[recensione uscita sul Mucchio Selvaggio di maggio 2018]
Adriano Cazzavillan, Nereo Rossi e Carletto Zen. Il primo è un professore di liceo, un padre di famiglia che si reinventerà romanziere e che in seguito perderà il posto di lavoro. Il secondo è un celebre telecronista: gli è stata diagnosticata una malattia degenerativa al cervello, e vorrà dunque fare i conti col proprio passato, affidandolo a un giovane ghostwriter che lo seguirà come un’ombra. L’ultimo è un giovane uomo dedito a vari lavoretti; per assicurarsi un po’ di denari sfrutterà quella che tra tutte le virtù è la più indecente, pronto a sedurre vecchie ereditiere.
Cosa hanno in comune questi tre soggetti? Oltre a essere i protagonisti dell’ultimo romanzo di Tiziano Scarpa, sono tre personaggi la cui vita, a poco a poco, si vestirà di nuovo.
Partendo da Venezia, vero centro nevralgico del testo, le loro storie prenderanno pieghe inattese, diramandosi in luoghi e situazioni differenti, andando a toccare Milano e anche la Capitale.
Tali vicende si sfioreranno appena, forse fin troppo poco, cosa che potrebbe esser vista come il solo difetto di un libro che, per il resto, regala elevati momenti di scrittura e narrazione, dove l’ironia estrema dell’autore è inframezzata da lucide descrizioni del nostro presente; e la letteratura, pur rimanendo, com’è ovvio, la materia sulla quale si continua a riflettere, viene contaminata con una efficace rappresentazione dei mezzi di comunicazione e dei linguaggi della contemporaneità (internet, computer, cellulari, videogiochi). Tutti elementi che fanno del Cipiglio del gufo un libro che a suo modo parla di noi e del nostro presente, nonché una lettura più che stimolante, come spesso accade con Scarpa.