La storia di chi s'accontenta
E’ uno dei libri più strani che abbia mai letto: allo stesso tempo piacevole e inquietante, leggero e provocatorio.
Si parla di una coppia di giovani francesi, ovviamente fidanzati, che fanno la scelta di andare a convivere (senza sposarsi), più che altro per risparmiare sui costi dell’affitto, e potersi quindi permettere di vivere dentro Parigi anziché in uno dei lontani sobborghi, dove sicuramente i prezzi sarebbero più accessibili. Due intellettuali piccolo borghesi, lei professoressa, lui webmaster e sviluppatore di siti senza un lavoro fisso, che cercano disperatamente di mettere nella loro vita qualcosa che le dia significato: tutto il libro, in sostanza, è il racconto di questa strenua ricerca, un elenco di passioni e interessi trascorsi per un po’ come la cosa più importante del mondo, poi abbandonati per strada senza troppi rimpianti. Tra questi, tanto per citarne alcuni, il ping-pong, il tango, i telefilm americani, un gatto (ottenuto in affido da un’associazione di assistenza ai gatti randagi e poi ritirato perché ritenuti non adatti), le luci d’arredamento… Poi ovviamente incontri con altre persone, amici tra cui alcuni che hanno avuto successo, altri che si sono sposati e hanno fatto figli, per i quali provano alternativamente sentimenti di invidia o di degnazione. In margine, obiettivi non portati a termine, una laurea mai conseguita per Dorothée, un lavoro mai diventato altro che una serie di contratti precari per Théodore, libri immaginati e mai scritti, la consapevolezza di vivere su quel magro crinale che sta tra il benessere e l’indigenza.
Avrebbe potuto essere una storia impietosa e tragica, nello stile di Houellebecq (peraltro molto citato), a cui nel tratteggiare certi scenari da “classe media”, né ricca né povera, l’autore deve certamente molto. Invece c’è qualcosa che la salva: il fatto che i due protagonisti sembrano amarsi per davvero, pur con le incertezze e i dubbi che fanno parte dei sentimenti vissuti nel mondo reale, ma senza mai pensare seriamente a lasciarsi o a viversi reciprocamente con ostilità e sopportazione. Il finale è addirittura aperto alla speranza: dopo l’ennesimo scacco (la possibilità per Théodore di entrare a lavorare in un ministero, per intercessione di un amico che ha fatto carriera, finita nel nulla) i due riflettono amorevolmente sulla possibilità di andarsene a vivere in periferia, per risparmiare e stare in mezzo al verde e ai fiori. Magari anche questa felicità sarà solo momentanea e passeggera, ma loro continueranno sicuramente a vivere insieme.
Non è un libro che dia grandi speranze e trasudi ottimismo (per certi versi ti sbatte un po’ davanti a uno specchio). Ma nemmeno te le toglie, o ti lascia affogare nel nichilismo. Resta solo il dubbio su
quanto l’autore solidarizzi con i suoi personaggi, anche considerato che i discorsi diretti sono quasi totalmente banditi e i loro nomi, reciproci anagrammi, tendono a farne quasi delle macchiette.