E’ la prima domanda che ovviamente si pone chiunque inizi a leggere “Tempo Assassino”: “E’ geniale come Ninfee Nere?” (il primo lavoro di Bussi). Risposta: no.
“Ma”, aggiungerei io, “è un bel romanzo?” Risposta: sì.
Questo per premettere che “Tempo assassino” soffre, ahimè, della sindrome da “confronto” con un primo capolavoro che ha fatto conoscere l’autore, con la sua genialità e bravura, al grande pubblico. Come un secondo figlio, che ci si aspetti sia brillante come il primogenito. Quindi la domanda spontanea ci sta. Quella genialità unica che aveva contraddistinto “Ninfee Nere”, a quel livello, no, secondo me non c’è. Questo non vuol dire che questo secondogenito sia da buttar via, anzi. La storia si fa divorare velocemente, a scapito della mole, e il lettore resta fino alla fine con quella curiosità di sapere come va a venire, come e perché, con quel “E quindi? E allora?” fra le labbra, fra le pagine che sprizzano mistero, sorprese, colpi di scena, anche ironia. E anche suspense, i passaggi in cui l’assassino compare, come un’ombra dietro l’angolo, e non si fa scrupolo di ammazzare chi gli può causare pericolo, non mancano.
Rispetto a “Ninfee nere” lo definirei più thriller “classico”, capace di tenere alta l’attenzione del lettore dall’inizio alla fine. Il doppio piano temporale, però, c’è sempre. C’è l’estate del 1989, quando Clotilde, in vacanza in Corsica con la famiglia, fa un incidente in macchina ed è l’unica della sua famiglia a salvarsi; e c’è l’estate del 2016, quando Clotilde, ormai donna, moglie e mamma, ritorna nello stesso camping della Corsica in cui aveva trascorso quella maledetta estate (e le precedenti) e qui, comincia a ricevere messaggi scritti e firmati dalla madre. Ma come? La madre si è schiantata sulle rocce di quel precipizio in cui la loro auto è caduta vent'anni prima, l’ha vista morta, con i suoi stessi occhi! E quindi? Nel frattempo altri fatti strani insanguinano questa estate del presente. E mentre questi due piani temporali s’intersecano, noi conosciamo questa protagonista, prima adolescente atipica e un po’ introversa e ora donna caparbia, decisa a tutti i costi a scoprire che cosa diavolo sta succedendo.
Una menzione particolare va all'ambientazione, la bella Corsica, descritta con una chiarezza che pare di vedersela davanti, con le sue scogliere a strapiombo sul mare, i suoi pericolosi tornanti, le sue spiagge, il suo Mediterraneo, i suoi sapori. E anche una certa chiusura mentale, legata a un fortissimo senso di appartenenza e alle sue tradizioni, che Bussi attraverso la storia sottolinea molto bene, e che sinceramente, a tal punto, non mi aspettavo. Non conoscendo la Corsica e non essendoci mai stata, mi chiedo se effettivamente sia così, o se Bussi abbia calcato un po' la mano, ma propendo per la seconda.
Insomma, Michel Bussi è uno scrittore capace, e molto. Non si può storcere il naso ora solo perché “Ninfee Nere” è stato quello che è stato, qui ci porta a leggere 500 pagine con una velocità e una curiosità che sorprendono anche noi stessi.
Quattro stelle piene e non cinque, perché nel finale alcune risoluzioni risultano poco credibili e un po’ campate in aria. E anche perché mi piacerebbe che questi autori capaci approfondissero ogni tanto anche la mente e il mondo dell’assassino, vittima come tutti, un po’ come ad esempio riesce a fare il sommo Maurizio de Giovanni. Ma non cadiamo nuovamente nei confronti, questo secondogenito ne soffre già abbastanza.