«Io ho ricominciato a lavorare. In altri luoghi scrivo, succhio gamberi, respiro foglie balsamiche, faccio l'amore, ma una parte di me è qui, sempre qui, impigliata a un fil di ferro o a una paura mai vinta, inchiodata per sempre: il puzzo di brodaglia del carrello del vitto, quello pungente dei disinfettanti, il bip del segnalatore del fine-flebo, la porta che si chiude alle mie spalle quando termina l'ora della visita.» Così si sente chi di noi vive l'esperienza di una perdita incolmabile: impigliato, inchiodato. Dalle pagine di questo libro affiora il volto vivissimo di una giovane donna, Giovanna De Angelis, madre di tre figli e di molti libri, editor di professione, che si ammala e muore. Il suo compagno la cerca, con la speranza irragionevole degli innamorati, attraverso le stanze - dell'ospedale, della casa, dei ricordi - fino a perdersi. Solo un ragazzo non si sottrae alla fratellanza profonda cui ogni dolore ci chiama e come un Caronte buono gli tende una mano verso la vita che continua a scorrere, che ci chiama in avanti, pronta a rinascere sul ciglio dell'assenza. Yari Selvetella dà voce a un addio che sembra continuamente sfuggire al tentativo di essere pronunciato, come Moby Dick nel fondo del mare, e scrive un kaddish laicissimo eppure pervaso del mistero che ci unisce a coloro che abbiamo amato. Attraverso il labirinto al neon degli ospedali, le stanze chiuse del lutto, il filo tracciato da una penna sul foglio bianco è ancora di salvezza, celebrazione commossa della forza vitale delle parole.
Yari Selvetella è uno scrittore e giornalista italiano. Nel 1994 vince il premio Grinzane Cavour per la giovane critica promosso da La Repubblica. Esordisce con libri di argomento musicale. Suoi la prima biografia di Rino Gaetano (Bastogi, 2001) e un saggio su La scena ska italiana (Il levare che porta via la testa) (Arcana, 2003).
Si è a lungo occupato di storia della criminalità romana, tema di cui è considerato uno dei maggiori esperti grazie a Roma Criminale (scritto con Cristiano Armati) del 2005, prima opera di non-fiction a ripercorrere un secolo di cronaca nera della capitale, e ai successivi Banditi, Criminali e Fuorilegge di Roma e Roma, l’impero del crimine , che anticipava il tema della diffusione delle mafie a Roma.
Su questo libro voglio proprio spendere due parole. Ora. Leggo recensioni mirabolanti pressoché ovunque. Non di cialtroni, eh, di gente di cui mi fido. Non si grida al capolavoro ma poco ci manca; grande profondità, come tocca il tema, l'unico modo per superare il lutto era scrivere, com'è ritornare a vivere e via andare. Il tema mi interessava. Non ho perso un compagno ma ho da poco perso mia madre verso cui ho nutrito un amore folle, disperato, incondizionato e unico. E' morta di malattia, male, lentamente in un ospedale qualsiasi perché poi tanto si assomigliano tutti. Comunque, mi interessava, volevo leggere e non per farmi del male, ma per capire dei punti di vista, per capire come si possa scrivere di un dolore così grande. E spiace ma l'ho trovato irritante. La scrittura, il protagonista (che chissenefrega se è l'autore o no, non c'entra), quello che racconta e come, il suo io io io. Quasi che chi stesse morendo fosse un incidente di percorso. Ripeto, poteva essere una storia inventata di sana pianta, non è questo il punto, ma non mi è proprio piaciuto il modo di raccontarla, non mi è piaciuta la scrittura, non mi è piaciuto dove è andato a parare. E non mi piace chi grida al librone quando in realtà è un libretto. Che, per carità, ognuno ha i suoi gusti e non si discutono, ma come diceva il solito tizio, la qualità di scrittura o c'è o no.
La perdita della persona amata, la morte e i suoi padiglioni; labirinti che bisogna attraversare, e in cui ci si perde : le stanze dell'addio. Ma ci si perde al punto che alla fine non resta che uscire e ritrovarsi. Nel grande mare, con cui inizia e finisce il canto. Il mare della vita, orizzonte di rischio, oscurità da attraversare. E' questo e molto più di questo la scrittura di Yari Selvetella, qui. E' fatta di sogno e di lirismo lucido, di realtà asciutta e amara, di ragionamento vivido e allucinato. E' molte cose questo racconto, forse troppe. Scivola dal reale al surreale, passando per il fantastico e il fantasmatico, raccoglie e riformula perle di saggezza; ma una saggezza che appare sempre un po' trasversale all'io che narra, intima e distante allo stesso tempo. Si potrebbe citare molto, appunto, da questo libro. Ma sarebbe comunque poco, o sarebbe troppo. Perciò nulla.
Mi ha toccato, ma non abbastanza. Di sicuro non mi ha commosso come è accaduto con altri libri che narrano questo stesso dolore. (Penso a Camere separate, Una morte dolcissima, Patrimonio, per citarne alcuni).
Le stanze dell'addio è difficile da digerire per chi ha vissuto un lutto e forse, non mi sono approcciata nel giusto modo. Non mi sono lasciata abbastanza andare e il risultato è che a differenza di altri libri, questo non sono riuscita a viverlo. Dicono che ci sia il momento giusto per ogni libro e questo non era sicuramente quello adatto per me.
Ho tenuto una certa distanza e di conseguenza Saltella non è riuscito ad emozionarmi come speravo.
La scrittura è particolare e bisogna prestare molta attenzione ad ogni parola. Ci sono salti temporali, stralci di conversazioni, episodi di presente e passato che si alternano come se stessimo davvero spiando dal buco della serratura la mente di un uomo devastato, ma che vuole, e sono convinta l'abbia fatto, rialzarsi.
Nel romanzo ci sono riferimenti autobiografici e i sentimenti particolari dell'autore rendono la storia universale.
"E poi ci sono quei libri che ti restano incastrati dentro, di cui fai fatica a parlare e non perché non ne sei capace o perché non trovi le parole. Anzi, le parole ce le hai incise tutte come cicatrici infuocate sottopelle e pensi che è merito di quell'autore lì se le hai scoperte. Lui che ha saputo descrivere quel dolore straziante e crudele che è suo, certo, ma che racconta, però, di una vita che è stata, in qualche modo, anche la tua, anche quella di coloro che ti circondano. “Le stanze dell’addio” è così. E’ quel tipo di libro che ti affanni a descrivere perché qualunque cosa dirai rischia di sembrare riduttiva. E’ un viaggio così intimo nei meandri della sofferenza eppure così pubblico. Pur non essendo presentato come un’autobiografia (il libro è traslato, raccontato da due pov differenti, il protagonista e un barista d’ospedale) si sente forte l’eco del dolore che trasuda dalle pagine, da questa scrittura ridotta all’essenziale, senza fronzoli. Verità nuda e cruda. Sembra quasi che il protagonista stia “vomitando” (nessun altro sinonimo sarebbe stato altrettanto efficace) l’amore che ha dentro, affinché possa tornare a respirare, ma a respirare davvero, dopo che, per istinto di sopravvivenza, per tentare di non impazzire, si è nascosto in quelle che vengono definite “procedure.” Perché la morte è anche questo: non ti toglie solo le infinite possibilità del futuro, ma sgretola anche quelle poche insane abitudini a cui, volente o nolente, hai incominciato a legarti, nel tempo."
"[...] Yari Selvetella racconta una storia vera. Forse ci vuole fare dentro un percorso, quello suo personale. Difficile, dissestato, doloroso che sia. Lo fa perché se lo deve, glielo deve, lo deve alla vita che rimane. “Le stanze dell’addio” è esattamente questo: ripescare dalle stanze della propria coscienza tutto quello che quel percorso ci ha dato nel bene e nel male. Qui le stanze non sono solo metaforiche, sono anche reali, quelle di un ospedale, le varie fasi del male, della malattia, la ricerca spasmodica di un perché, di un motivo per tornare alla propria vita, quella che rimane. Di molti il bisogno di “usare” la scrittura per dire cose che non si sono mai detti. Per lasciarsi andare alla verità, per guardarsi allo specchio e dirsi che va tutto bene, che anche se le cose sono difficili, si può continuare. Una storia toccante e dura insieme: l’accettazione. [...]" La nostra recensione completa al link: http://bookshuntersblog.blogspot.it/2...
Una stella sola, seppur tale giudizio non sia effettivamente meritato. Non tanto perchè il romanzo non è stato (decisamente) di mio gradimento, ma poichè in tutta franchezza non ho capito quasi nulla. Sì, la trama è tendenzialmente strutturata: un marito in preda al devastante dolore per la perdita prematura della moglie. Un cancro senza scampo. Divorati in poco tempo: lei, dalla malattia, lui di riflesso dal nodo di tristezza, angustia e rabbia. Non riuscendo a farsene una ragione, torna nelle stanze che lo hanno reso prigioniero, anima e corpo. Le stanze dell'addio. Lo stile rende tutto ostico, complesso da comprendere e di difficile interpretazione. La storia non scivola, fa attrito, stride. No, non ci siamo. Grande entusiasmo per questo romanzo, addirittura reputato "necessario da Chiara Gamberale", ma a mio avviso faticoso, molto e affatto godibile. Lasdcia addosso un senso di stanchezza senza arricchire.
Mi ha riportata indietro al mio 2013, quando mi hanno violentemente strappato la persona che amavo. Quando un'avida e perfida malattia me l'ha portato via per sempre. "Le stanze dell'addio" di Yari Selvetella mi ha letto dentro. Davvero. E non riuscivo ad uscirne più. È la sensazione di una perdita incolmabile e la forte debolezza nel volerla in qualche modo afferrare attraverso le stanze dei ricordi. Eppure insegna che c'è salvezza, c'è sempre. Nella luce al neon degli ospedali, nel filo tracciato da una penna su un foglio bianco. O meglio, nella forza vitale delle parole. • «Io ho ricominciato a lavorare. In altri luoghi scrivo, succhio gamberi, respiro foglie balsamiche, faccio l'amore, ma una parte di me è qui, impigliata a un fil di ferro o ha una paura mai vinta, inchiodata per sempre: [...] la porta che si chiude alle mie spalle quando termina l'ora della visita.»
Un viaggio, un viaggio in un dolore profondo, infinito, totalizzante e senza uscita. Un viaggio in quel dolore che ti torce le budella, che ti ruba l'ossigeno dai polmoni e la terra da sotto i piedi. Quando le lacrime non servono più, quando tutto scorre senza toccarti realmente ed un abbraccio non è altro che un cerchio di carne. E poi.... e poi, un ricordo? una luce? una risata? un soffio di vita? una nave.... un soffio di vento...
Non saprei bene come spiegarlo ma questo libro è Catartico... apritelo, soffrite, piangete, disperatevi e sappiate che quando lo chiuderete almeno un pezzetto del vostro dolore più struggente resterà impigliato fra le pagine di questo libro, alleggerendovi un poco.
3,5 Le stanze dell'addio, candidato al Premio Strega 2018, è un libro intenso, destabilizzante. Un uomo, "l'uomo con i baffi", perde l'amata, e sembra perdere se stesso, nell'umanissimo, irrazionale desiderio di ritrovarla. E noi lo seguiamo, avvinti da una scrittura di rara eleganza, nel suo errabondo cercare - ossessionato come Achab, perso e in cerca di una via d'uscita come Dante - in un oceano di ricordi: conversazioni, pensieri, sedimenti di una vita costruita insieme, stanze d'ospedale nitide ma deformate nella mente.
Sono stato attratto da questo titolo per vivere un modo differente di attraversare un periodo di lutto. Leggendo la trama le aspettative erano alte. Purtroppo si sono dimostrate infondate. Mi aspettavo di provare emozioni anche forti ma il livello è rimasto sempre molto basso. Lo stile di scrittura non mi ha proprio convinto rendendomi la lettura difficoltosa.
ll lutto è una cosa personale, e qui non ci piove. Lo scrivere bene invece no. Mi aspettavo, da questo libro recensito benissimo, qualcosa di molto meglio di un "io" tracotante e invasivo, di una rigidità narrativa e una lentezza intellettuale esasperante.
Il racconto di una perdita che estende le sue strazianti radici nel cemento della vita, fino alla rinascita, perché tutti coloro che perdono qualcuno, hanno poi, il diritto di tornare a vivere ed amare. Un libro letto e riletto che continuo ad amare!
Sicuramente il più bello dei libri dello Strega 18. Un peccato non sia arrivato in finale. Una storia intensa, di una tristezza che avvolge ma che mai angoscia. Una storia d'amore.
*Che amore inutile è l’amore che non protegge, l’amore che non cura e non difende, l’amore che non può, un amore crudele sento di portarmi addosso come l’amore di dio.*
Libro candidato al Premio Strega 2018, Le stanze dell'addio di Yari Selvetella, indaga la perdita della persona amata e l'immersione nel dolore di chi le sopravvive, non affidandosi ad una vera e propria trama, ma creando un percorso di di sentimenti, di luoghi, di frammenti di vita in cui il dolore si genera dalla presenza del ricordo con cui il protagonista, l'uomo coi baffi, cerca di colmare il vuoto lasciato dall'assenza della sua compagna. Ma se per chi resta la vita continua a scorrere, per chi muore il tempo si ferma. Incapace di superare questa dicotomia il protagonista si sdoppia: una parte di lui continua a vivere, a sbrigare le incombenze quotidiane, ad occuparsi dei figli; una parte rimane legata ai luoghi che hanno ospitato gli ultimi istanti di vita della sua compagna, invischiato in un limbo privo di tempo. È da qui che parte l'elaborazione del lutto, che si snoda attraverso cinque stanze, come cinque sono le fasi del dolore, da affrontare e superare. Perchè solo completando il percorso di dolore si può tornare a far scorrere il tempo.
Libro difficile da leggere. Onirico lo definirei. Non ne avrei capito minimamente lo scopo se non avessi avuto la possibilita' di ascoltare una intervista dell'autore. Da leggere con la voglia di impegnarsi. Bello finalmente e pieno di sentimento