Non c'è nulla di meglio di una risata, no? Ma da dove parte questo nostro quotidiano rituale catartico? Da dove parte questa secolare tradizione di aprire le nostre fauci ed emettere sonori gemiti per dar sfogo alla nostra soddisfazione?
La risata è congenita nell'uomo: ridiamo oggi come ridevano gli antichi Greci e Romani. In particolare da questi abbiamo ereditato un vasto repertorio di situazione comiche che tuttora perdurano nonostante l'evidente abisso temporale che intercorre tra noi ed il mondo classico.
La comicità nostrana, italica, è una donna piuttosto vetusta, affonda le sue radici nelle primitive rappresentazioni religiose, dove ci si scambiava battute di spirito, spesso ingiuriose, con scopi apotropaici, come augurio di fecondità e prosperità. Dai fescennini (tali versi scommatici legati alla realtà del mondo agricolo del tempo), passando per le prime rudimentali forme di teatro, il "riso" viene ereditato da Plauto.
Autore di Sarsina dalle dubbie origini, che nasconde persino nel suo nome riferimenti teatrali (Maccius altro non è che aggiustamento di "Maccus", maschera fissa nelle prime forme sceniche), egli fu il primo ed il più grande commediografo latino dell'età arcaica. Riuscì con i suoi testi irriverenti, pieni di doppi sensi, raggiri, oscenità e situazioni bizzarre a conquistare il pubblico romano che accorreva a frotte pur di sfogare le proprie pene quotidiane nell'assistere alle diavolerie in cui i personaggi plautini erano coinvolti sul palcoscenico.
Re del riso "a qualunque costo", assecondando i gusti del pubblico allungando spesso i testi laddove fossero reputati più divertenti, Plauto è riuscito a superare la prova del tempo e la sua fama pare imperitura nel suo campo. D'altronde a lui debbono molto anche altri famosissimi scrittori, primo fra tutti Molière col suo Arpagone, che è chiara ripresa dell'Euclione plautino.
Nei due testi qui raccolti, appartenenti alla sottocategoria delle "commedie caricaturali", Plauto dà prova della sua enorme abilità nello scatenare il riso, proponendo un rovesciamento dei modelli sociali (e ridere non vuol dire forse accorgersi del contrario, come diceva Pirandello?), in cui gli schiavi sono incallite volpi pronte a fregare il loro padrone e questi ultimi degli allocchi pronti a bersi qualsiasi loro astuto raggiro.
I personaggi plautini, come si nota nella lettura, sono tipi fissi, privi di evoluzione e umanità, quasi statue nel loro universo caratteriale, eppure riescono ad entusiasmarci perché istantanee di alcuni nostri vizi, delle nostre perversioni. E ci lasciamo dunque prendere in giro, ci lasciamo deridere, consci della banalizzazione scenica dell'uomo reale che è invece più tragicomico.
Il "Miles gloriosus" è la parabola (discendente ovviamente) del soldato millantatore, che si vanta di assurde imprese a cui non crederebbe nessuno. Fatto sta che, convinto di essere una sorta di magnete per le donne, ne rapisce una, Filocomasio, da Atene e la porta con sé ad Efeso. Il fidanzato, Pleusicle, assieme all'aiuto del servo Palestrione e dell'amico Periplectomene, riuscirà a dare una lezione allo pseudo-dio che è Pirgopolinice. Una lezione che imparerà non tanto con precetti, quanto a suon di bastonate.
Altrettanto esilarante, di un riso scaturito più dalle azioni brutali e oscene che non da un pensiero sottile, è l' "Aulularia", la cosiddetta "commedia della pentola", in cui l'avaro Euclione è nel costante timore che qualcuno possa sottrargli la pentola piena d'oro da lui trovata sotto il focolare domestico. Ne nascono scene comiche, tutte a spese del povero Euclione, già di per sé agitato per la paura di un eventuale furto.
Si è trattata di una lettura leggera, ma che è risultata anche istruttiva se proiettata l'opera su un piano diacronico: mostra infatti come l'uomo, le situazioni che reputa buffe e i suoi comportamenti basici, non siano poi tanto cambiati. Da un lato fa sorridere, ma pensando anche che ancora oggi, nel XXI secolo, molti trovano divertente scene in cui figure femminili vengono derise e trattate come delle parassite avide, come accade frequentemente in Plauto, fa comprendere amaramente che non siamo proprio cambiati tanto. Purtroppo.