"Prendiamo l’esempio di Vermeer, a mio avviso il più grande pittore del secolo. I suoi pigmenti sono quelli della sua epoca. Per i blu, spesso molto vivaci, usa ancora e sempre il lapislazzuli. Ma siccome questo pigmento costa molto caro, lo riserva al lavoro di superficie; sotto, l’abbozzo è realizzato con azzurrite o smalto (in particolare per i cieli), talvolta, ma più di rado, con l’indaco.Per i gialli, oltre alle tradizionali terre ocra, di cui ci si serve dall’antichità, impiega gialli di stagno e, con una certa parsimonia, il nuovo «giallo di Napoli» (che è un antimoniato di piombo); gli italiani lo usano prima dei pittori del nord e in maniera più sciolta. Per i verdi, pochi verdi di rame, instabili e corrosivi, ma molte terre verdi, in Vermeer come in tutti i pittori del XVII secolo. A quest’epoca, infatti, è ancora relativamente raro che si mescolino pigmenti gialli e pigmenti blu per ottenere del verde. Lo si fa, naturalmente, ma è soprattutto nel secolo seguente – con gran rammarico di certi artisti – che questa pratica si generalizzerà. Infine, per i rossi si impiegano il vermiglio, il minio (in piccola quantità), la lacca di cocciniglia o di garanza, il legno del Brasile (anche per i rosa e gli arancione) e le terre rosso-ocra di tutte le sfumature. Nulla di molto originale, dunque, nella tavolozza vermeeriana, come hanno rivelato le analisi di laboratorio. Ma non appena si lascia la tavolozza pigmentaria per concentrarsi sulla tavolozza visiva, Vermeer non somiglia più tanto ai suoi contemporanei. In lui il colorito è più armonioso, più vellutato, più raffinato. Ciò è evidentemente dovuto a un incomparabile lavoro sulla luce, sulle zone chiare e sulle zone di penombra, ma anche a un tocco e a una finitura particolari. Gli storici della pittura hanno detto tutto, o quasi, su questo aspetto del suo genio. Pochi di loro, in compenso, hanno parlato veramente dei colori in sé. Manca lo spazio per farlo qui dettagliatamente, ma bisognerebbe in primo luogo sottolineare il ruolo dei grigi, in particolare dei grigi chiari. È spesso su di essi che poggia tutta l’economia cromatica del quadro. Bisognerebbe poi insistere sulla qualità dei blu. Vermeer è un pittore del blu (e anche del blu e bianco, tanto questi due colori funzionano in lui in associazione). È soprattutto questo lavoro sui blu che, cromaticamente, lo distingue dagli altri pittori olandesi del XVII secolo. Quali che siano il loro talento e le loro qualità, essi non sanno approfittare così sottilmente dei blu. Infine, in Vermeer bisognerebbe ricordare – come fa Marcel Proust – l’importanza delle piccole zone gialle, certe più o meno rosate (come il celeberrimo «pezzetto di muro giallo» della veduta di Delft) e altre più acide. Su questi gialli, questi bianchi e questi blu poggia una gran parte della musica vermeeriana, quella che ci incanta e che ne fa un pittore così diverso dagli altri, non solo il più grande del suo secolo, ma forse anche il più grande di tutti i tempi."
"Tutto cambiò nella prima metà del XVIII secolo. Nel 1709, infatti, fu messo a punto a Berlino un colore artificiale che permise, nella gamma dei blu e dei verdi, prodezze di cui si era stati incapaci per secoli: il blu di Prussia. A dire il vero, questo colore fu scoperto per caso. Un certo Diesbach, droghiere e fabbricante di colori, vendeva un bellissimo rosso che otteneva facendo precipitare con della potassa una decozione di cocciniglia addizionata con solfato di ferro. Un giorno, mancando di potassa, si rifornì da uno speziale poco onesto, Johann Konrad Dippel. Costui gli vendette del carbonato di potassa adulterato di cui si era già servito personalmente per rettificare un olio animale di sua invenzione. Invece del suo solito rosso, Diesbach ottenne un magnifico precipitato blu. Non capì cosa fosse successo, ma Dippel, chimico e uomo d’affari ben più accorto, intuì rapidamente tutto il vantaggio che poteva trarre da tale scoperta. Aveva capito che era stata l’azione della potassa alterata sul solfato di ferro a produrre quello splendido colore blu. Dopo parecchi esperimenti, migliorò il procedimento e commercializzò il nuovo colore sotto il nome di «blu di Berlino».Per più di un decennio Dippel rifiutò di svelare il suo segreto di fabbricazione, cosa che gli permise di accumulare una fortuna considerevole. Ma nel 1724 il chimico inglese Woodward scoprì il segreto e rese pubblica la composizione del nuovo colore. Il blu di Berlino, divenuto nel frattempo «blu di Prussia», poté quindi essere fabbricato in tutta Europa. Rovinato, Dippel lasciò Berlino per la Scandinavia, dove divenne medico del re di Svezia Federico I. Più inventivo che mai, mise a punto parecchie medicine pericolose che gli valsero l’espulsione dalla Svezia e la prigione in Danimarca. Morì nel 1734, ed è ricordato come un chimico abile ma poco scrupoloso, intrigante e avido. Quanto a Diesbach, personaggio di cui non sappiamo niente, nemmeno il nome di battesimo, scomparve poco tempo dopo la sua fortuita scoperta, che trasformò la tavolozza dei pittori per circa due secoli. Contrariamente a una leggenda dura a morire – forse legata alla cattiva fama di Dippel – il blu di Prussia non è tossico e non si trasforma in acido prussico (o cianidrico). In compenso, è poco stabile alla luce e gli alcali lo distruggono (il che ne vieta l’impiego in certe pitture). Ma il suo potere colorante è molto elevato e, mescolato ad altri colori, produce toni stupendi e trasparenti. Le arti decorative della fine del XVIII secolo e dell’inizio del XIX lo hanno perciò utilizzato su vasta scala per fabbricare tappezzerie verdi. In seguito, i pittori impressionisti e tutti gli artisti che dipingevano en pleine air gli hanno riservato una sorta di culto, malgrado il suo carattere instabile e invadente."