Sospinto da una scrittura poetica e spassosa, Piccola osteria senza parole è un'epopea del Nordest, ricca di personaggi pronti a entrare nella leggenda e percorsa da un mistero che dà al romanzo una venatura di giallo. Nell'osteria al confine tra Veneto e Friuli vivono uomini sghangherati e taciturni, bestemmiatori feroci, razzisti in superficie eppure profondamente altruisti. Il bar è il cuore pulsante del paese, Scovazze, dove persino le slot machines hanno soprannomi improbabili – La Vecia, La Sopravvissuta, La Troia, La Magnaschei – e la televisione resta sempre accesa sui mondiali di calcio (USA '94), tra gli accaniti giocatori di briscola e le superbe tette della Gilda, la proprietaria. Su questo sfondo, la sera di venerdì 17 giugno, fa irruzione un enigmatico meridionale che con i suoi modi e i suoi segreti stravolgerà la vita degli abitanti del paese. Chi è Salvatore Maria Tempesta, il terrone che entra in osteria dopo che la sua auto è sprofondata dentro un fosso? Come osa sfidare questo mondo chiuso, concentrato a godersi le giocate di Baggio, in cui la diffidenza si taglia con il coltello? ("Come che l'entra ciapemo gol. El teròn porta sfiga"). Chi è la donna nella mezza fotografia che il meridionale si porta sempre appresso? E perché si ostina ad aggirarsi nei dintorni inseguendo chiese e campanili? Sono i tanti segreti di questa magnifica storia d'amore, amicizia e diversità che verranno alla luce poco alla volta, fino all'imprevedibile, clamorosa rivelazione finale.
In un nordest ai confini del mito, una terra di piccoli paesi attorcigliati intorno a campanili che vanno sparendo - un bar, o meglio, un’osteria, al cuore del racconto, il suo punto G - gente che viene e, anche, che se ne va – un po’ di mistero, forse un po’ di giallo, tanta ironia, tanto umorismo, tanto garbo, sud e nord che si mischiano combattono abbracciano.
Sul sentiero iniziato da “Malcom”, ma con scrittura e narrazione più sicura.
Intanto, la copertina. L'ha disegnata Alessandro Gottardo e si farebbe un torto a non citarlo. È talmente bella che le pagine potrebbero essere pure bianche, dentro. Ci accontenteremmo e terremmo il libro sull'Expedit all'ingresso, come se fosse quel disegnino di Keith Haring che tanto ci piace guardare.
Ho scritto e cancellato tante volte tante righe. Non sono capace a scrivere bene di un libro. Però questo è un libro - che dentro non è bianco, per fortuna - che merita di essere letto e riletto. È un miscuglio di personaggi da bar sport e sbandate da film di Kusturica, in cui la gente è senza parole, come da titolo, non tanto perché persa dietro misteriosi afflati poetici, quanto perché intontita da alcol e slot machine. Ci sono tante di quelle cose, dentro, che Cuomo avrebbe potuto scriverci dodici libri, tutti e dodici belli uguale. Ci sono Fiat Ritmo e nessuno che legge Hemingway, tori da coccolare affinché forniscano il seme per perpetuare la specie, bariste con le tette enormi, pensionati con il pannolone, giocatori di carte accaniti bestemmiatori, scemi del paese e disadattati, mezzi matti e matti del tutto. E poi c'è l'ambientazione: un paesino del nordest, perennemente sommerso dalla puzza di letame, così forte che nemmeno un deodorante scadente scaccia via. Un posto da schifo, desolato, triste, abbandonato, con i night sfigati e i vecchi rimbabiti che mangiano il Piedone e se lo sbrodolano addosso. Il Piedone, sì, il Piedone. Perché questo romanzo si svolge nel 1994, durante i mondiali negli Stati Uniti e chi, come me, ha frequentato gli anni ottanta e novanta, non può che morire di nostalgia a leggere di un vecchietto che mangia il Piedone.
Insomma, leggetelo. È così bello leggere un libro bello che quasi rimpiango il tempo perso a leggere libri brutti (ciao Siti😉). Anzi no, ché se non leggessimo libri brutti non avremmo termini di paragone per valutare piccoli capolavori come questo.
Immaginate di trovarvi nel 1994 a Scovazze, un paese del nord-est Italia. Dai, puntigliosetti, non chiedetevi perché il navigatore non lo trova, ché non è importante! E immaginate che arrivati a Scovazze andiate a sedervi in un angolo del Punto G. Ecco che state già pensando male. Ma io parlo dell’osteria, il Punto Gilda, quella Gilda che ha i seni più grossi della zona. Nell’osteria della Gilda gli avventori bevono molto, parlano poco. Però bestemmiano. E sono anche un po’ razzisti. Adesso mettete che arrivi lui, il Salvatore Maria Tempesta. Il Tempesta è un “ teròne” di quei che a “coparli tuti” si farebbe cosa buona. E immaginate che il Tempesta porti con sé una scatola del Paroliere. Avete idea di cosa vi spetta? No? Non ho finito. Immaginate anche che il Tempesta Salvatore Maria abbia anche una vecchia foto. Si vede una donna. E un campanile. Eh… di campanili ce ne sono tanti da quelle parti. I campanili. Quelli delle chiese. Un consiglio: se decidete di fermarvi a Scovazze per vedere cosa succede, portatevi un fazzoletto profumato. Perché lì, a Scovazze, c’è una spusa de merde (lo dico in francese che fa fine) che non ha eguali. Le esalazioni fetide arrivano dalla Taurizoo, il Centro tori di Scovazze. Scovazze e i suoi indigeni. Parlano poco, ma hanno una loro poesia. Andate. Fatevi un goto all’osteria e salutatemi la Gilda.
P.S. Epperò… Si parla di Ivano, un toro della Taurizoo, dove si raccoglie il seme per ingravidare le giovenche. Leggo: “Ivano detto Umore. L’unico toro col soprannome”. […]Adesso che il nomignolo è sinonimo di umorale e basta, il vecchio manzo ci mette il tempo di un muggito per reagire al fastidio”.
Massimo, ho capito che Ivano è a “fine carriera”, ma vecchio manzo! Io che ci ho il sobbalzo facile, ho sobbalzato. Ecco. E non gli saran caduti gli zebedei!
Un breve romanzo, piacevole da leggere e, a tratti, spassoso, anche se forse troppo macchiettistico. In pratica una specie di favola in cui l’amaro della vita si stempera. Ho però trovato un po’ fuor di luogo il finale, che mal si adatta alla levità del resto e che, personalmente, avrei evitato.
Un libro un po' strano, forse perché venendo da quei luoghi avevo delle aspettative più intense di quanto realizzassi; in principio mi ha deluso, ho impiegato un po' a memorizzare contesto e personaggi, a entrare nel ritmo. Ci ho messo a leggerlo ben di più di quanto il numero di pagine avrebbe fatto pensare. Ma come succede a volte con certi libri, entro la fine mi aveva coinvolto e divertito più di quanto credessi, sorprendendomi. Il capitolo 56 da solo vale molto.
Dopo che la sua auto capitombola in un fosso, Salvatore Maria Tempesta si ritrova in un mondo ostile e diffidente per un meridionale ossia le campagne tranquille e rarefatte del Nord-Est italiano. Gli ingredienti per risultare una vivace lettura ci sono tutti: la provincia italiana piena di stereotipi finti e non, l'unico bar del paese di Scovazze gestito da una giunonica donna di nome Gilda, i mondiali di calcio del '94, Roberto Baggio e personaggi variegati e improbabili. Purtroppo però dopo una prima parte carina, la scrittura ha cominciato a risultarmi un po' stanca e scialba, l'ho terminato ma ho fatto un po' di fatica.
Un libro semplice, che racchiude in sé un grande significato. Personaggi indimenticabili, che fanno ridere, fanno tenerezza e che sembrano amici di sempre, con i quali è impossibile non provare empatia. Un romanzo che rimane nel cuore.
Non è una notte da dormire. È una notte di rane e nuvole, di pensieri. Scovazze scivola verso l’alba di un nuovo giorno senza che nessuno se ne accorga. Potrebbe staccarsi e cadere. Un punto sul confine del nulla che d’inverno sparisce nella nebbia e d’estate nel granturco. Ci arrivi per caso, a Scovazze, per errore. O per una specie di missione, come quella di Tempesta.
Un immaginario paesino del Nordest italiano, Scovazze. I mondiali di calcio del 1994 negli Stati Uniti e il Punto Gilda, il bar del paese dove un bel giorno, a causa di un guasto alla macchina, entra Salvatore Maria Tempesta. Da queste parti uno straniero lo riconosci al volo. Anche perché non ne passano mai. L’ultimo, mi hanno detto, risale a una mattinata di novembre di un paio d’anni fa.
Tempesta (un nome non scelto a caso!) è un teròne, uno straniero quindi, per gli avventori del bar che ammazzano la noia giocando a carte o all’unica slot machine della zona (la Sopravvissuta), bestemmiando, bevendo e ammirando le generose forme della Gilda, la proprietaria del bar. C’è Bepo Basso con il suo dialetto stretto, i fratelli Sorgòn sempre incollati al tavolo delle carte, Malattia che sbava dietro alla Gilda, e poi Borìn, l’Avvocato e Carnera, l’unico che darà una mano e un po’ di confidenza allo straniero.
Non sono dei simpaticoni, parlano poco e guardano con ostilità Tempesta, si convincono che porti jella alla Nazionale italiana, però sono attratti dal cilindro che ha in mano: il Paroliere. Ben presto il gioco sostituirà le carte e le parole prenderanno il posto dei mugugni. Tempesta intanto svela il suo mistero: è alla ricerca di un campanile ritratto in una foto che ha con sé, un campanile come ce ne sono tanti nei dintorni, ma quello ha qualcosa di speciale…….
Il punto di forza di Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo sono i personaggi. Spassosi a volte, fastidiosi molto spesso, ma autentici e schietti. Diffidenti, tradizionalisti, poco o per nulla predisposti alla socializzazione. I capitoli sono brevi ed essenziali, quasi a voler rafforzare la sinteticità dei dialoghi tra i protagonisti e la loro semplicità. Il dialetto rende ancora più autentiche queste pagine dando risalto alla diffidenza nei confronti dei meridionali.
È stata per me una vera scoperta questo romanzo. Di solito sono i romanzoni ad intrigarmi, saghe familiari con trame che si intrecciano e personaggi complessi. Qui invece è tutto molto semplice, è stato un po’ come tornare bambina e ritrovarmi in vacanza al paese di mia nonna. Una quotidianità rassicurante, giornate che si ripetono nei gesti di sempre. Le storie che Cuomo racconta in realtà sono tante perché ogni personaggio ha nel libro il suo momento di notorietà però i paragrafi non sono mai troppo lunghi, poche parole, come recita il titolo, ma quelle necessarie, perché le parole non bisogna sprecarle ma saperle usare.
“Piccola osteria senza parole” di Massimo Cuomo è un divertente mix di commedia e mistero che per molti aspetti mi ha ricordato il “Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti” di Andrea Vitali. La vicenda è ambientata in un paesino fittizio al confine tra le regioni del Veneto e Friuli, dove l’arrivo inatteso di un meridionale sconvolgerà le vite di diversi cittadini, portando le parole dove prima c’erano solo gesti e imparando a sua volta l’importanza di un semplice gesto, che spesso può sostituire interi dialoghi. Il romanzo segue parecchie story line, saldato rapidamente dall’una all’altra, e questo porta ad una lettura rapida, quasi vorace del volume che ho trovato a tratti molto divertente. Peccato per i personaggi, che sono in buona parte il risultato di un lavoro di copia-incolla e, di conseguenza, anche le relazioni tra loro risultano tutte uguali; gli unici a risaltare un po’, ossia Tempesta e Malattia, vengono poi penalizzati dall’inspiegabile virata noir sul finale, che li snatura. Lo stile è però il vero scoglio di questo romanzo (assieme allo squilibrio imbarazzante tra personaggi maschili e femminili), caratterizzato da virgole dimenticate e cambi continui di tempo verbale: il tutto dovrebbe trovare giustificazione nella premessa del volume, ma questa non spiega la descrizione di scene alle quale il narratore non è partecipe.
Sono davvero contento di aver trovato questo libro, scritto dall'autore a 20 anni in un bar, è un libro fatto di persone che mi ha curato l'anima. Tecnicamente ineccepibile, è un racconto misterioso che parla dell'Italia con cuore e rispetto, ambientato tra il Friuli e il Veneto durante i mondiali del 1994. Le telecronache alla tv che fanno da sfondo come la campagna e i piccoli bar/ristoranti che connettono le vite delle persone del Friuli Venezia Giulia.
Metto Massimo Cuomo allo stesso livello di scrittori (come Terry Pratchett) di grande intelligenza e capacità che raccontano storie facendo parlare le azioni dei propri personaggi, siano esse eroiche o di grande stupidità.
Ho passato interminabili vacanze estive da bambino/ragazzo in un paesino del Friuli sul fiume Cosa, Castelnovo del Friuli, ma sono milanese, questo libro mi è servito a prendere una pausa da Milano e ritornare con la mente e il cuore a quei tempi e a quei luoghi (e a quei bar e a quelle, a volte, interminabili giornate estive). Per cui devo dire un Grazie e un Ottimo Lavoro a Massimo Cuomo per questo incredibile racconto di cui avevo bisogno.
Gli eventi narrati avvengono durante i mondiali di calcio del 1994 a Scovazze, un piccolo paesino al confine tra Veneto e Friuli che sembra essere rimasto fermo al 1974 e che forse oggi può aver raggiunto quel 1994. Un uomo del sud, Tempesta, da tutti subito ribattezzato Il Terrone, rimane impantanato con la sua Ritmo Cabrio e si trova a dover passare qualche settimana di villeggiatura coatta a Scovazze. Si trova a nord in cerca di un campanile raffigurato in una vecchia foto e si lascia aiutare dagli avventori dell’osteria Punto Gilda, un campionario di umanità sospesa tra il grottesco dell’autenticità provinciale e l’umanesimo goffo e imperfetto della gente di campagna. Un libro onesto e senza troppe pretese, fa egregiamente quello che promette di fare, ossia raccontare la provincia italiana senza le moine leziose di chi la vuole romanticizzare, idealizzare e mitizzare. Interessante e gradevole l’uso non invadente del dialetto, e apprezzabile il modo in cui l’autore mostra una provincia che si trova suo malgrado in angolo pigro e arretrato del tempo in cui viviamo.
Preferisco altre osterie La lettura è stata a intermittenza, ho perso il conto di quanti giorni erano passati dall’ultima volta che avevo fatto scorrere gli occhi sulle righe di scrittura: continua il periodo infelice per le letture, il più lungo che mi sia mai capitato; ma poi ci son pure libri che proprio non curano l’apatia. Purtroppo questo è stato uno di quelli e, se non ci fosse stata una forzata assenza dal lavoro causata da una faringite febbrile che mi ha regalato tanta spossatezza e “tolto la voce”, chissà quando avrai terminato la lettura! Il mio parere è fuori dal coro, vedo che il libro ha riscosso ampi consensi, ma a me non sono piaciuti: l’atmosfera, che mi ha ricordato quella da Bar sport di Benni, ma in tono decisamente minore; l’insistenza sui dettagli coprologici (l’incipit lo denuncia subito, peraltro); l’eccesso di non verisimiglianza dei personaggi, la maggior parte dei quali a me son sembrati caricature, alla Pupi Avati, insomma, che a me non piace. Un ennesimo non felice incontro con un autore italiano.
Accattivante, l'inizio; buono il finale, quasi da giallo; interessante l'ambientazione nel Veneto profondo e rurale, con il relativo lessico e i pittoreschi personaggi. Perché solo due stelle, allora? Perché Cuomo ha la sindrome dello studente, il quale pensa che più scrive più il voto sarà alto, e quindi annacqua, diluisce, rallenta fino ad indurre nel lettore effetti soporiferi.
Ironico con intelligenza, personaggi a cui ci si affeziona di pagina in pagina, commovente, ottima scrittura e trama con colpi di scena inimmaginabili. Non metto la quinta stella solo perché non è un capolavoro, ma sicuramente uno dei migliori libri che ho incontrato. Per Carnera ho pianto, con Medicina ho sognato, l’avvocato lo avrei preso per mano e così via
Piccola osteria senza parole è un romanzo vivace e ben scritto, ricco di personaggi coloriti e di un’atmosfera di provincia resa con affetto e ironia. Il mistero legato a Tempesta aggiunge curiosità, anche se la storia impiega un po’ a ingranare. Nel complesso è una lettura scorrevole e gradevole, con qualche momento davvero riuscito, ma che non lascia un’impressione duratura.
Libro che si legge bene, è molto carino, e a me ha fatto anche ridere! Ci sono alcuni dialoghi o termini dialettali che però vengono sempre tradotti o spiegati quindi anche se non si conosce il dialetto tra Friuli e Veneto non c'è alcun problema.
Una bella storia strana e coinvolgente. In parte ricorda il Bar Sport di Benni ma la trama giallistica lo differenzia in positivo. Divertente, coinvolgente, un bella lettura poco impegnativa.
LIbro carino, senza troppe pretese. Storie di vita della provincia veneta, alcuni piccoli sprazzi simpatici ma per la maggior parte non indimenticabile.
Una piccola storia dove i protagonisti, oltre ai personaggi, sono le parole e soprattutto i gesti. Diverte e commuove, ritraendo un paesino del Veneto il cui cuore è l'Osteria, fulcro di sguardi, frasi, giochi, vite. Scritto molto bene, ogni storyline riesce a catturare il lettore, curioso e impaziente di sapere come si evolverà.
Un romanzo notevole questo di Cuomo. Inevitabile immedesimarsi e tornare indietro nel tempo. Rivivere il paese e il bar inteso come microcosmo a sè stante, famiglia e comunità sui generis. Il ritratto della tipica osteria del nord est è calzante e realistico. Pazzesca e indimenticabile la figura di Tempesta, il Deus ex machina di tutta la narrazione. Un personaggio a tutto tondo che piomba improvvisamente un giorno in questo piccolo paesino al confine fra Veneto e Friuli stravolgendo le vite dei suoi abitanti. Un libro che quando finisce ti lascia dentro una nostalgia pazzesca dei suoi personaggi. Una scrittura veramente degna di nota. Pulita ma ricercata senza mai essere affettata, impreziosita da lampi poetici e descrizioni paesaggistiche che m hanno ricordato Il Faulkner di Mentre morivo. Leggetelo che merita davvero
La rappresentazione di un angolo “sperduto” del Veneto, come molti altri che, seppur non sperduti, sono rimasti ancorati allo stile di vita e alla mentalità dei propri nonni. Vorrei tornarci adesso, in Veneto, e fermarmi dalla Gilda, per bere qualcosa ed osservare quello spaccato umano... Ah, quando ha citato i mangimi “Raggio di sole”, mi sono ricordato il logo rosso su carta a triplo strato marrone, che si strappava grazie ad una sorta di doppio laccio... che tuffo nella mia infanzia anni Ottanta!