La sesta indagine di Enrico Radeschi.Milano. Durante un esclusivo party all’interno del palazzo dell’Arengario, sede del Museo del Novecento, uno degli invitati viene misteriosamente ucciso sotto il quadro Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Il vicequestore Loris Sebastiani, incaricato delle indagini, capisce subito che in quel delitto qualcosa non torna e che avrà bisogno di aiuto per catturare il misterioso e geniale hacker che si fa chiamare Mamba Nero e tiene in pugno la polizia. Solo una persona può fare al caso il giornalista e hacker Enrico Radeschi. È tempo che rientri in servizio, ovunque si nasconda. Così, dopo otto anni trascorsi da fuggitivo in giro per il mondo, Radeschi viene richiamato a Milano per seguire il complicato caso. Una vera e propria partita a scacchi con Mamba Nero, i cui delitti sempre più efferati sembrano direttamente ispirati da Leonardo da Vinci.
Paolo Roversi è nato il 29 marzo 1975 a Suzzara (Mantova). Scrittore, giornalista, sceneggiatore e podcaster, vive a Milano. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore di soggetti per il cinema e per serie televisive, spettacoli teatrali e cortometraggi. Ha scritto undici romanzi e i suoi libri sono tradotti in Francia, Spagna, Germania, Polonia, Serbia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacchia e Stati Uniti. Ha vinto diversi premi letterari tra cui il Premio Selezione Bancarella 2015 col romanzo Solo il tempo di morire (Marsilio) È fondatore e direttore del NebbiaGialla Suzzara Noir Festival e del portale MilanoNera. Il suo sito è www.paoloroversi.me Twitter e Instagram: @paoloroversi
Giallo godibilissimo anche se la trama è un pò debole. Mostra una Milano bellissima e un protagonista affascinante, unico appunto i non romani dovrebbero astenersi dallo scrivere in romanesco, si rischia di cadere nel più becero stereotipo
Mi pregio di cominciare con un’affermazione del Roversi che suonerebbe apocalittica se non fosse già reale: “«Risparmiare sull’educazione significa investire nell’ignoranza.»” e che mi fa amare d’emblée questo “manuale di cultura della milanesità”.
Mi capita sempre più spesso, ultimamente, di entrare in contatto con autori ed editori via Instagram, agli inizi un Social un po’ snobbato da me, più affezionata a Facebook, roba da antichi per gli ultra cinquantenni come la sottoscritta, tranne da quando mi accorsi che il primo sta soppiantando il secondo. È qui che Paolo Roversi “risiede”, o, almeno, la sua casa editrice, la quale mi spedisce via e-mail il pdf da recensire. Poi, mentre sto scrivendo, lo trovo anche sul Social “antico”.
Fin dalle prime battute, avverto di “conoscere” il Roversi letterariamente parlando, emulo dell’eccelso Scerbanenco. Ma capita che a volte l’allievo superi il Maestro e questo è il caso del Roversi, così milanese nelle ossa da ambientare le “sue” vicende in quel di Milano in modo preciso e mirato.
Il poliziesco CARTOLINE DALLA FINE DEL MONDO inizia con la predisposizione della fuga del protagonista al Polo Sud, nei pressi di un Faraday Bar. Enrico Radeschi, nome milanesissimo fosse solo perché uno tra i più noti locali di apericene in zona Corso Garibaldi, è un ex giornalista sempre in collaborazione con la Questura che nel corso della narrazione scoverà un imitatore di prodezze geniali del Da Vinci. Ma l’incipit riguarda la sua precedente fuga da un eventuale assassinio: il proprio, per mano di un suo vecchio personaggio investigato. Inizia così: “«Hanno ammazzato una ragazza, Antonio. L’hanno uccisa al posto mio. Per colpa mia. Capisci? E ora l’assassino è sulle mie tracce...»”
e finisce così:
“Bentornato a casa Enrico. Ho visto il tuo video in rete in cui salvi le opere di Leonardo. Bravo! Ma non rilassarti troppo. Ho seguito le tue tracce fin qui al Faraday Bar, scovarti a Milano sarà una passeggiata. Inizia a preoccuparti perché ci rivedremo presto. Saluti dalla fine del mondo. H.” Lascio a voi di scoprire perché si riferisce al titolo.
In Milano, soprattutto nella zona di Porta Romana (toh, che caso) esistono numerose trattorie per l’appunto romane frequentate dal Radeschi. Grazie al protagonista, scopro l'esistenza di un condimento per pastasciutta tipico della cucina laziale, a me sconosciuto, preparato facendo rosolare nell'olio guanciale e cipolla, con l'aggiunta di formaggio pecorino grattugiato. Sapete come si chiama? Siete curiosi? Leggete il libro.
Ricci, il nuovo questore, Loris Sebastiani, il vice questore, che “Ha più espressioni facciali il suo sigaro di lui.” (citazione da Sergio Leone che, da cinefila ed ex sceneggiatrice, non mi sfugge), il commissario Lonigro, dottor Ambrosio, Mascaranti, tutti nomi a me già noti, ma ancora dopo la lettura non so perché. Pur essendo accanita lettrice, non mi risulta di aver scorso in precedenza qualcosa del Roversi. “Fino a cinque anni prima insegnava semiotica all’Università Statale e io e Loris lo conoscevamo dai tempi del nostro primo caso insieme, quando ci aveva aiutato a scoprire chi si nascondesse dietro un’antica confraternita.” “Del resto, la voglia di ballare e cantare, i sudamericani ce l’hanno nel sangue: mi ricordo uno dei miei primi casi, quando ero capitato nella chiesa di Santo Stefano, accanto a quella di San Bernardino alle Ossa, frequentata principalmente da peruviani, salvadoregni ed ecuadoriani; ebbene, la messa cantata e partecipata da tutti era un vero spettacolo. Chissà se è ancora così.” I riferimenti ad altre indagini dell’ex giornalista Enrico Radeschi non mi aiutano. L’obiettivo della narrazione è catturare l’assassino autodefinitosi Mamba Nero alias il Serpente, che ammazza nei musei della città i tecnici della TechHackCorp. Piero Sartori ne è l’odioso direttore a tal punto da far affermare a chi si occupa delle indagini: “«Su una cosa ha ragione» dico (...) «Sarebbe?» chiede Lonigro. «Perché non uccidono lui?»” .
Anche per i più accorti fuggitivi, “La nostalgia quando arriva è come un fiume che rompe un argine: inonda e porta tutto via con sé. Come il grande fiume, il mio fiume, il Po.” Così, dopo anni di oculata e difficoltosissima rinuncia a tutto ciò che può essere rintracciabile (cellulari, computer, carte di credito…), il Radeschi torna a casa.
Come spesso mi capita di rilevare in opere che si rivelano eccelse, anche in questo poliziesco l’ironia salverà il mondo: «Darla non è un’esortazione né un consiglio; solo uno stupido nome, d’accordo?»” , «Un secondo Darla, tieniti in caldo.» «Tieniti in caldo? Cosa sono, una minestra?»”, “Alle mani, che stringono un bicchiere di quello che sembra champagne, anelli d’oro e d’argento. Incarna davvero tutti gli stereotipi: un capo dell’Organizacija, la mafia russa, fatto e finito. Come noi temo.” In Corso Buenos Aires a Milano: “Le librerie hanno quasi tutte chiuso: le mutande hanno avuto la meglio sul desiderio di cultura dei milanesi.” “«Il denaro è come il sesso: se non ce l’hai non pensi ad altro. Se ce l’hai pensi ad altro.»”
Da solita pistina letteraria qual sono, mi permetto di rilevare qualche imprecisione di traslitterazione dal milanese: “Ritornare a Lambrate dopo tutti questi anni mi regala un brivido; ci vivevo appena arrivato a Milano e, da allora, questo quartiere per me è una sorta di Montmartre baùscia.” “«Non far passare altri otto anni, però? Te salùdi.»” Due “ù” che, secondo la pronuncia dialettale, andrebbero con la dieresi. Ma magari mi sbaglio, visto che sono anch’io longobarda, ma non così tanto parlante milanese.
“Quando sei giornalista lo sei per sempre. Con o senza tesserino. Con o senza testata su cui pubblicare. È la curiosità e il desiderio di andare a fondo nelle cose che ti spinge.” Infatti il Radeschi finisce per accettare il ruolo di cronista da un suo ex sottoposto, che ha, durante la fuga, avviato un sito di notizie in tempo reale, battendo la concorrenza cartacea.
Non volendo spoilerare, dico solo che la milanesità del Roversi, oltre che sui luoghi topos della città, (il toro in galleria cui pestare i gioielli, Santa Maria delle Grazie, il caffè più famoso di Milano, le osterie della periferia), si fonda quasi completamente sul Da Vinci, i suoi Codici, le sue Vigne, le sue Macchine, la sua Arte. Il mio applauso va all’ingegnosità tutta vinciana del Roversi per aver così ben congegnato la malefica "macchina letteraria" del criminale, degno dei migliori hacker nerd mondiali, riservandoci anche un raffinato colpo di scena finale.
Come sempre in chiusura, le mie osservazioni sulla vendibilità - o meno - del libro tramite la copertina: anche se non immediatamente riconoscibile come tale, c'è del giallo, quindi è vincente. 5 stelle anche su GoodReads.
Consigliato a coloro che amano i polizieschi, i marchingegni gialli come il Giallone della Vespa anni Cinquanta di Radeschi, a coloro che adorano la città più metropolitanamente europea d’Italia: Milano, agli estimatori di Leonardo Da Vinci.
Grazie a Cartoline dalla fine del mondo, ultimo giallo di Paolo Roversi pubblicato giusto un paio di settimane fa, ho riscoperto Milano e la sua vocazione a diventare sfondo di narrativa del mistero: oltre all’ottimo Roversi, come dimenticare Biondillo, Robecchi, Crapanzano e via dicendo ed elencando?
Alla Milano gialla Paolo Roversi ha dedicato una intera saga: il protagonista, Enrico Radeschi, è un giornalista mezzo hacker che unisce alla curiosità tipica del cronista tutta la voglia di comprendere dell’autodichiarato nerd. E’ una commistione che funziona in maniera molto divertente, tanto che ne La confraternita delle ossa – romanzo in cui Radeschi appariva giovane e alle prime armi – se ne avvertiva un filo la mancanza. Qui no: in Cartoline dalla fine del mondo sono tornati Radeschi e tutto il circo che gli gravita attorno (iguana, armadilli e una ragazza di nome Darla inclusi…), e i lettori festeggiano.
Anche la trama concorre all’applauso collettivo: una sorta di serial killer con il pallino per un serpente noto solo agli appassionati di basket (il Mamba nero) sceglie i luoghi più leonardeschi di Milano per mettere in atto una lunga e complessa vendetta personale. Dal Museo della Scienza e della Tecnica dedicato al genio vinciano fino – inevitabilmente – a Santa Maria delle Grazie, la caccia allo strisciante assassino seriale si svolge parallelamente a quella sui social e sul web dove vengono di volta in volta postati (e conseguentemente condivisi) i video degli omicidi.
Dopo otto anni di esilio più o meno volontario lontano dall’Italia, Radeschi è cambiato. Ed è cambiata anche la sua città, arricchita – forse resa più internazionale – da Expo e dalla storia. Riscoprirla con gli occhi di chi non la vedeva da tanto, affiancando al nuovo tutta la tradizione di alcuni luoghi e tipicità meneghine, è quel quid in più che rende ancora più piacevole la lettura.
P.S. Lode a Marsilio per la copertina: suggestiva ed evocativa.
Questa volta Radeschi non indaga in veste di giornalista, bensì come consulente della Mobile; ingaggiato per le sue qualità di hacker, dovrà immergersi nel mondo del deep web per scovare un assassino che colpisce con modalità e luoghi molto particolari (evito di specificare per non incappare in spoiler). Nonostante la trama non sia molto complessa, il colpevole infatti si individua facilmente, si sviluppa su contenuti attuali e con un pizzico di avventura, principalmente nella prima parte, ma la cosa più importante è l'omaggio che ci fa Roversi nel farci conoscere/rivedere alcune bellissime opere del grande Leonardo Da Vinci. Lo stile essenziale, vivace, ironico, rende la lettura scorrevole, impossibile da sospendere e che dire del finale che riapre tutti i giochi???
Gil lo con protagonista Enrico Radeschi (ex giornalista di nera, meneghino Doc, espertissimo di informatica,ora arruolato come consulente esterno della polzia). Come avevano indicato altre recensioni richiama Scerbanenco e Dan Brown. Lettura piacevole, a volte collegamenti un po cervellotici ma comunque una bella possibilità di scoprire qualcosa di nuovo su Milano e sulla Milanesita'. Intrigante quanto basta ed ironico. Lo consiglierei
Lo zoo di Radeschi si allarga; romanzo più convincente dei due precedenti nella serie, qui impariamo a conoscere un protagonista più cresciuto e più cinico. Certo, per la trama ci vuole un bel po’ di sospensione della credulità, ma questo è pur sempre un romanzo
Si torna in sella al Giallone in una Milano dove Leonardo Da Vinci la fa da padrone. Il caso vola via, ci sono degli incastri validi e anche Radeschi, dopo la sua latitanza rientra in gran spolvero.
Bello, intrigante e avvincente. Dopo otto anni, passati lontano da Milano per sfuggire a chi vuole ucciderlo, Radeschi, ritrovato da Sebastiani a Cipro, ritorna a Milano per aiutarlo a individuare un assassino che si avvale dell’informatica per uccidere e mettere in ridicolo la polizia. Un’altra storia avvincente ed appassionante, piena di colpi di scena capace di tenere viva l’attenzione fino alla fine. ************** Un libro che avevo già letto in passato al di fuori della serie e che mi era piaciuto molto ma che, letto ora in sequenza, ho potuto apprezzare maggiormente rispetto al passato in quanto acquista maggior senso e coinvolge ancora di più.