Mano a mano che proseguivo con la lettura ho creduto di ritrovarmi in un libro di Calvino, mi veniva da domandarmi se non avessero messo, per un qualche insano scherzo o errore, la copertina di questo libro ad un altro; possibile di non riuscire a scovare traccia di quanto premesso nella seconda di copertina?
Anziché “Questa nostra Italia: Luoghi del cuore e della memoria” avrebbe potuto benissimo intitolarsi “A ruota libera: riflessioni, ricordi e viaggi”; il libro, per quanto piacevole e a tratti interessante, sembra un lungo flusso di coscienza e divagazioni tenuto insieme da una vaga idea sottostante, parecchio nebulosa e dalle dubbie finalità. “Luoghi della memoria”, avrebbe dovuto far scattare un campanello d’allarme. Mi duole dirlo, ammirando Augias, ma l’impressione è che questo libro non possa esistere senza l’autore, nel senso che è vendibile, commerciabile, unicamente grazie alla fama del nome impresso in copertina; lo stesso libro, denudato dalla popolarità dell’autore, probabilmente non sarebbe mai arrivato in libreria. E sarebbe anche stato giusto. A stupire è l’assenza di qual si voglia logica sottostante al libro. In principio l’autore dichiara, a più riprese, che il libro non vuole essere un’autobiografia; tuttavia il passare arbitrariamente da una città all’altra appare più un pretesto usato da Augias per parlare di sé e delle sue idee, di come nel tempo trascorso da che era giovane ad ora le cose siano cambiate, che non un modo per raccontare l’identità dell’Italia, o qualsiasi altra cosa avesse in mente di raccontare. Tanto è vero che in certi capitoli la città da cui parte, per poi seguire la tangente (spesso perdendola), figura solamente nelle poche righe descrittive iniziali, dopodiché ci ritroviamo una biografia di Leopardi (che segue ad una premessa in cui si annunciava l’intenzione di non voler divagare troppo su di lui e puntualmente smentita nella sostanza), come anche per esempio i movimenti degli anni Sessanta negli Stati Uniti, periodo in cui Augias si trovava lì come giornalista; quest’ultimo esempio ha corroborato la sensazione di trovarsi tra le mani l’autobiografia di Augias proprio per l’impossibilità di trovare una spiegazione a giustificazione di un capitolo sui movimenti sessantottini americani se non quella del parlare di sé, del proprio mestiere in quel periodo e di come l’ha vissuta lui (e per potercelo raccontare non può che accludere qua e là informazioni sui suoi studi, sui suoi spostamenti, sui propri lavori in quel certo periodo, come più avanti parlerà della nascita della Rai in un certo periodo così da creare l’occasione per poter parlare dei programmi televisivi tenuti da lui …).
Alla fine il lettore non può che sentirsi tradito; tradito non tanto per il contenuto, di per sé anche ben scritto e molto fruibile, ma per come è stato mascherato e venduto. Ci si sente ingannati, raggirati. Il titolo premetteva ben altro tema e contenuto, la finalità del libro pareva curiosa, intrigante, mentre invece ci si ritrova con una pseudo-biografia che può vivere unicamente grazie al nome dell’autore (faccio presente che la seconda di copertina recita <> inserendo solo qualche riga sotto, di sfuggita, la presenza anche del carattere autobiografico). Autore che, mi rammarica ripeterlo, si è totalmente disinteressato del lettore puntando a scrivere quello che gli passava per la testa in base al suo umore, anzi, abbandonandosi ai propri nostalgici ricordi e lasciandosi trasportare da essi incurante dell’assenza di interesse che un lettore potrebbe avere per questo argomento, soprattutto quando la premessa del titolo, e della seconda di copertina, era completamente differente.