Non si dà romanzo senza costruzione; non si dà, forse, romanziere che nei confronti della costruzione non provi, prima o poi, impazienza e disagio; può allora accadergli – come è accaduto ad Alba de Céspedes – di coltivare l'utopia di un romanzo che sia puro ascolto, o anche "semplicemente un riflesso", come scrisse Jean-Paul Sartre in un celebre saggio su Dos Passos. Non le laboriose simmetrie di pochi destini ha voluto in questo romanzo narrare l'autrice, ma piuttosto il loro brulicare per miriade dentro una notte e dentro Parigi. Scivoliamo da un luogo all'altro – un piccolo appartamento del Quartiere Latino, una serata mondana a Marly, un ospedale o un bar, la metropolitana o un tassì... – incontrando tagli di visi o frammenti di discorso saturi di quella spettrale labilità che è l'aura stessa della folla metropolitana. Profili enigmatici, vaghe familiarità, agnizioni, squilli di telefono, clangori percorrono e scuotono la buia, simultanea sostanza della grande città. Una sorta di Cine-Occhio ci trascina nel suo isterico cuore; e ancor più, forse, di Cine-Occhio. Parigi parla. Di battuta in battuta, Alba de Céspedes insegue le cadenze del suo linguaggio; ci dà il "parlato" di un'epoca; sostituisce alla costruzione quel volatile elemento di cui l'orecchio è organo: un Ritmo. Giunta alla maturità della sua esperienza di scrittrice, Alba de Céspedes non ha semplicemente scompigliato e "spettinato" le sue storie, ma ha concepito un nuovo progetto e, per realizzarlo, ha usato da virtuosa i più diversi strumenti letterari: dal dialogo al discorso indiretto, dalla sottoconversazione al monologo interiore, dall'accensione lirica alla descrizione oggettiva. Questa carrellata dentro una notte parigina della primavera 1972 è un brulicante spaccato – di problemi, di "Europa"... – che dimostra le qualità di attenzione di Alba de Céspedes, le ambizioni della sua intelligenza, la sottigliezza della sua arte.
Alba de Céspedes y Bertini was a Cuban-Italian writer.
Ms. de Céspedes was the daughter of Carlos Manuel de Céspedes y Quesada (a President of Cuba) and his Italian wife, Laura Bertini y Alessandri. Her grandfather was Carlos Manuel de Céspedes and a distant cousin was Perucho Figueredo. She was married to Francesco Bounous of the Italian foreign service
Ms. de Céspedes worked as a journalist in the 1930s for Piccolo, Epoca, and La Stampa. In 1935, she wrote her first novel, L’Anima Degli Altri. In 1935, she was jailed for her anti-fascist activities in Italy. Two of her novels were also banned (Nessuno Torna Indietro (1938) and La Fuga (1940)). In 1943, she was again imprisoned for her assistance with Radio Partigiana in Bari. After the war she went to live in Paris.
Questo è il settimo libro di Alba de Céspedes che leggo, ripubblicato da Mondadori in tutti i formati, audiolibri compresi: ed è a mio avviso il più destrutturato.
Infatti, è un romanzo sperimentale, “l'autotraduzione a lungo meditata, ampliata, adattata, di Sans autre lieu que la nuit, uscito in Francia tre anni prima”, come scrive l’editore nella quarta di copertina.
È difficile trovare un unico tema o filo conduttore tra le varie storie che si susseguono nel romanzo. Sicuramente un filo è nel titolo: nello svolgersi di un’intera notte a Parigi nel 1972, tante voci si alternano tra telefoni che squillano a vuoto, solitudini, ribellioni, scontri generazionali, crisi esistenziali, corse in taxi e corsie di ospedali psichiatrici, matrimoni stanchi e relazioni appassionate.
Un altro tema portante può essere la ricerca della felicità e di senso, tra viali alberati, palazzi del centro e periferie sgangherate: si va di via in in via alla ricerca continua di qualcuno o qualcosa che possa colmare il vuoto della solitudine.
Alba de Céspedes contrappone al flusso di coscienza, così in voga agli inizi del nove cento, un flusso ininterrotto di narrazioni e contronarrazioni che si avvitano e snodano, per dar voce all’angoscia umana, alla sensazione di essere, in fin dei conti, soli ed insignificanti.
«Avete mai considerato l’importanza del risveglio nella vita dei nostri contemporanei? Tale problema richiama ora la nostra attenzione. Stiamo infatti elaborando un tipo di sveglia che provocherà un terremoto nel campo di questo articolo. Eccetto, ovviamente, in quei Paesi dove gli autoctoni ignorano ancora il malessere paradossale derivante dal benessere, dalla cultura e dall’urbanizzazione: l’angoscia del risveglio. «Il risveglio che strappa l’uomo alla dolcezza del sogno per metterlo brutalmente di fronte alla realtà e ai gravami che gli impone. Un passaggio che avviene senza alcuna delicatezza, al contrario, con la veemenza di una tromba militare, la freddezza di un campanello assordante, la spietatezza di una mano mercenaria che bussa alla porta, l’insistenza del telefono che squilla, squilla…»
Libro non banale, una moltitudine di personaggi che ricorrono sulla scena come un film ambientato nella Parigi dei primi anni '70. Superando la difficoltà di una lettura frammentata dai continui cambi di scena ho trovato molta profondità e tante riflessioni condivisibili ancora oggi.
Capisco l'intento sperimentale del romanzo, e ho anche apprezzato l'immagine frenetica della città e dei personaggi, ma non era ciò che cercavo. La mancanza di filo conduttore può annoiare in un romanzo lungo.
un romanzo destrutturato, una parigi frenetica, un susseguirsi di personaggi e situazioni senza interruzioni. non è il tipo di lettura che apprezzo, ma gli spunti di riflessione mi sono piaciuti!
Un classico mancato «Di cosa parla questo libro?», mi hanno chiesto. Difficile dirlo. A questa domanda, ancora frastornata dalla lettura, potrei rispondere che il libro parla di diversi personaggi – tanti, tantissimi personaggi, una sessantina – di nottambuli che vivono la metropoli parigina di notte, nella fattispecie nella prima notte di primavera. E la primavera, si sa, oltre allo zefiro e ai fiori, porta anche un’insidiosa e perniciosa smania di vivere che costringe a riflettere, a parlare, a cercare, a pensare. Oppure potrei rispondere che questo libro parla solo di Parigi e della vie parisienne al calar delle tenebre, della geografia e della movida parigina, di cui i personaggi non sono altro che voci sentite, registrate per caso o per sbaglio, voci che si sentono, perché è Parigi stessa che parla. «Sì, ma questo romanzo non ha protagonisti, non ha una trama?». Sì, ce l’ha, c’è Jacquot (è forse lui il vero protagonista?) un tassista anziano non ancora in pensione che si sveglia – anzi, lo sveglia la moglie – alle cinque del pomeriggio perché deve iniziare il turno di notte col tassì; è un lavoro massacrante, ma a lui piace e, dopo aver scarrozzato a destra e a manca i suoi clienti per tutto il tempo, Jacquot torna a casa e si mette a dormire. Un po’ banale. No, non va bene, devo cercare di spiegarmi meglio, in quanto non mi sembra di rendere giustizia a questo capolavoro dell’autrice italo-franco-cubana. De Céspedes, con questo romanzo, aveva intenzione di rievocare un mondo, quello parigino appunto, la città in cui ormai si era stabilita dal ’67, la città in cui aveva assistito ai moti del Sessantotto, la città di cui aveva imparato ad assorbire la lingua, arrivando non solo a scrivere in francese ma anche a pensare in francese, avendolo ormai sostituito completamente alla sua lingua madre, quell’italiano lingua di un popolo cui non sente più di appartenere, e di restituire poi questo mondo in una costellazione di immagini, di voci, di frammenti, di personaggi, di idee, di sentimenti che mantenessero tuttavia, nonostante la loro pluralità, l’organicità di un romanzo e, al tempo stesso, distruggessero dall’interno l’idea stessa della forma romanzo. È una dichiarazione di poetica, dunque, ma anche una dichiarazione d’amore alla capitale francese, che scalza ben presto Roma come possibile ambientazione del romanzo, e alla notte stessa, di cui l’autrice si vantava di essere amante.
Vero è che il lettore che si avvicina a questo romanzo così corposo non si aspetta di trovarsi di fronte a una tale difficoltà di lettura, data dall’altissimo numero di personaggi, e all’inizio può essere altresì infastidito dall’esperimento di de Céspedes, che non si è preoccupata di divedere in paragrafi – figuriamoci in capitoli! – il suo lavoro e che spesso non segna nemmeno mediante la punteggiatura il momento in cui la scena si sposta da un capo all’altro della grande metropoli. Il montaggio stesso dell’opera, che consiste in vertiginosi procedimenti ellittici, è complesso e sofisticato, per cui rischiamo di perderci nel marasma caotico di nomi e di storie. All’inizio i nomi dei vari personaggi non dicono nulla a chi legge, anzi l’impatto è duro e disorientante, poi, via via che si avanti, alcuni di questi personaggi emergono dal testo, si impara a fare la loro conoscenza e sembra quasi di sentirli parlare, si possono immaginare le loro voci e le loro cadenze. Non vi sono protagonisti, nemmeno Jacquot in fondo lo è, anzi lui non è nemmeno il solo tassista presente nel romanzo, visto che c’è anche Pierre, un ex camionista nostalgico del verde del Piemonte, che ha sposato una donna avida di danaro, Simone. E non vi è nemmeno una trama: vi è solo la notte, sovrana assoluta, Leitmotiv costante, scenario perfetto in cui ambientare un romanzo che voglia parlare di tutto, ma che alla fine non ha la pretesa di spiegare niente.
Alcuni personaggi restano più impressi di altri dal tono minore, che tuttavia servono alla scrittrice per creare uno sfondo corale e variegato. Vale la pena pennellarne qualcuno per rendere l’idea: c’è, per esempio, una donna, la signora Beaulieu, che il marito, un cinico scalatore sociale di nome Maurice che lavora nel settore pubblicitario per un’innovativa macchinetta del caffè, la Sagaz, ha fatto rinchiudere nella clinica psichiatrica di Saint-Jeanne, luogo emblematico della malattia del secolo, a cui ognuno è destinato. Martine Beaulieu non sa nemmeno spiegarsene il motivo, non ne soffre, ma si accontenta di chiacchierare tutta la notte con il medico di turno, Bernard Erlanger, un giovane scapolo che rifugge dal potere femminile, ma che, immerso nella magia ovattata della notte, si ritrova affascinato dalla profondità della sua paziente e parla con lei tutto il tempo, cercando, nelle verità di quella giovane-vecchia casalinga, le proprie più profonde verità. Forse si è innamorato per la prima volta nella sua esistenza, tuttavia si lascia che ogni cosa navighi nell’incertezza, perché nella vita stessa non sempre si hanno le idee chiare sui propri sentimenti e sulle proprie volontà e il dottore quella donna deve rilasciarla e forse non la incontrerà mai più. Lui, a sua volta, è angustiato da un’altra vicenda, più spinosa, quella di un fervente cristiano che ha fatto testamento donando la metà dei suoi averi ai bisognosi e per questo la moglie lo ha fatto rinchiudere nella clinica psichiatrica in cui il dottore lavora, e allora ne parla con Klaus, la caposala, una donna salda, tutta d’un pezzo, che serve al dottore dei cioccolatini con la scusa che gliene regalano troppi, e invece lei mente perché è una donna sola e senza amici, che vive esclusivamente dei suoi turni di notte e quei cioccolatini è lei stessa a comprarli per non mostrare al mondo la sua solitudine, di cui si vergogna come di una colpa. Poi c’è Christiane (inizialmente doveva essere questa giovane giornalista la vera protagonista dell’opera e il romanzo doveva chiamarsi Christiane et la rose, ma poi l’autrice ha accantonato quest’idea), ultima generosa eroina di un secolo di individualisti, che rimane sveglia tutta la notte per chiamare i numeri delle persone che contano e chiedere loro di firmare la petizione per salvare il francese Lunais dal braccio della morte dall’altra parte del pianeta. Ma quella sera tutta la Parigi bene si trova a Marly, a un evento mondano organizzato dai Marot d’Arbois, a sfoggiare i propri abiti e le proprie ricchezze e a sorseggiare drink annoiati spettegolando con ipocrisie e menzogne dei convitati. Qualcuno non risponde a Christiane, qualcuno le sbraita contro, qualcuno le concede una firma, qualche numero è occupato e nel frattempo molti uomini sono innamorati di lei, primo fra tutti Thierry, disilluso erede del Sessantotto, il quale crede che Christiane lo tradisca con l’intellettuale Eric e così si sente in dovere di sorvegliare tutta la notte la finestra dell’amata mentre vacilla tra sentimenti di rabbia e di odio e brucia d’amore. Tra i giovani c’è poi Monique, innamorata dell’indolente Antoine, la quale insegue una libertà che non esiste e c’è l’amica di lei, Jacqueline, che si fa chiamare Jackie, che si prostituisce per elemosinare amore. Tutt’e due le amiche incontrano Serge, un ragazzetto macilento in astinenza da droga, che detesta l’alba e la luce del giorno, e tuttavia Serge non è l’unico tossico in cerca di una falsa felicità, perché come lui ci sono tanti altri giovani in astinenza, giovani che nella notte vanno a caccia di roba. C’è poi don Lopez, un prete non credente che detesta l’abito talare e tutto ciò che è ecclesiastico: lui è originario della Colombia, ma è stato spedito a Parigi, perché i suoi superiori ritenevano che Parigi fosse più adatta a uno come lui, ma adesso cercano di allontanarlo anche da Parigi, perché di idee troppo colombiane…
Ma non basta. Potrei continuare ad andare avanti nelle descrizioni di questi personaggi e non riuscirei comunque a rimandare indietro l’idea che giace dietro al romanzo, in cui si intrecciano (anzi, si sovrappongono) mille e più romanzi diversi, che rimangono incompiuti. Da ogni personaggio scaturiscono idee e pensieri – e critiche soprattutto – quanto mai profondi: si critica la falsità di alcuni ambienti sociali, soprattutto del sistema borghese e della sua folle e insensata corsa verso il danaro. C’è una critica accanita contro l’individualismo, contro il razzismo, contro la Chiesa come istituzione, ma la critica che sconvolge di più è quella sul futuro. «Ma come il futuro!? Spiegati meglio!». Sì, il futuro. Per esempio, quando si fa accenno alla nascita di un bambino, de Céspedes illustra tutto ciò che avverrà nella vita di quell’innocente neonato nel ventunesimo secolo e il futuro è un futuro grigio, che fa paura per la sua meschinità e fa più paura ad un lettore qualsiasi del ventunesimo secolo che non a uno ancora speranzoso degli anni immediatamente successivi al boom economico.
Il romanzo, che ha avuto una lunga gestazione e che è oscillato tra il mondo italiano e quello francese, è stato pubblicato prima in Francia, presso le Éditions du Seuil nel 1973 con il titolo di Sans autre lieu que la nuit. In Francia ha riscosso il favore della critica, ma ben presto la vicenda editoriale si è interrotta per mancanza di interesse da parte dei lettori. Tre anni dopo, in seguito a un sofferto lavoro di traduzione e riscrittura in italiano, il romanzo è stato pubblicato per Mondadori e anche in questo caso è stato ben accolto dalla critica, ma non apprezzato dal pubblico, ancora evidentemente non pronto ad accogliere un lavoro simile.
Chi legge questo libro oggi è sopraffatto, schiacciato dal peso delle pagine, in quanto durante tutto il percorso della lettura non ha fatto altro che passare da uno stato d’animo all’altro, da un sentimento all’altro e alla fine, arrivato stremato all’ultima pagina colorata dei colori tenui e nebbiosi dell’alba, non può che avere un sorriso amaro e sentirsi parte di quel tutto frenetico dipinto e descritto dall’autrice. Un romanzo che dovrebbe essere ripescato dal dimenticatoio in cui ha avuto la sfortuna di cadere ed essere letto e assaporato come si fa con i grandi classici della nostra letteratura.
È una Parigi animata, contraddittoria e quasi sconfitta quella che immortala Alba De Cespedes in un romanzo impressionista e vivace come “Nel buio della notte”.
La luce del giorno è appena sparita dietro l’orizzonte quando tutto ha inizio, quando la polifonia di De Cespedes prende il là e crea un concerto di voci che si incontrano, si scontrano, si sovrappongono. Il lavorìo della vita diurna lascia spazio alla frenesia cieca e concitata che dà forma e colore anche al buio, alla solitudine di uomini e donne alla ricerca di un senso.
Ognuno sembra voler gridare a gran voce la propria diversità, la propria lotta personale contro il conformismo della società, contro le catene di un lavoro alienante, contro i ritmi e le regole di una vita che non ha nulla di umano. Non importa dove si trovino i protagonisti di De Cespedes in questa notte piena di stelle e di interrogativi; ognuno di loro non può trattenere un urlo muto di disperazione, l’urlo di chi non ha più parole per descrivere ciò che prova, l’urlo di chi non crede più di poter essere compreso.
È quasi un riflesso involontario, uno spasmo di incoscienza che disvela il dolore e la solitudine che si celano dietro la maschera della normalità, del conformismo, dei legami vuoti, ma stabili che il mondo si aspetta da noi. È solo un attimo, una confessione alla notte, ad altre anime che – come noi – faticano a reggere sulle spalle il peso di una pantomima continua, il fardello di una maschera che ci soffoca e ci ammutolisce.
Ho avuto la fortuna di leggerlo nella prima edizione, del 1976: una copia con dedica autografa dell’autrice. Un piccolo, prezioso, tesoro. Un viaggio quasi “cinematografico” che ci porta attraverso una intera notte a Parigi, tra telefoni che squillano a vuoto, solitudini, ribellioni, scontri generazionali, crisi esistenziali, corse in taxi e corsie di ospedali psichiatrici, matrimoni stanchi e relazioni appassionate, la ricerca della felicità e di un “senso”, tra viali alberati, palazzi del centro e sgraziate periferie, e soprattutto la continua ricerca di qualcuno o qualcosa che possa colmare il vuoto della nostra solitudine. Direi che il tema centrale del libro, un fluire ininterrotto di narrazioni e contronarrazioni che si snodano vorticosamente - tutte condotte con grande maestria dall’autrice - è l’angoscia umana, la sensazione di essere, in fin dei conti, soli ed insignificanti, ma come ho detto trovare un unico tema è impossibile perché ce ne sono moltissimi, e nessuno di questi è marginale. Perciò non è semplice individuare una citazione che offra una sintesi del libro; io ho individuato questa: “ogni sguardo interroga, scruta, fruga, nessuno vuole che gli altri si avvedano della sua paura, della sua stanchezza, delle pieghe che si formano sul suo volto quando si crede inosservato: nessuno vuole confessare che sta appeso a un filo sul baratro della sconfitta totale”. Non è semplice da leggere, ma ad un certo punto “cattura” e trascina il lettore in una sorta di ipnosi magnetica. Consigliatissimo.
"Gli incontri possono cambiare tutto, nella vita" A book that lasted all my exchange semester, complicated, but with a lyric and evocative language and amazing descriptions. Not some main characters but a choir of different voices melting together and becoming indistinguishable. One night in Paris, between the winter's end and the first blossoms of spring. A vivid condemnation of the absurdity of modern times, the hustle culture (the book takes place in 1972!), the loneliness, the voidless repetition of an everyday worker's life, the alienation and the existential void connected to it. An important place is taken also to condemn the void and senselessness of daily domestic drudgery of women. "No, il lavoro delle donne di casa consiste proprio in questo: fare, e poi distruggere accuratamente ciò che hanno fatto" As the title suggests, it's an elogy to the night. "E c'era l'orgoglio di essere soli con la notte. Di abitarla. Di possederla." "Però dobbiamo diffidare della notte: nell'ombra non vediamo le cose come sono, ma come vorremmo che fossero."
"Non credi che si può essere felici in una vita piuttosto piccina? Che è grande in se stessa, la vita di tutti i giorni?"
Una notte come tutte le altre notti e una notte come nessuna. La prima notte di primavera — è il 1972 — a Parigi, che è “mille città in una” in cui la bellezza esiste, l’arte esiste — “quella borghese” eccepisce una voce, “non c’è che quella: tutto è borghese” qualcuno risponde.
“Nel buio della notte” è — si legge — il più ambizioso e sperimentale dei romanzi della de Céspedes… e lo è. Lo è a voler segnalare il suo limite, un limite in cui consiste tutta la sua forza. La de Céspedes costruisce un impianto narrativo in cui è difficile distinguere le voci e le vite — perché, in fondo, “che cos’è un uomo in una grande città?”. Il risultato è un paesaggio urbano che è un ritratto della modernità, della sua fretta e della lenta, ma inesorabile emergenza di senso, contro cui combattono il dover produrre (“Tutti dicono ‘coraggio’ a uno che va a lavorare. Ci deve essere qualcosa sotto, no?”) e il dover consumare persino la felicità, rivendicata come un diritto oggi mentre fino a ieri era “un segreto personale da custodire gelosamente: una condizione straordinaria, e fugace, un attimo di luce strappato alle tenebre, alla quotidianità della vita”.
Una notte, dicevo, come ogni notte, pronta a cominciare alla fine del giorno: “Sospiri di sollievo e rassegnazione, che accompagnano le solite parole che si dicono dappertutto, a quell'ora, per avere l'illusione di liberarsi dalla catena, di andarsene definitivamente, di dire addio, allora, io vado, sono abbrutito, io sono morta, non mi reggo più, un'altra giornata di queste e ci lascio la pelle, ah, no, io no, se continua così io dichiaro forfait e li saluto - buonasera, direttore, a domani - be', ragazzi è l'ora che volge il desio, che testa, dimenticavo le sigarette, io spengo questa ed esco dalla comune, mi dispiace per voi belle fate, ciao, stasera ho un ragazzo nuovo che m'aspetta, beata te che hai un filarino, io devo passare a prendere il bollito dal macellaio, il bambino dalla mamma, eppure indugiano, si trattengono ancora un momento poiché, bene o male, ciascuno s'è fatto il suo rifugio, la sua nicchia, in quella stanza, dietro quello sportello, nell'armadietto, nel cassetto, a domattina, a domattina ahimè, per quanto mi riguarda, sapete che nuova c'è? Ho voglia di fare una pazzia: prendere un treno e andare a finire dove sia ma lontano da questa prigione”.
Una prigione che è una trappola in cui la de Céspedes fa muovere i suoi personaggi: mogli rinchiuse in case di cura o chiamate a vigilare sul lavoro del marito, infermiere, medici intenti a cercare il senso della vita, tassisti, militanti pronti a tutto per salvare un uomo che non ha chiesto di essere salvato e molti altri, tutti indistinguibili nel loro desiderio di libertà e felicità, tutti presi nella morsa di una società che li difende “conducendoli a non avere altri interessi che i loro propri”.
Un romanzo che si legge con fatica, perché nel far calare “l’insidia dell’ombra” sulle cose e sulle persone la de Céspedes decide di non difendere nessuna identità, di non dare a nessuna voce il diritto di essere altro che se stessa e la riduce a rumore tra i rumori, con la sola straordinaria eccezione dell’infaticabile petizionaria, condannata a cercare di riunire una comunità.
Una lettura sociologica del tempo suo e del nostro che accarezza la tragicità della condizione del secondo sesso con Ia sensibilià dell’autrice di Quaderno proibito (l’ombra di Valeria appare spesso sulle donne che qui vengono consegnate alle attività di cura, che riproducono se stesse e fanno di chi passa la vita a pulire per sporcare un rifiuto), ma che non esita a rifiutare ogni punto di vista privilegiato e si eleva fino a cogliere la logica identica che lega la pubblicità alla scienza, spazi di ricerca sull’uomo e sul potere che su di lui si può esercitare… anche attraverso una caffettiera. Soprattutto attraverso la rivoluzione promessa da una nuova caffettiera, destinata a produrre “un terremoto” — “eccetto, ovviamente, in quei paesi dove gli autoctoni ignorano ancora il malessere paradossale derivante dal benessere, dalla cultura, dall’urbanizzazione: l’angoscia del risveglio”.
In realtà, “Nel buio della notte” è la diagnosi, ma è anche la prognosi, perché è l’annuncio dell’arrivo della primavera, della sua insolenza e di una tentazione: “E se almeno una volta nella vita vivessimo questa stagione come bisognerebbe viverla?”.
3.5/5 Il libro è senza dubbio un esperimento interessante. Questo susseguirsi di identità tutte diverse tra di loro, immerse nella notte parigina, dona a tutta l’opera un’atmosfera sognante e irrealistica. La scrittura di questa autrice è talmente poliedrica e diversificata in base al contesto e al personaggio da non risultare mai noiosa o ridondante. Ciò che invece non mi ha convinto sono sicuramente le separazioni tra le scene, troppo nette in alcuni casi e vaghe in altri, e il numero dei personaggi. Se questi fossero stati meno, e più tridimensionali nella loro caratterizzazione, ne sarebbe uscito un gioiello. Segnalo in particolare i dialoghi tra Bernard e la signora Beaulieu per la loro dolcezza e il personaggio di Chriss per la sua complessità.
Altri libri della Céspedes mi sono piaciuti abbastanza - Quaderno Proibito, Dalla Parte dei Lei, Nessuno Torna Indietro - ma questo romanzo, per me, non ha senso. Non c'è storia, non ci sono protagonisti, soltanto una successione di conversazioni interrote ascoltate, credo, da un centralino telefonico. Ea.
Libro diversissimo dagli altri della scrittrice, che tuttavia si dimostra una penna sopraffina, capace di maneggiare la materia letteraria in diversi modi, forme e in modo magistrale.
Per fortuna la sua ripubblicazione mi permette di leggere (o ascoltare, come in questo caso) tanti suoi scritti, perché è innegabilmente una delle migliori autrici del secolo scorso.
“Nel buio della notte” è un romanzo sperimentale e corale: tra la sera del 20 e l’alba del 21 marzo, equinozio di primavera, si snoda il lungo continuum narrativo che costituisce il romanzo, ovvero il pullulare di voci, pensieri, movimenti della folla parigina che si muove, affretta, sosta, vive in quelle ore.
Si affastellano così tutta una serie di narrazioni di tantissimi personaggi, alcuni ricorrenti altri sporadici, che vengono immortalati qualche istante mentra lavorano, camminano, si affrettano, riflettono, attendono un taxi o un bus – nelle loro azioni più ordinarie.
E’ una polifonia che fa risaltare vite diversi, diverse idee di vita, accompagnate dal susseguirsi di registri linguistici differenti a sottolineare questa pluralità.
De Céspedes riesce a trascinare il lettore in questo susseguirsi di voci, in questa frenesia urbana, che solo in apparenza sembra frammentata. Infatti, pur tra tante esperienze e situazioni, emerge man mano il filo conduttore del romanzo: la ricerca di un senso di esistere, di sé nella propria assorbente quotidianità, una solitudine amara, in qualche caso cinica, che accompagna tutti, la corsa a fare, fare, che a volte non lascia spazio al vivere. Forse, quello che emerge, è che al di là delle differenze, anche profonde, individuali, in questo caotico e affannato formicolare di esistenze, che talvolta si incontrano, sfiorano, oppure non si incrociano mai, ciò che unisce è proprio essere fragilmente umani.
Bellissimo, de Céspedes non mi sta deludendo mai, anzi.
This is de Céspedes’ final novel and she wrote it in French instead of Italian; she spent the last years of her life in Paris. I don’t think this novel has been translated into English. It’s an ambitious work: the story follows an array of different characters from many different walks of life, and unfolds over a single night in Paris. The novel shifts frequently from the perspective of one character to the next; sometimes these shifts are signalled by ellipses, but not always, so it’s quite a disorienting read as you try to work out where you are and who is speaking to whom (I don’t think I was always successful in this by the way!). The novel begins and ends with a taxi driver, and the book itself feels like a slightly mad ride through Paris, as you encounter a doctor in a psychiatric hospital and his woman patient, an activist trying to free a man on death row, a priest, an addict, wealthy businesspeople – there are too many characters to list. Not the easiest of reads, but a very interesting one.
Una notte a Parigi. Taxi, passanti e voci si inseguono e si rispondono senza saperlo dagli angoli della città. Un romanzo musicale, di quadri come fosse un montaggio cinematografico. Operazione complessa: De Cespedes porta avanti tante storie (alcune appena accennate, altre più approfondite) per 400 pagine, senza che nessuna ne esca protagonista. Rischioso perché facile perdersi ed esaurire il gioco. Ogni tanto succede, ma subito lo riacchiappa perché a fare da filo conduttore non sono le storie quanto le riflessioni che esse avanzano. Che cosa significa essere liberi oggi? Decine di personaggi prendono in vita in un libro che è quasi tutto dialogo, vagabondano alla ricerca di un proprio posto, mentre nella notte, nel buio della notte, sembra tutto possibile. Da scriverci un testo teatrale (eheh)
Deludente questo libro di una autrice che ha scritto cose ben migliori. Stile narrativo fastidioso perché a volte la scrivente non si è preoccupata di divedere il contenuto in paragrafi e tantomeno in capitoli. Ma questo sarebbe il meno. Questo lavoro non ha una trama, sembra di ascoltare le farneticazioni di una pazza che spesso non usa nemmeno la punteggiatura, che descrive scene che saltano da un luogo all’altro e da un personaggio all’altro senza una logica. Un marasma caotico di storie senza senso e di personaggi che non dicono nulla. Un romanzo fastidioso, noioso e disorientante.
Sperimentale. Cinematografico. Caleidoscopico. Opera rara che racconta una notte parigina con un "montaggio" che si avvicina molto al linguaggio del cinema, costruendo un enorme, artefatto, piano sequenza che ci guida tra innumerevoli personaggi e situazioni, mostrandoci la vita che si rincorre, si perde, si cerca, si spreca nelle vie e nelle case della capitale francese, ammalata anch'essa della frenetica e vuota modernità che attanaglia le città di tutta Europa.
Bellissimi alcuni scenari, per esempio quello ambientato nell'ospedale psichiatrico Sainte Jeanne. Se fosse stato un libro intero concentrato solo sulle vite di Bernard e Martine sarebbe stato perfetto. Purtroppo, il continuo saltare da una storia all'altra in un flusso ininterrotto (nessun capitolo, nessun paragrafo) non facilita né la lettura né l'assimilazione dei vari personaggi. (3.5)