"Il primo Dio" è un potentissimo romanzo autobiografico che ci immerge nella vita dell’autore, nei suoi tormenti, nella sua difficile infanzia, fino all’emigrazione verso gli Stati Uniti. Ne "Il primo Dio" c’è di tutto: la miseria, la malattia mentale, il rapporto con una sessualità a tratti acerba, il falso mito americano che trascina l’autore attraverso una metropoli attraente ma allo stesso tempo oscura. Il primo Dio è un romanzo a tratti claustrofobico, crudo, tagliente, con una scrittura intensa e sincopata, la testimonianza di un lento percorso verso la distruzione fisica e mentale.
"Il primo Dio" è la storia dell’ascesa, e della successiva caduta, del più grande autore maledetto italiano.
Emanuel Carnevali, “The Black Poet” as William Carlos William once said, born in 1897, Florence, Italy. He immigrated to the U.S. just before World War I at the age of 16 and lived in the streets of New York where he held a series of menial jobs and learned the english language through the street advertising. He later moved to Chicago where he met and attended illustrious american poets like Ezra Pound, Williams Carlos Williams and Sherwood Anderson.
When writing the novel The First God (il primo dio), he portrayed his life and relationship with the United States transforming America almost into a character.
In his poetry and prose, Carnevali prized immediacy of expression and vivid depictions of suffering. In 1919, Harriet Monroe invited Carnevali to become associate editor of Poetry, a position he held for six months. While in Chicago, he became seriously ill with encephalitis lethargica, a disease that caused him to shake uncontrollably. He was hospitalized and eventually returned to Italy, where he kept up correspondences with Williams and Boyle until his death in 1942 in a mental asylum.
Carnevali’s collections frequently include selections from his poetry, prose, and criticism. A Hurried Man (1925) was the only volume published during his lifetime; posthumous collections include The Autobiography of Emanuel Carnevali (1967), which was compiled and introduced by Kay Boyle, Fireflies (1970), and Furnished Rooms (2006).
Prima di tutto la faccia: affilata, ostinata, talvolta molto dura, ma più spesso dolce. […] La mia faccia rivela voglia di esplodere e che l’esplosione avverrà presto.
Emanuel Carnevali è stata una scoperta che mi ha travolto. Chi è, vi chiederete? Un animo travolgente e, letteralmente, l'ultimo poeta maledetto. Esiliatosi a New York a sedici anni, in fuga da un padre che altri non era altro che il più ignobile degli uomini. Tra decine di occupazioni diverse per cercare di scappare da una fame che chiedeva di essere ascoltata, Carnevali urla e sbraita per essere ascoltato, perché sa che la poesia è il suo futuro e la sua destinazione. Con un piede sempre oltre la linea della legalità, Carnevali mescola la sua essenza ai disagiati con cui vive, traendone poesia. La sola esistenza del poeta italiano non gli è valso il successo che tanto rincorreva, portandolo ad una morte tanto ridicola quanto tremenda.
Lo stile di Carnevali si può associare a quello di grandi nomi, come quello di Jack Kerouac. E questo perchè è proprio da Carnevali che il modernismo americano trarrà moltissime delle sue caratteristiche principali. La poesia è mescolata alla rabbia, alla quotidianità di un giovane uomo nella metropoli più grande al mondo: un talento che non poteva rimanere inascoltato. Emanuel Carnevali è ricordato da Sherwood Anderson in Italian Poet in America, da William Carlos Williams nella sua Autobiography, ma nel Bel Paese non si sente molto parlare di lui.
Che questo sia dovuto alla sua vita - vissuta senza nessun limite né freni inibitori di alcun genere- o per la sua lingua tagliente (non si faceva troppi problemi ad essere completamente sincero, anche nelle situazioni a lui meno favorevoli), è ora che si ricominci a parlare di lui.
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Ammetto di aver conosciuto Carnevali solo grazie alla canzone “Il Primo Dio” dei Massimo Volume. Ad ogni modo ho adorato il libro perché nonostante sia stato scritto tantissimi anni fa non solo il linguaggio è in gran parte ancora moderno. Inoltre, descrive molto bene le difficoltà degli italiani all’estero. Difficoltà che sono anch’esse ancora attuali!
Ci sono libri che stazionano per anni nel limbo del "voglio leggerlo" prima che li leggiamo davvero. Tra i tantissimi che stanno in quel limbo, quello che c'è rimasto per più tempo forse è Il primo Dio di Emanuel Carnevali. E credo di sapere perché. Perché quando ho scoperto della sua esistenza (grazie Mimì) mi era venuta subito voglia di leggerlo ma, indovinate un po', era introvabile. Poi non ci ho pensato più, finché qualche tempo fa me n'è capitata una copia sotto agli occhi.
Carnevali, per me, è un po' Fante prima di Fante - e di tutti quelli che hanno provato a fare Fante senza saperlo fare. Ecco, se amate o avete amato Fante, e se detestate o avete detestato tutti quelli che eccetera, Carnevali dovreste proprio leggerlo.
In un'altra vita forse nascerò ricca, e allora comprerò l'edizione Adelphi - è più corposa perché dentro ci sono anche le poesie e altri scritti. Poi, se intanto che aspetto di rinascere ricca, Roby volesse farmi un regalo, io non dico di no.
" Avevo per compagne la tremenda Paura delle Paure, la paura di non essere più in grado di capire il significato delle cose e la Miseria di tutte le Miserie:quella di capire che era scomparsa in me la facoltà di distinguere una cosa dall'altra e perfino la volontà di distinguerle... "
Innanzitutto, la prima cosa è che Il primo Dio è stato scritto nel 1922, su per giù, e pare scritto oggi. La scrittura di Carnevali non è che non è invecchiata di un giorno, o che è ancora freschissima o che, è proprio al di fuori del tempo. Fra cinquant'anni, sono sicuro, Il primo Dio sembrerà ancora appena scritto. A rendere ancora più sorprendente 'sta cosa è il fatto che, comunque, quella di Carnevali è una storia piuttosto autobiografica, che mette al centro, insieme a se stesso, anche la New York e la Chicago di inizio '900. In particolare, le condizioni ben al di sotto della povertà in cui vivevano gli immigrati italiani. Eppure, non sembra di leggere un romanzo storico. Questo perché - provando a ipotizzare - perché Carnevali opera su un piano diverso rispetto il racconto in sé degli eventi. Carnevali, cioè, fa un racconto espressionista del mondo che lo circonda e della sua vita. Tutto, cioè, viene filtrato e risputato fuori dall'Io, sempre più delirante, di Carnevali. In questo modo, è come se si creasse un tempo alternativo rispetto quello storico, un tempo-io che è astorico. La stessa narrazione più che procedere linearmente e conseguentemente, si compone di una specie di quadri, ordinati per carità cronologicamente, ma che possono essere letti quasi come delle schegge dell'io di Carnevali. Ne Il primo Dio, Carnevali ci parla spesso della figura di Cristo, e dell'importanza del fatto che Cristo si definiva prima di tutto uomo, e soltanto successivamente gli affibbiarono l'etichetta di Dio. Il che è piuttosto particolare considerando il percorso di Carnevali, e del suo delirio. Infatti, sia per la malattia (encefalite) sia per la vita non proprio facile, ben oltre i bordi della miseria, Carnevali inizia ad avere delle gravi allucinazioni sensoriali, tanto che gli ultimi capitoli perdono quasi ogni aderenza alla realtà, ondeggiando fra l'onirico e l'ubriaco. Carnevali, cioè, è come se si fondesse con il mondo, perdendo i propri confini umani, diventando tutto e il contrario di tutto e "tutto e il contrario di tutto" contemporaneamente. Ovvero, come si definisce lui stesso, il Dio più umile e brutto, il più fallimentare. In una sorta di passione allucinata, Carnevali scivola oltre i pochi appigli della società, tanto che finirà nei sanatori, diventando un dio scemo e perduto: ovvero il primo dio, ovvero il primo uomo.
Emanuel Carnevali è il maestro dimenticato che è stato superato da tutti gli allievi ingrati o smemorati. Anche se Il Primo Dio venne pubblicato (postumo) nel 1978, il materiale raccontato dall'io narrante risale agli anni '20 ed è plausibile che il romanzo sia stato scritto intorno a quegli anni. Se così fosse, vorrebbe dire che il nostro Carnevali ha scritto di squallore, povertà, follia, delirio ed estasi artistica prima del Voyage di Céline, dei Tropici di Miller, delle schizofrenie della Beat Generation, o delle becere atmosfere avvinazzate di Bukowski. Peccato che praticamente tutti abbiano superato, in grandezza ed incisività, l'esile racconto di Carnevali. Meravigliose descrizioni e lampi di genialità si perdono, purtroppo, in un calderone di nomi che non riescono mai a diventare memorabili personaggi, ma nemmeno macchiette. Rimane una lettura molto piacevole, che io ho affrontato ascoltando le chiacchiere delle Alpi, mentre andavo a riprendermi la mia identità perduta.
Emanuel Carnevali: t'ho dedicato un solo giorno di viaggio, un giorno trascorso in una dimensione che non esiste, ma trascorso dove?, dov'è che vanno a finire tutti quei gironi? È stato breve, certo, ma anche tu avesti troppa fretta di finire il tuo racconto. Ed un dio frettoloso non fa che rinunciare al divino. Non preoccuparti: io ho rinunciato all'umano. L'importante è essersi incontrati. Hai viaggiato con me, su quelle cime maestose, imperturbabili, immutabili, splendidamente indifferenti a tutto quello che perdiamo. Hai viaggiato con me, come Annibale sul dorso degli elefanti di vento.
Insomma, un libro veramente disperso che sta per rivedere finalmente la luce in Italia nella sua interezza, per rendere giustizia a un grande autore italo-americano troppo a lungo dimenticato. http://www.piegodilibri.it/libri-disp...
"Piccolo rivo, tu guardavi la nostra fine e continuavi a scorrere, mormorando, accanto a noi. Avevo conosciuto la nascita dell’amore, assistevo adesso alla sua morte."
Devo dire che questo libro mi ha molto sorpreso. Non conoscevo Carnevali, prima, ed è stata una bella scoperta: una storia dal sapore autobiografico che si legge tutta d'un fiato, venata ora da toccante lirismo (molto belle le pagine sul mare) ora di malcelata ironia.
Il romanzo, pubblicato postumo, parla dell'infanzia dell'autore in Italia, della sua famiglia, dell'emigrazione negli Stati Uniti e le relative difficoltà di sopravvivenza, degli amori, degli amici, della malattia e del conseguente ritorno forzato in Italia. Un romanzo scritto talmente bene che si vive, ci si arrabbia, si soffre con lo scrittore, le parole sono utilizzate in modo tanto preciso da far arrivare in modo netto e tagliente il dolore nel cuore del lettore. Il racconto di una vita difficile e della lotta per non soccombere. Un destino tragico ma vissuto fino in fondo. Carnevali è uno di quegli scrittori che, una volta letto il suo libro, vorresti incontrare e riempire di domande e conoscere nel profondo. L'unico rammarico sta nel fatto che questo sia il suo unico romanzo, non mi resta che immergermi in racconti e poesie....