Il Grande Romanzo Italiano (interrotto) secondo PPP
Difficile dare un giudizio su questo strano oggetto, ultima opera (incompleta) di Pasolini: perchè ne sono arrivate a noi solo alcune parti definitive, ed il resto sono bozze temporanee, appunti, pagine vuote, interruzioni, richiami e rimandi a ciò che non c'è. Anche perchè Pasolini stesso pensava questa come una grande opera di per sè frammentata, visionaria, anti-narrativa, "illeggibile", non un romanzo "a schidionata, ma a brulichio" .
Per il lettore e' come camminare lungo una costa, tentando di recuperare resti di un naufragio e ricostruire da questi la sostanza della nave che (forse) c'era stata: la quantità di tematiche culturali, sociali, letterarie, filosofiche è immensa e molto complesso trovarvi un ordine anche solo mentale.
Sgombriamo subito al campo dalle banali, meschine ed insignificanti teorie complottarde che tirano dentro la morte di PPP, De Mauro, il caso Mattei, Cefis con cui la maggior parte degli esegeti di questa opera producono alimenti di bassa qualità per paranoici disadattati italici - stile Fatto Quotidiano per capirci. Pasolini usa il materiale storico (citato poi in sole 10-20 pagine irrilevanti sulle circa 500 totali) come base espressiva e tela su cui deporre la sua arte. Lui stesso lo dice più volte nel testo:
non ho intenzione di scrivere un romanzo storico, ma soltanto di fare una forma. . E il motivo per cui dico che questo aspetto del romanzo è il meno importante ed il più inutile lo dice lo stesso autore, parlando di Cefis (Troya nel libro):
io risponderei che non è possibile scrivere un poema su delle persone che annoiano .
Ben più rilevante e complesso è invece quanto muove e brulica in questo libro.
Pur ideando una nuova forma, PPP vuole affrontare il Suo "solito" tema: il Potere di cui, secondo l'autore, si può narrare solo parlando del sesso. Sesso inteso come complesso rapporto di dominio, oppressione, violenza che coinvolge vittima e persecutore, che ne sono entrambi soggetti ed oggetti partecipi e volontari. Ecco quindi le parecchie pagine di sapore sadico e Sadiano dedicate ai rapporti del protagonista Carlo, che ricordano evidentemente l'ultimo film di PPP "Salò o le 120 giornate di Sodoma".
Eppure Petrolio non è (solo) questo, è anche il tentativo di innovare la forma romanzo, di esplorare possibilità narrative superando la narrativa realista di sapore ottocentesco - ecco che PPP immagina di scrivere capitoli "illeggibili" in greco e giapponese, ecco che il protagonista Carlo si sdoppia in due gemelli (un buono e un cattivo) e cambia sesso più volte nel romanzo, ecco che personaggi appaiono e spariscono senza spiegazioni e la narrazione si spezza, si frantuma in mille rivoli impossibili da seguire....
Sembrerebbe una ricetta da romanzo "post-moderno" e confesso che all'inizio ho tentato di cogliere qualche parallelo con Pynchon (se là era la paranoia la cifra della letteratura adatta a parlare di USA, forse PPP sceglie la schizofrenia?) o con Vollmann (un narratore presente e assente, indefinito ma individuabile). E anche le citazioni e i calchi dai "I Demoni" di Dostoevskij e alla "Commedia" di Dante sembrano riecheggiare il recupero di strutture di classici letterari, altra tipica tematica della letteratura modernista (recente o meno).
Però Pasolini è tutto, tranne che post-moderno (anzi, non è neppure moderno) e, quindi, la sua strada è assolutamente unica, contraddittoria, accidentata e (forse) senza uscita. Sì, perchè il lato fortemente, fieramente, totalmente ideologico della lezione dell'ultimo Pasolini diviene assoluto e quasi manicheo in questo libro - l'idealizzazione del sottoproletariato urbano, l'esaltazione delle virtù virili degli antichi giovani ignoranti ma onesti si carica qui di vene nostalgiche e quasi antimoderne.
Certo, è nota la sua lungimirante visione che aveva previsto già negli anni '60 la massificazione, il conformismo, l'alienazione di massa e la conseguente normalizzazione socio-politica - ma qui l'esaltazione dei tempi "di prima" arriva agli estremi di un antimodernismo con venature sessiste e misogine che rischia di scivolare in un sermone paternalista, conservatore e retrogrado. Indubbiamente (a mio modo di vedere) questa parte del pensiero di PPP è forse la più debole e (sicuramente) quella che è invecchiata peggio: Pasolini aveva visto bene ed in anticipo dove andava la società, ma l'unica alternativa che proponeva era volgere lo sguardo indietro.
Nelle ultime pagine colpisce una frase di cui è arduo capire il tono, la motivazione, il senso profondo: La delusione è atroce. La fine del fascismo segna la fine di un'epoca e di un universo. E' finito il mondo popolare e contadino.