghi comuni espressivi” che probabilmente associamo a determinate composizioni e non ad altre; e in qualche modo ciò viene percepito anche senza conoscere nettamente la tonalità della composizione. Inoltre ogni tonalità tende ad essere modulata più agevolmente in altre tonalità più o meno vicine o lontane e non in altre, ed essendo la modulazione qualcosa di più complesso e riconoscibile (anche inconsciamente, per chi non è un addetto ai lavori) del semplice suono privo di riferimenti “relativi”, in qualche modo “colora” e “connota” l’impianto tonale di partenza. Ovviamente da questo ad affermare che una tonalità sia “olimpica e serena” e l’altra “tragica” ce ne corre.
Sebbene ci siano parecchie formule ed equazioni, il libro è accessibile anche a chi non ha conoscenze matematiche particolarmente approfondite. Ho solo trovato un clamoroso errore a pagina 152, dove si dice che le trombe sono intonate in si diesis. Se fosse così, esse suonerebbero in… do maggiore, proprio per via del sistema temperato nella spiegazione del quale l’autore si è dilungato, giustamente, per molte pagine, e pertanto non sarebbero strumenti traspositori. Sicuramente intendeva si bemolle, anche perché afferma che hanno due alterazioni in chiave, e la tonalità, del tutto teorica, di si diesis di alterazioni ne avrebbe ben di più. Ma penso che sia un errore di stampa o di traduzione.