Leggendo questo romanzo mi è tornata in mente la prima domanda che da bambino mi facevano quando cominciavo ad uscire da solo in giro per il mio paese: ""di chi sei il figlio?"". Tu rispondevi col nome di tuo padre e tua madre e quello, chiunque fosse, di te sapeva più di quello che ne sapevi tu. Si era fatta un'idea del tuo carattere, della tua intelligenza, affidabilità, onestà, possibilità economiche, attitudini e abitudini. E poteva avanzare ipotesi ragionevolmente fondate sui tuoi futuri costumi e sulle tue potenzialità. Perché sapeva della tua famiglia tutto quel che c’era da sapere fino a tre generazioni-ante. Perché il passato conteneva il futuro e quindi, la storia della tua famiglia era la tua storia. E perché con quella in testa si poteva provare a giudicare cose e persone scavalcando ogni partizione del tempo. C'erano molti contro e qualche pro in questo, ma tant'è: funzionava così.
D’Ormesson tenta di tornare a guardare le cose con quell’ottica lì, per spiegare come è successo che quel modo di vedere gli uomini, il mondo, la famiglia sia stato in buona parte demolito. Lo fa raccontando la storia di una famiglia. Forse la sua, forse no; in ogni caso non una famiglia qualsiasi. E la racconta scrivendo su un tono che a quella famiglia si confà, perfettamente armonico col suo status. L'unico aggettivo, credo, che rende l'idea è aristocratico. La nobiltà francese più alta raccontata nella grandezza dell’immagine che ha di sé con la noncuranza, la semplicità raffinata, l’impalpabile eleganza, il malinconico ed ironico disincanto che associamo al sangue più blu, al rango irraggiungibile. E ci fa vedere in che modo l’ottocento (o il medioevo se si vuole) tenta invano di sopravvivere al novecento, nel modo di vedere, di vivere e di vedersi vivere; come tenta di attraversare il nuovo mondo che corre improvvisamente verso ogni tipo di cambiamento, dopo secoli di immutabilità, incedendo impassibile con il sorriso dello sprezzo sulle labbra. Mentre si avvia, con consapevole lucidità, a finire per sempre. Qualcuno accetta le novità e le cavalca. Qualcuno le rifiuta e le vede passare con indifferenza e ripulsa. Nessuno dimentica di chi è figlio e l’immagine di sé e della propria famiglia che gliene viene.
Al centro di tutto, la casa dei genitori e degli avi, che in questo caso è un bellissimo castello: l'illusoria fortezza di tutte le belle infanzie, ""dove tutto è pulito e onorato"" (la definizione non è di D'Ormesson, ma ci sta benissimo).
Le prime duecento pagine mi hanno entusiasmato. La Parigi di inizio secolo e quella tra le due guerre vengono rese con una abilità narrativa fascinosa. La figura del nonno è indimenticabile. Le pagine in cui racconta il mistero del triangolo modernissimo tra Pierre, Ursula e Mirette sono una meraviglia. Nella seconda ho sentito un po’ di stanca, anche se la scrittura resta pulita, elegante e quindi la lettura sempre gradevole. Si ripete un po’ nello schema narrativo e nei concetti fondamentali, ecco: questo mi pare il suo limite principale. Nel complesso però è un’ottima lettura, una gran bella sorpresa.