“Questa è la storia di Virata, che il suo popolo celebrò con i Quattro Nomi della Virtù, ma del quale nulla è scritto nelle cronache dei potenti e nemmeno nei libri dei saggi, e il cui ricordo gli uomini smarrirono” (pagina 13).
Prima ancora che Buddha dimorasse sulla terra, c'era un guerriero forte e coraggioso: il suo nome era Virata, anche noto come Lampo della Spada, e questa che segue è la sua storia leggendaria. Un giorno, Virata viene implorato dal suo re di combattere contro i ribelli che insidiano il suo regno. Nella battaglia contro questi ultimi, Virata ucciderà accidentalmente il suo fratello maggiore, e da allora abbandonerà le armi, capendo che la violenza è contro la giustizia. Dopo essere stato guerriero, Virata diventa giudice, Fonte della Giustizia, e dedicherà i suoi anni successivi a perseguire la Giustizia e la Verità, a giudicare separando il vero dal falso. Ma un altro episodio, la difficile condanna di un pluriomicida che lo guarderà con gli occhi dell'eterno fratello, farà comprendere a Virata che giudicare gli altri senza recare danno alcuno, senza intromettersi nel destino degli uomini, è impossibile, che chiunque amministri la giustizia agisce ingiustamente e incorre nella colpa. Virata vuole vivere esente da colpa, vuole agire senza essere ingiusto: decide di ritirarsi a vita privata, dedicando la propria esistenza alla meditazione. Non più Fonte della Giustizia, ma Campo del Consiglio, un saggio che dispensa saggezza e fornisce risposte alle domande della gente. Non appena Virata si accorge che anche la semplice vita famigliare non è esente da colpe, che raro è che il potere si accompagni alla giustizia, che ancora gli occhi del fratello lo perseguitano, decide di abbandonare anche i figli e la moglie, di lasciare la propria abitazione e di vivere come un eremita, in mezzo ai boschi e in completa solitudine, senza alcun contatto con gli altri uomini, dedito soltanto alla contemplazione: il nuovo Virata sarà riconosciuto come Stella della Solitudine, un santo in vita. Ma anche la rinuncia all'azione è essa stessa azione, che macchia di colpa l'uomo che vive sulla terra, ed è una folle illusione credere che si possa essere più vicini alla divinità isolandosi da tutto: questa ammonizione verrà ancora una volta dagli occhi dell'eterno fratello. Virata si accorge allora di essere stato un uomo inutile, di aver vissuto soltanto per se stesso: ora vuole tornare a servire umilmente gli altri, rinunciando a disporre liberamente della propria volontà, rinunciando persino alla sua fama, e l'oblio sarà inevitabile.
Ispiratosi ai canti del Bhagavadgita (“Non se eviti qualsiasi azione / sarai davvero libero dall'agire / mai potrai essere libero dall'agire / neppure per un solo istante”), Stefan Zweig scrive nel 1922 un racconto in forma di leggenda indiana per riflettere sulla Giustizia e sulla sua impossibilità di realizzarsi, sulla pratica del potere e della violenza, sul senso di colpa, sull'espiazione e sull'illusione di libertà dell'essere umano: eterni dilemmi sui quali il pensiero occidentale si interroga da sempre, a maggior ragione dopo le tragedie della Grande Guerra e la fine catastrofica del “mondo di ieri” tanto caro a Zweig.
“Gli occhi dell'eterno fratello” è dunque un racconto filosofico che ha come mezzo narrativo quello della leggenda orientale, della novella esotica, della favola dalle atmosfere sognanti, ma che veicola un messaggio tipicamente occidentale, un messaggio che, nonostante le apparenze, non dispensa facili perle di saggezza, non rassicura sul libero arbitrio, non dà risposte certe e definitive sulla giusta esistenza e lascia nel dubbio eterno, nell'amara constatazione che ogni cosa è destinata all'oblio.