Giuseppe Buscemi, siculo americano, è rimasto vedovo a soli trent'anni. Ormai lontano dalla realtà e prossimo al suicidio, riceve una lettera da Gela, inviata proprio dalla moglie defunta, che lo invita a raggiungerla là. Stravolto dallo spavento, e tuttavia custode indefesso dell'amore verso la donna, decide di seguire quel richiamo fantasmatico. Intraprenderà così un viaggio reale e metafisico dall'America alla Sicilia del sud, attraverso tappe esistenziali che suonano come una Via Crucis e l'incontro con personaggi surreali che sembrano emergere dalle profondità di un inferno mediterraneo.
Scrittore, nato a Butera nel 1985, definito dalla critica quale fondatore del gotico siciliano. Ha pubblicato Lo Scuru – segnalato al Premio Sciascia 2016 - e Suttaterra (Tunué), Piccola enciclopedia dei mostri (Il Sole 24 Ore Cultura). Stelle ossee (LiberAria), raccolta di racconti, finalista al Premio Sciascia 2017 e Atlante del mistero (Centauria/Fabbri). Collabora con Giunti Editore quale lettore e talent scout. Collabora come lettore per Rizzoli e Solferino. Scrive per “la Lettura" del Corriere della Sera.
“Suttuterra” è il sequel de “Lo scuru”, pubblicato da Tunuè.
Anche in questo secondo romanzo, la scrittura di Orazio Labbate è originale e poetica.
Il protagonista è Giuseppe Buscemi, figlio di Razziddu, il protagonista de “Lo scuru”.
“Lui la chiamava malinconia: era un mestiere, da quando la moglie Maria era scomparsa un anno prima. Tre corvi sbattevano contro la finestra, uno si era spaccato il becco riuscendo però a forare il vetro. L'uomo allora si avvicinò, raccolse quella polvere adamantina e tracciò un cerchio attorno al buco a mo' di un mago.”
Giuseppe ha trent’anni. È nato a Milton in West Virginia. Di mestiere fa il becchino, un po’ per ribellione un po’ per istinto di sopravvivenza.
Come aveva fatto suo padre ne “Lo scuru”, anche qui Giuseppe deve vedersela con i propri ricordi
““I ricordi sono insignificanti quando la persona che ami è cosa morta”, pensava e poggiava la testa al muro. ”
Ai ricordi si aggiungono il senso della perdita della moglie Maria e il rapporto complicato con il padre morto. Il lavoro di becchino lo colloca in quello spazio-tempo sospeso in cui il regno dei vivi e quello dei morti dialogano a singhiozzi tra loro: sogno e realtà si confondono; i simboli pagani si mescolano a quelli della religiosità popolare che sconfina nel fanatismo.
C'è la ricerca di Dio che non offre sollievo.
“Se solo accrescessi la tua paura scorgeresti lo spavento di Dio che è l'amore nei confronti della tua morte”, gli disse piano, quasi cercando di aiutarlo per mezzo del suo sospiro, ché gli angeli parlano così. “Dio non dorme con me. L'ho pregato così tante volte che è ormai un'impronta indifferente nel mio giaciglio.”
In una Sicilia inedita e oscura, questo romanzo si interroga sul significato del dolore, sull'incapacità di accettare la perdita delle persone care, sull'impossibilità di custodire la vita per come la immaginiamo, di preservare coloro che amiamo dal decadimento, dalla sofferenza.
“Naufragava nelle rimembranze condivise con Maria nel tempo in cui furono lì. “Questa città è la Terra nell'Apocalisse”, pensò il ragazzo. “Io e te, Maria, dove siamo? Dove siamo finiti? Perché non sei qui?””
La cosa che funziona di meno in Suttaterra, secondo romanzo di Orazio Labbate, è la vicenda. Non funziona perché è logora nel suo avvitarsi di memoria, senso di colpa e auto-inganno. La intuisci subito, sai dove andrà a parare e un po' disturba. Ma c'è tutto il resto, e tutto il resto funziona. Tutto il resto è un portento. A partire dal linguaggio, una fusione rabbrividente di elementi arcaici e dialettali. Poi l'atmosfera da sogno nero che rimanda al simbolismo ipnotico di Lynch, raggrumata tra righe spietate che conducono dalle parti del gotico americano. E quella sarabanda di situazioni che si sfaldano continuamente, suggerendo un intreccio effimero attraversato dal filo pulsante della vicenda, una vicenda che a questo punto sai essere solo una traccia, un pretesto, l'impronta retinica di una scarica elettrica in un cielo cupo. Così, anche se la storia procede obbedendo alla gravità come una sostanza vischiosa, quel procedere produce sorpresa, una tensione e un'apprensione continuamente alimentate dal senso di implicita rovina. Nulla è dato, il confine tra evento reale e allucinazione, tra incubo e fenomeno spirituale, si dissolve paragrafo dopo paragrafo. Ti ritrovi a seguire la favola nera e rabbiosa di Giuseppe Buscemi nel suo precipitare orizzontale - da Milton, USA, dove è emigrato per fare il becchino , alla natia Gela - verso il richiamo della moglie morta, e lo fai combattendo con la vertigine della mancanza di equilibrio, con la scivolosità di contesti le cui delimitazioni franano non appena edificate. La potenza delle immagini diventa così l'unico riferimento saldo, una gragnola di simboli in cui il sacro s'immischia col profano in una copula insana e selvaggia. E' una lettura che non ti lascia scampo, che soprattutto ti consegna alla dimensione di individuo al centro di una congiuntura impenetrabile di pulsioni spirituali, istintive e morali. Cui puoi oppore solo la tua natura umana, altrettanto ingovernabile e oscura.
Suttaterra è un romanzo visionario in cui il folklore siciliano si mescola con le suggestioni di David Lynch e l'horror psicologico del secondo capitolo di Silent Hill, alla quale si deve buona parte dell'intreccio principale. Entusiasmante dalla prima all'ultima pagina, si legge tutto d'un fiato. La prosa di Labbate si conferma unica e questa volta di più facile comprensione rispetto al suo romanzo d'esordio Lo Scuru, in cui il dialetto siciliano, seppur affascinante, può rappresentare un ostacolo alla comprensione di alcuni passaggi. Se amate le storie surreali, il cinema di Lynch e l'horror psicologico di Silent Hill la lettura è fortemente consigliata.
Onestamente, ho preferito di più “Lo Scuru”, ma anche “Suttaterra” non mi è dispiaciuto. Mi spiace che Labbate non abbia usato la stessa lingua usata nel suo primo romanzo, una lingua fatta di termini dialettali siciliani, ermetici, difficili da comprendere e che meglio esprimono il delirio di Razziddu Buscemi, il padre del protagonista di questo secondo romanzo, Giuseppe. Per il resto, Labbate si dimostra un abile narratore di vicende surreali, gotiche, orrifiche, a metà fra il sogno e la realtà, la razionalità e l’irrazionalità. Penso che il gotico siciliano sia la migliore invenzione narrativa uscita dall’editoria indipendente italiana negli ultimi anni, ma aspetto di leggere “Spirdu” per farmi un’idea migliore.