Un classico canovaccio del genere hard boiled – la rapina in banca – diventa lo spunto per raccontare una storia assolutamente originale. Bosque è una cittadina di provincia, afosa e opprimente, chiusa da tre lati dal fiume e dalla provinciale per il quarto: uno di quei posti dove non capita mai nulla e da dove è difficile andarsene, una sorta di capolinea dell’esistenza. Dalla capitale arrivano quattro uomini con l’intenzione di rapinare la banca, è il loro primo colpo e non sono dei criminali professionisti ma solo dei disperati. E’ la sera della festa patronale, in città c’è animazione e i quattro si confondono tra la folla ma l’atmosfera ha qualcosa di malsano, di cattivo. Il giorno dopo nell’ora della siesta rapinano la banca, senza troppi problemi ed alcuna violenza, poi l’imprevisto che li mette nei guai. Tutta la città li bracca, gli abitanti li inseguono, li tallonano, gli sbarrano le strade. Finiscono presto per dover abbandonare l’auto e, divisi, scappare a piedi cercando rifugio tra case, campi e cortili, mentre contro di loro si scatena un crudele gioco collettivo dove non c’è limite alla cattiveria, sfogo di una rabbia repressa che covava fin sotto le pietre. La narrazione si frantuma in piccoli episodi e si ricompone in un labirinto di strade e stradine che non portano da nessuna parte, tra picchi di violenza, un pizzico di trash e tanta malinconica consapevolezza di essere alla fine della corsa senza più scampo, vittime sacrificali da abbattere senza pietà. Il classico esempio di letteratura di evasione di ottima qualità, quella che a volte scarseggia in quella di “genere”. Un romanzo ovviamente fuori catalogo di uno scrittore semi sconosciuto, poi nella sezione modernariato di una libreria lo vedi tra altri Einaudi datati, ti incuriosisce e ti porti a casa un paio d’ore di piacevole lettura. Tre stelle e mezzo.