Circa un anno fa ho finito “La Torre di Goblin” di Sprague de Camp. Beh, che dire, si è aggiunto sicuramente alla lista dei miei fantasy preferiti: i personaggi sono tremendamente umani con il loro essere contradditori, superficiali e consapevoli di quello che sono ma che non vorrebbero essere; personaggi capaci di sbagliare non in una qualche impresa eroica, bensì nel loro piccolo venendo magari a meno a un loro principio morale per paura. E poi c’è chi non pianifica nulla e se la cava sempre, e chi pianifica tutto e fallisce in ogni suo intento… come nella vita, no? La capacità dello scrittore di ironizzare su un genere e sui suoi personaggi, rende questo fantasy un raro gioiello ahimè sconosciuto. Ad esempio: chi è Jorian? Jorian è un ex re che non voleva essere un re, né voleva perdere la testa per esserlo. Perché a Xylar essere re significa avere vita breve. Jorian è un uomo qualunque che sa quando aguzzare l’ingegno e quando non dar peso alle cose; sa anche avere paura, cosa che solitamente gli eroi non hanno… non veramente. Jorian invece lo urla ai quattro venti e preferisce evitare di sguainare la spada, se non è proprio una questione di vita o di morte. Questo perché è una brava persona? Beh, sì, lo è, ma Jorian sono certa che risponderebbe con “Perché ho veramente fifa”. L’aver paura non lo rende meno eroico, perché lui pur sentendosela addosso, se deve salvare un’innocente da una qualche angheria, lo fa… con tutta la sua fifa al seguito. Questo dettaglio dona un nuovo valore alla parola “coraggioso” che spesso viene strausata fino a stravolgerla, fino a farla diventare una cosa qualunque, un pregio privo di sforzo.
Di questo libro, il primo di una trilogia, mi piacciono i racconti di Jorian, spesso utilizzati come distrazione per i nemici che per ricalcare un’usanza classica nel genere fantasy (o magari un po’ è anche così). Molte volte nei libri fantasy i racconti sembrano un po’ fini a loro stessi – non che la cosa mi dispiaccia, sia chiaro – ma in questo libro il protagonista ti incanta con la sua parlantina e, dopo che questi finisce il racconto, scopri di essere stato ammaliato come tutti i personaggi che nel libro lo stavano ascoltando. “Un altro racconto, Jorian! Cosa succede dopo?” vorresti chiedergli insieme a tutti gli altri. È una dote estremamente rara riuscire a coinvolgere tanto un lettore in un racconto secondario.
Cos’altro mi piace tanto di questo libro? La magia. La magia non è la chiave per risolvere i problemi: è pericolosa e imprecisa, e spesso è la prima fonte di guai e di morte… persino fra i maghi.
“Ehi, mamma, da grande voglio fare l’incantatore! Uhm… forse no, ho cambiato idea”. Effettivamente trattieni il respiro ogni volta che qualcuno lancia un incantesimo (e devi avere gli ingredienti per farlo!). Funzionerà? Probabilmente no. Ma almeno non rischieranno di farsi spuntare un altro braccio, vero? VERO?!
Concludo con la genialità dello scrittore di aprirti gli occhi su alcuni dettagli negli incantesimi che non andrebbero ignorati. Non voglio fare spoiler, voglio che spalanchiate la bocca ed esclamiate “Accidenti, perché nessuno ci ha mai pensato?! È così logico!”.
Insomma, se riuscite a trovare “La Torre di Goblin” correte a leggerlo, perché non c’è tristezza più grande di vedere tanta genialità e realismo in un fantasy che ha deciso di fare un baffo all’eccessiva serietà del suo genere, venire dimenticato nel tempo a causa di un ambiente che ha deciso di non dargli nemmeno la possibilità di presentarsi. Spero un giorno di trovare i seguiti...