Elena Cosma è sgraziata, mascolina, tutt’altro che bella. Vive da sola a Bucarest e lavora come ostetrica in ospedale. Da tempo ha rinunciato all’idea di sposarsi ma non a diventare madre. La sua occasione si presenta sotto le sembianze di una bellissima donna dai capelli rosso fuoco. Zelda P. ha appena perso il marito, ha già due bambini piccoli e non se la sente di allevarne un terzo, ma nella Romania degli anni Ottanta le donne con meno di quarantacinque anni non hanno il diritto di abortire se non hanno dato alla luce almeno quattro figli. L’accordo è presto stretto: Elena fingerà di essere incinta e Zelda le cederà il suo bambino in cambio di denaro. Per i primi anni tutto fila liscio, finché le visite sempre più frequenti di Zelda costringono l’ostetrica a fuggire a Prigor. Proteggere Damian è diventata un’ossessione, ma anche in quel paesino sperduto della Moldavia nascono i sospetti: Damian è bello, delicato e ha i capelli di un rosso acceso. Madre e figlio non si somigliano affatto. Elena scende a compromessi, inizia a lavorare nell’orfanotrofio da poco inaugurato, dove i bambini abbandonati, i «figli del diavolo», vengono vessati senza pietà. La sua coscienza sussulta, ma l’importante è tenere Damian al sicuro, perché lui non è un figlio del diavolo, no, lui è un «figlio di Dio». Figli del diavolo è un libro sugli abusi, sull’orrore perpetrato a danno dei più deboli nell’indifferenza generale, ma anche una riflessione spietata sulla natura umana, sul momento in cui la morale cede di fronte agli interessi personali. E non esiste redenzione.
Liliana Lazar est une écrivaine roumaine née en 1972 dans la région de Moldavie. Elle écrit en français.
Après une jeunesse passée dans la grande forêt du village de Slobozia (Villefranche), dans le județ de Iași, où son père était garde forestier, elle entre à l'Université Alexandru Ioan Cuza de Iași où elle étudie la littérature française. Après la chute de Ceaușescu, elle quitte la Roumanie pour s'installer dans le sud de la France où elle réside depuis. Slobozia sert de décor à son roman Terre des affranchis, paru en 2009 chez Gaïa. Son œuvre est marquée par la persistance des légendes populaires, le poids de la religion orthodoxe et surtout la présence obsédante d'une nature toujours sauvage.
Bien différent de Carpates, lu récemment, ce livre cru, à l’écriture factuelle et sans fioriture montre la réalité des orphelinats sous la dictature de Ceaușescu. Encore méconnue en France, cette « affaire » s’entremêle avec d’autres problématiques de l’époque, sur un léger fond de Thriller. Bien que toujours aussi graphique et « raide », voire glauque, sans pour autant retourner le ventre grâce à une forme de distance dans l’écriture, Liliana Lazar m’a encore emmenée avec elle et je n’ai pas pu lâcher ce roman.
Il m’a aussi poussée à me questionner sur différents sujets, mais surtout sur le regard des « occidentaux » et leurs actions envers les PECO.
Les personnages sont complexes, ambivalents et vrais, sans pour autant nous envahir et nous perdre. Une véritable prouesse littéraire.
Je déplore un autre dénouement avec Zelda P., qui me semble flou, de même qu’une fin très abrupte pour moi qui aurais aimé rester avec les personnages et cette histoire pour au moins 269 supplémentaires.
Encore un livre engagé mais accessible, que je ne manquerai pas de recommander.
Figli del diavolo è un libro che ha più valore storico-politico che valore letterario. Offre uno spaccato della società romena degli anni Ottanta, in un regime in cui il corpo della donna è una macchina statale e in cui procreare è un verbo all'imperativo, i bambini un oggetto maneggiato con crudeltà.
Lo stile analitico, quasi asettico, di Liliana Lazar offre un resoconto, più che un racconto dei fatti. E, alla fine, va bene così, i fatti a volte parlano da soli.
Al convegno “anti-aborto” promosso dalla Lega alla Camera, svoltosi negli ultimi giorni, Maria Alessandra Varone, ricercatrice dell’Università Roma Tre, dichiara “La legge 194 è fatta male, io credo che vada riscritta però non in modo da estendere la possibilità di procedere con la pratica, ma di restringerla di molto. Il caso di stupro non autorizza una madre ad uccidere il bambino perché di questo si tratta e bisogna avere il coraggio di usare le parole che sono quelle consone” di fatto offendendo chi ha votato nel 1978 il testo di legge entrato in vigore grazie ad un referendum; un testo di legge che comunque non permette un’interruzione di gravidanza volontario effettivo e che permette invece in molte regioni d’Italia un’obiezione di coscienza che sfiora quasi il 100% negli ospedali pubblici (7 medici su 10 sono obiettori di coscienza). Senza dimenticarci che un diritto non è per forza un dovere e che quindi, se esistesse il diritto ad avere i capelli rosa, nessuno dovrebbe andare in giro con i capelli rosa obbligato per legge (basta pensare alle astensioni alle elezioni: il voto è sia un diritto che un dovere, però a quanto pare quasi la metà dei potenziali elettori non va a votare).
Dopo tutta questa premessa, mi ricollego al libro “Figli del diavolo” di Liliana Lazar. Ambientato in una Romania anni’70-80, dove il regime comunista del dittatore Ceausescu impediva qualsiasi forma di contraccezione o aborto e invece promuoveva la natalità e chiamava le donne a figliare per rendere il Paese forte (e quindi più popolazione, maggiore la forza politica essendo un regime dittatoriale). L’aborto era consentito solo a donne che avessero superato i 42 anni di età e avuto almeno 4 figli. Le donne che superavano i 5 figli venivano premiate e addirittura a quelle con più di 10 figli venivano acclamate come madri-eroine della patria, un po’ come in Italia con Mussolini, il quale encomiava e pagava coloro che avessero chiamato con nomi riferiti alla patria i propri figli (vedi tutti gli 80-90enni che si chiamano: Italo, Italia, ecc). La conseguenza inevitabile è stata tutta una serie di aborti clandestini (alla peggio finiti con morti) e abbandoni nelle “Case per bambini” dove venivano accolti tutti quei bambini non-voluti, chiamati anche “figli del diavolo”; da qui il titolo del libro.
Il libro, suddiviso in 3 macro-capitoli, affronta tutti questi temi, attraverso Elena Cosma, ostetrica e la sua dualità nelle circostanze del tempo. Infatti, è nubile, non ci pensa nemmeno a sposarsi, ma vuole un figlio. Lo vuole talmente tanto che riesce a mettersi d’accordo con una delle tante donne, che la supplica di aiutarla nell’abortire, e baratta quel figlio non-voluto da Zelda P. in cambio della promessa di non cercarla mai più. Ma non è così facile: infatti la donna, con una sorta di rimorso, continua a presentarsi a casa di Elena e la costringe a fuggire con il figlio a Prigor, paesino sperduto della Moldavia rurale, dove lavorerà come ostetrica e fonderà la “Casa dei bambini” di Prigor. Finale un po’ frettoloso. 4 stelle
Nel 1966 il regime comunista di Ceaușescu decretò il divieto di qualsiasi forma di contraccezione o aborto e mise in atto diverse politiche a sostegno dell’incremento del tasso di natalità. Le donne erano chiamate a fare molti figli perché il regime sosteneva che la forza del paese fosse direttamente proporzionale al volume della popolazione. L’aborto era concesso solo alle donne che avessero superato i 42 anni e fossero già madri di quattro bambini, successivamente cinque. Madri con più di cinque figli ricevevano vari benefici, mentre quelle con più di dieci bambini erano dichiarate madri-eroine, ricevevano una medaglia d’oro, un’automobile gratuitamente, trasporto gratuito sui treni e altri bonus.
Il risultato, in realtà, fu che pochissime donne raggiunsero questi obiettivi, mentre la maggior parte di loro morì, o subì pesanti mutilazioni durante l’esecuzione di aborti clandestini. Crebbe inoltre in maniera spropositata il numero di bambini abbandonati alla nascita da famiglie che a stento riuscivano a guadagnare il necessario per mettere insieme almeno un pasto al giorno. La crescita incontrollata del fenomeno dell’abbandono coincise, di conseguenza, con la crescita della popolazione degli orfanotrofi, le cosiddette “Case per bambini”, che spuntarono come funghi su tutto il territorio rumeno e che dell’aspetto di una casa avevano davvero ben poco. I bambini che popolavano questi orfanotrofi erano costretti a subire le più impensabili violenze fisiche e psicologiche, ridotti in una condizione di povertà estrema, il più delle volte sedati per “farli stare buoni”, vittime silenziose e nascoste del dilagante virus dell’HIV a causa delle ripetute micro-trasfusioni di sangue (somministrate per ritemprarne il fisico mal ridotto dalla fame e dai maltrattamenti) proveniente da chissà dove e al di fuori di qualunque controllo. Nella maggior parte dei casi morivano ben prima di raggiungere la maggiore età, unico momento in cui avrebbero potuto lasciare quelle prigioni disumane. Nella maggior parte dei casi la loro morte passava inosservata e nemmeno una tomba poteva restituire loro una parvenza di dignità. Questi figli erano chiamati i “figli del diavolo”. Tutto questo negli anni ’80. Tutto questo sotto gli occhi del mondo intero.
Elena Cosma vive da sola a Bucarest e lavora come ostetrica in ospedale. Non è sposata, gli anni passano e, pur avendo ormai rinunciato all’idea di un marito, non riesce ad accettare quella di non poter avere un figlio, un bambino tutto suo, da amare ed accudire per tutta la vita. L’occasione le si presenta sotto le sembianze di una bellissima donna dai folti capelli rossi. Zelda P. è appena rimasta vedova e ha già due figli, l’arrivo di un terzo sarebbe solo un problema. Non è difficile per Elena convincerla a non interrompere clandestinamente la gravidanza, ma a portarla a termine fino al momento del parto, momento in cui Elena stessa avrebbe potuto tenere con sé il bambino, in cambio di denaro. Raggiunto l’accordo, Elena finge una gravidanza, imbottendo i vestiti con cuscini sempre più grandi, e, al momento della nascita del bambino ormai tutti, vicini, conoscenti, colleghi di lavoro, hanno fatto l’abitudine a quella strana donna sola, incinta di chissà chi.
All’inizio tutto va avanti perfettamente, anche se il contrasto tra l’aspetto di Elena, una donna possente, dai capelli scuri, e quello di Damian, un bambino dai tratti delicati e la capigliatura rosso fuoco, è davvero troppo accentuato, ma le visite di Zelda, sempre più frequenti, convincono l’ostetrica a decidere di lasciare Bucarest per una destinazione più isolata e protetta: Prigor, un paesino sperduto della Moldavia.
Anche qui però i sospetti non tardano ad arrivare.
La vita di Elena si svolge così tra l’ossessione di proteggere Damian a tutti i costi, per non rischiare di perderlo, e i compromessi a cui deve scendere per mantenere intatto il suo segreto: una faticosa e tormentata alleanza con il sindaco del paese, il Despota, il lavoro al dispensario nel pieno rispetto delle discutibili leggi del regime, la collaborazione all’orfanotrofio appena sorto fuori paese, dove, nonostante i rimorsi di coscienza, deve voltare lo sguardo davanti alle ripetute violenze perpetrate ai danni dei bambini abbandonati. Tutto per proteggere quel suo figlio, che non è un figlio del Diavolo, ma un figlio di Dio.
Un romanzo duro, che non molla, dalla prima all’ultima pagina, che si deve leggere senza sosta, che non risparmia alcun dolore e che fa riflettere in maniera lucida sul livello di spietatezza che la natura umana può raggiungere a favore degli interessi personali.
C'est la première fois que je prends un livre au hasard, sans savoir aucun détail ni sur l'auteur ni sur sa plume. Du coup, j'ai franchi le pas et je n'ai pas été déçu.
L'histoire nous projette dans la situation désastreuse qui a connu la Roumanie dans les années 80. À cette époque, la contraception et l'avortement étaient interdits à toute femme ayant moins de 4 enfants sous prétexte qu' "un pays fort est un pays peuplé".
Ce loi a engendré une augmentation intense d'enfants abandonnés par leurs familles qui vivent dans une extrême pauvreté et indésirés par leurs mères celebataires peu éduquées. Ces "enfants du diable" étaient regroupés après 3 ans dans les orphelinats du pays.
Liliana Lazar nous raconte dans ces 272 pages le quotidien d'Elena Cosma, une sage femme dans un orphelinat non équipé paumé dans la fin de la Roumanie. Elle nous raconte des événements horribles sur l'orphelinat, la faim, les maladies, les mauvais traitements des enfants, les abus sexuels, la propagation de SIDA entre les enfants et aussi les conséquences de l'explosion de la centrale nucléaire de Tchernobyl sur la Roumanie.
Ni le titre ni l'extrait du quatrième de couverture ne me donnait envie mais comme j'avais trouvé excellent "Terre Des Affranchis" de la même auteure j'ai franchi le pas et je n'ai pas été déçu. Sous l'ère Ceaușescu et sa politique nataliste on suit le quotidien d'une sage femme dans un orphelinat paumé au fin fond de la Roumanie. C'est dur et parfois sordide mais on ne tombe jamais dans la pathos. Les personnages sont à la fois détestables et attachants et on en apprend beaucoup sur la situation désastreuse de la Roumanie dans les années 80.
“Gli effettivi dell'orfanotrofio aumentavano di anno in anno. Ma in pochi sapevano che i veri orfani erano rari. C'erano bambini non desiderati, nati fuori dal matrimonio, in famiglie smembrate, da genitori divorziati, malati, delinquenti, carcerati o vagabondi. Il più delle volte venivano da famiglie troppo povere per sfamare un'altra bocca. Padri e madri disperati si rivolgevano allo Stato e gli affidavano il marmocchio in attesa di tempi migliori. Passavano le stagioni, poi gli anni, altri bambini nascevano e i genitori non tornavano più a prendere il figlio che avevano lasciato alle istituzioni.”
L’enfer des orphelinats roumains du temps de Ceau?escu. Machines à produire inhumaines violeuses et violentes. La rudesse de la vie dans les petits villages où elle ne vaut pas grand chose. Le besoin d’enfant, les vies gâchées.
Nous sommes en Roumanie dans les années 80. Patience, la révolution arrive
Jeg læste den danske oversættelse: “Djævlebørn”. En grum og knugende bog om børnehjemsbørn i Rumænien omkring murens fald. Men den er absolut værd at læse.
Una storia che parla di un cupo periodo della storia che però fa riflettere sulla società e sul ruolo che si presume la donna sia costretta ad avere ovvero far figli. In scena ci sono anche gli orfanotrofi e la pessima gestione, in assoluto, dei vecchi centri, almeno in Romania.
« Un pays fort est un pays peuplé. » Cette devise a guidé la politique nataliste de Ceausescu pendant sa dictature de 1965 à 1989. La contraception et l’avortement étaient interdits à toute femme ayant moins de quatre enfants ( la limite passera à cinq enfants en février 1984). Les familles pauvres ou les femmes ne voulant pas d’enfants les abandonnaient en nurserie puis les enfants étaient regroupés dans des orphelinats dès leur troisième année. Ces dizaines de milliers d’enfants abandonnés étaient appelés les enfants du diable. Elena Cosma, célibataire de trente cinq ans un peu disgracieuse exerçait dans les années soixante-dix,le métier de sage-femme à Bucarest. Elle était une des rares à pratiquer des interruptions de grossesse pour les épouses des cadres du Parti. Mais, lorsque Zelda P., cette belle et jeune veuve rousse déjà mère de deux enfants, se présente à elle enceinte, la sage-femme en mal d’enfants voit une opportunité d’avoir enfin pour elle une bel enfant sain. Elle signe un pacte avec Zelda, simule une grossesse et devient ainsi la mère de Damian le premier juillet 1978. Mais Zelda ne se laisse pas écarter aussi facilement. En 1984, Elena fuit Bucarest en acceptant une mutation à Prigor, village moldave proche de Iasi. Dans ce coin reculé où la nature est généreuse, la misère est moins visible et l’oppression politique moins forte. Toutefois, le maire, Miron Ivanov, vétérinaire et homme violent, y impose sa loi. Avec ses connaissances médicales, Elena parvient à affirmer ses talents et fait rapidement office de médecin en ce lieu assez rustre. Très vite, sa présence entraîne l’obligation de contrôler la fécondité des habitantes, de dénoncer les tentatives d’interruption de grossesse. Elle s’oppose à la volonté d’avortement de Rona Ferman, la femme du tonnelier. Cette décision causera la perte de cette sympathique famille.
Pour obtenir plus d’avantages, Elena souhaite se rapprocher du Parti en proposant la création d’un orphelinat à Prigor. « Les effectifs des orphelinats grimpaient d’année en année. Mais peu de gens savaient que les vrais orphelins y étaient rares. On trouvait là des enfants non désirés, nés hors mariage, dans des familles décomposées, de parents divorcés, de malades, de délinquants, de prisonniers ou de vagabonds. Le plus souvent, ils étaient issus de familles trop pauvres pour nourrir une bouche de plus. Des pères et des mères en détresse se tournaient vers l’État pour lui confier un bambin le temps que leur situation s’améliore. Des saisons passaient, puis des années, d’autres enfants naissaient et les parents ne revenaient pas chercher celui qu’ils avaient laissé. » Toute l’horreur de ces maisons d’enfant est alors étalée avec cet exemple de Prigor. Violences, faim, abus sexuels, manque de médicaments, abus de tranquillisants, micro-transfusions en guise de vitamines, humiliations et obligation de reconnaissance au père de la Nation devant le portrait de Ceausescu entraînent un taux de mortalité élevé et des effets secondaires irréversibles. » C’est lui ton père! C’est grâce à lui qu’on t’a donné un abri, c’est lui qui te nourrit ! » Ces passages sont poignants d’autant plus que nous suivons dans cette horreur les deux enfants de Rona Ferman. Et que face à ce destin cruel, Damian reste protégé par l’amour très protecteur d’Elena. « Le cocon que sa mère avait patiemment construit pour le protéger des dangers du monde était en train de se transformer en tombeau incandescent. »
Enfants du diable est un roman fort qui dénonce les conséquences à court et long termes de la politique nataliste de la Roumanie, pays touché aussi par la proximité de l’explosion de la centrale nucléaire de Tchernobyl. Ce témoignage s’insère dans l’histoire d’Elena et le récit du destin de Damian. Les personnages et les relations humaines sont complexes et riches. Elena est une femme déterminée, contrainte à une alliance tacite avec Ivanov mais aussi parfois empreinte de doutes qui la pousseraient à réagir si elle ne craignait tant pour son fils. Supporte-t-elle toutes ces horreurs par fidélité au Parti, par nature ou par crainte pour son fils? Il est difficile de l’aimer ou de la détester. Comme si le diable faisait peser sur tous ses sujets des tendances morbides.
Après le succès de son premier roman, Terre des affranchis, Liliana Lazar traite ici un sujet fort de la Roumanie où elle a grandi. A la fois un éclairage vibrant des méfaits de la dictature de Ceausescu et une histoire solide et sensible d’une femme au cœur de ces exactions, ce livre confirme le talent de Liliana Lazar. Si le côté ténébreux est moins présent ( on retrouve toutefois l’étang tentateur et la peur des fantômes), la force narrative et la densité des personnages font de ce roman une lecture marquante.
Ho recentemente letto Figli del diavolo un romanzo ambientato nei primi anni '80 in Romania, quando alle donne era impedito abortire o usare metodi contraccettivi e la delazione a proposito era comune ed encomiata. In questo contesto un'ostertrica senza figli adotta un bambino non voluto, e per proteggersi dalle pretese della madre naturale e dalle maldicenze si trasferisce in un paesino sperduto dove fonda un orfanotrofio, diventando da un lato una delle cittadine più illustri e legate al partito, dall'altra temutissima dalle donne che temono di essere denunciate per gli aborti e oggetto di continuei sospetti per via del figlio che non le assomiglia per niente. In poche pagine la scrittrice crea un soffocante clima di sospetto e paranoia che aumenta fino al finale, aperto a interpretazioni Figli del diavolo è il termine con cui venivano indicati i bambini orfani o abbandonati, e getta una luce molto sinistra sulle condizioni generali degli orfanotrofi romeni dell'epoca socialista.