Se scappassi, finirei per tornare
“Cercare di raccontare chi è stata mia moglie è necessario e impossibile quanto spiegare l'umami: quel sapore che satura le papille gustative senza, proprio per questo, lasciarsi distinguere, oscillando con soddisfazione tra il salato e il dolce, un po' così, un po' cosà. Complesso e allo stesso tempo chiaro e tondo, come era anche la Noe: familiare e imprevedibile insieme. È un titolo perfetto perché nessuno lo capirà come io non ho mai capito davvero Noelia Vargas Vargas. Forse per questo non mi sono mai stancato di lei. Forse l'amore è proprio questo. E così è la scrittura: lo sforzo di descrivere a parole una persona sapendo che per gli altri resterà comunque un caleidoscopio: i suoi mille riflessi nell'occhio di una mosca”.
Romanzo sinestesico, ricco di neologismi e parole inventate, romanzo di voci e colori immaginari, di Messico metropoli e Messico preispanico, persone irrazionali e imprevedibili, destini tragicomici e curiositas che muove al sorriso. Una milpa è un sistema di coltura ecologico che produce mais, fagioli e zucca e viene dalle parole, in nāhuatl, milli, campo coltivato, e pan, sopra, letteralmente “ciò che si semina nello stesso campo”. È questo che vuole creare la ribelle bambina intorno alla quale si muovono silenziose le donne creative di Jufresa, che sfidano se stesse, che hanno perso qualcuno, che si attivano verso il reale. Jufresa affida i capitoli al pensiero delle protagoniste, che scorrono di anno in anno: Ana, Marina, Alfonso, Luz, Pina; e poi Linda, Vìctor, Beto e Chela, Emma e Noelia; le vicende si svolgono a Villa Campanario, un complesso di abitazioni del DF che sono la mappa dei sapori, dolce, amaro, salato, acido e umami. Ci sono lo studioso, le famiglie atipiche, la pittrice poetica, la viaggiatrice, la musicista, la dottoressa, le bambine avventurose. Jufresa disegna storie che si distinguono tra cose da avere e cose da ricordare e fa vivere coralmente le persone dentro il linguaggio, attraverso il gioco, lo scambio, il dialogo, i fantasmi, le sconfitte, le incompletezze, le vitalità. “Solo che non è nemmeno un fiume la nostra tristezza, è acqua stagnante. Da quando Luz è affogata, c’è sempre qualcosa che affoga a casa nostra”. Questo romanzo apre al lettore una dimensione antropologica, lo invita a osservare le cose come sempre nuove anche se non lo sono, trasforma il tempo in una specie di entropia esistenziale e polifonica: numerosi sono i passaggi tra passato e presente, tra differenti punti di vista, nella complessità mentale del lutto e della fantasia, narrando un dolore puro e uno opaco, con la scrittura che traduce i sentimenti e che corre all'indietro nel tempo. Jufresa dice di non volere vedere sé stessa in ciò che scrive; così ribalta la visione come sottosopra, esplora l'esperienza dell'altro, della diversità, di fatti tristi e felici, di uno scarto tra nuovo e antico, con uno sguardo che discende dal diletto, dal piacere, senza mai rinunciare alla qualità narrativa e letteraria. Quante sono le cose che conosciamo senza saperlo?
“L'umami inizia in bocca. Inizia al centro della lingua, si attiva la salivazione. Si risvegliano i molari, vogliono mordere, hanno bisogno di movimento. Non poi così diverso, a dire il vero, anche se in proporzioni più modeste, dal movimento dei fianchi durante il sesso: in quel momento, l'unica cosa da fare è obbedire al proprio corpo, e il corpo sa cosa fare. Mordere è un piacere, e l'umami è la qualità di ciò che è mordibile. Mordibile non è una parola, ma masticabile non mi piace”.