Ai margini di una città assediata, distrutta, che è ieri ed è domani, è qui ed è altrove, vive qualcuno di nome Giovanni. La sua casa è sulla terra incendiata dal gelo, in una periferia esangue, accasciata sul relitto di un acquedotto romano nei pressi di una ferrovia morta. È la casa in cui Giovanni vive e il padre e il fratello muoiono. È la casa da cui Giovanni viene cacciato e da dove comincia un vagabondaggio tra tunnel, ruderi infestati da cani, carcasse di automobili e uomini spaventati. Uomini dominati da un ferino istinto di sopravvivenza, da un’insensatezza che è costruzione e sfacelo. È destino. Una voce lo segue e lo spinge a testimoniare la fine di un mondo che non smette di finire, perché l’assedio della città c’è sempre stato. La voce atona di un profeta retroattivo, priva di pathos, che registra la violenza senza un sussulto ma rimane ipnotizzata dalla materia; che parla da un buio e da un vuoto, nomina, è interiore e rimbomba nell’ovunque. La voce che accompagna Giovanni fra le macerie mentre uomini ciechi si divorano l’un l’altro, lo scorta fra incubi di bambini in fuga e supermercati saccheggiati, in una regione più scura del sonno, senza fame e senza vita.
Voragine è un paesaggio metafisico, un’apocalisse di rottami, l’endoscheletro di un romanzo di formazione. È l’esordio di Andrea Esposito, un narratore che, come un Piranesi distopico, trascina le sue rovine in un futuro anteriore, prossimo e remoto; e, con frasi che risuonano come colpi di martello sulla lamiera, racconta una ferocia che è organismo e linguaggio, componendo la fiaba nera di un passato in macerie, di un millennio in disfacimento, di un presente orfano.
Andrea Esposito esercita la professione di libraio. È all’esordio nella narrativa con Voragine (Il Saggiatore), un racconto apocalittico con cui l’autore, classe 1980, è arrivato finalista al premio Calvino.
“E il cadere dei corpi nel niente del tempo. E i corpi che diventano niente. Racconta di vendette prive di odio. Racconta di unghie e denti bianchi pronti a spezzarsi negli urti e a sanguinare. Racconta di una ferocia che è organismo e linguaggio. Corpi che salgono e sgusciano. Li annuncia questo canto indecifrabile che ha il suono di un millennio che si dissolve mentre cade nel tempo e il suono di una stella che tradisce e il suono di un'acqua buia e il suono di una distanza che si colma di oblio. Ma lui non sente e non ripete più nulla e non vede le forme dibattersi e non ascolta le urla. Chi ripeterà questo canto insensato e muto, la voce gli chiede. A cosa serve, risponde. Non guardare è pietà. Non ripetere è pietà. Se tutto è già successo il silenzio è pietà. Non io. Non io”.
Finalista al premio Calvino 2017, Voragine è una storia dura di periferia, lotta per la vita in strada, vagabondare nel non-mondo. Inadatto a uno stomaco delicato. Giovanni nasce, cresce e sopravvive ai margini di una terra dimenticata, in un'archeologia di macerie e rottami, senza luce, arida e violenta. La sua intimità è opprimente, confidente con la morte: il cane, un fratello, il padre. Poi l'incubo del disfarsi, della fine che rimbomba: la solitudine, il freddo, la fame, l'acqua, la malattia. Transitati al di là del confine, accade che le cose superano l'orlo dell'indicibile: esecuzioni, sparizioni, incidenti, suicidi, omicidi, torture, cannibalismo; corpi scorticati, mutilati, sbranati. La città è annientata come in un panorama pasoliniano, disumana testimone del nulla. È stato scritto che Voragine evoca scenari metafisici e disorganici, spettrali come i quadri di Anselm Kiefer: la terra è nera e secca, piena di ferro e sabbia, rossa di ruggine e cenere. L'assenza di senso sprofonda il lettore nella fine del reale, nel disordine tra bestie e cose; la furia della natura corrisponde alla follia e al terrore degli esseri, mentre il protagonista Giovanni, ridotto a muta voce, si illude di poter ancora dialogare con la propria ombra. Periodi brevi e sospesi sono segno di una desolazione beckettiana. Ogni sogno è sottoposto a un processo di erosione, la ribellione radicalmente trasformata in brutalità. Il male si compie come un rito inanimato, modellando la forma umana dall'interno, distruggendo la carne, interrompendo il respiro, marcando il sentire.
Ecco, di grazia, un giovane autore italiano che non scrive facendo la giravolta intorno al suo baricentro ombelicale.
Voragine è una narrazione circolare ripetitiva e ossessiva, che non lascia scampo all'angoscia, alla efferatezza della violenza, insita nel dna dell'uomo quando perde i suoi punti di riferimento, alla brutalità della natura umana sempre ad un passo dal diventare brutalità animale.
Andrea Esposito è stato finalista al premio Calvino nel 2017, (premio che comincero' a seguire con più attenzione e che peraltro mi aveva già fatto conoscere Emanuela Canepa con il romanzo Animale femmina che mi era piaciuto) ma Andrea Esposito è ad un livello superiore in quanto ad arditezza di intenti, quasi metafisici, e originalità di disegno narrativo.
Una lettura (pre era-covid ma quasi presaga) molto, molto, destabilizzante che attinge o suggerisce Cecità di Saramago e La strada di Mcarthy, per intendersi.
Un po' l'idea di una umanità inspiegabilmente (l'autore non ne fornisce mai le cause) sulla via della sua estinzione, come un finis millennium senza le bollicine che sgorgano da una magnum al gelo, umanità ridotta in macerie e totalmente allo sbando, sferzata dal freddo e da una luce che ogni giorno tarda di più a chiarirsi, tra sporcizia, sangue, cadaveri in putrefazione, carcasse di auto rovesciate su strade deserte, binari vuoti di treni, cani inferociti - i migliori amici dell'uomo - che diventano lupi e colonizzano selvaggiamente un territorio abbandonato, attraversato da un ragazzino dodicenne, il protagonista, che cerca di resistere, quasi unico testimone, alla minaccia di un assedio del genere umano da parte di forze come del male, non ben identificate.
I quadri di Piranesi (come dice la sinossi qui su GR) e di Anselm Kiefer sono una cupa, ma esatta rappresentazione degli spazi descritti nel romanzo.
Libro poco accogliente che incontrerà rari lettori, un boccone cosparso di chiodi difficile da ingoiare che gratta la gola e lascia un senso di sangue in bocca, di ghiaccio secco che asciuga e disperazione apocalittica. Salvo il cespuglio verde, dell'ultima riga.
Ho terminato questo libro con un senso di vuoto , come se mi mancasse qualcosa. La scrittura di questo libro , Voragine , è magnetica , ipnotica , a tratti poetica a tratti cantilena , proprio a sottolineare il senso di solitudine e delirio . Mentre il lettore percorre queste pagine non si accorge se sta intraprendendo la realtà o un sogno oppure un incubo, è tutto sospeso . L’immagine e le situazioni rasentano l’apocalisse. Uomini che divorano altri uomini , palazzi abbandonati , animali dispersi e pericolosi . In tutto questo ci accompagna il povero Giovanni con un passato non lontano dalla violenza . Un padre folle , un fratello malato travolto dalla morte . È forse il fratello che gli parla e lo accompagna nel suo peregrinare tra città devastate e gente alienata , oppure la sua coscienza.. purtroppo non sono riuscita a cogliere il senso di tutta la trama .
Questo è un vero e proprio romanzo apocalittico, esordio dell'autore, che racconta un frammento della vita di Giovanni. Giovanni è un ragazzo di 21 anni che perde suo fratello e suo padre. Una volta che tre figure reclamano la sua casa, inizia il viaggio di Giovanni tra le rovine della città morta, dove i pochi uomini rimasti sono impazziti e fanno di tutto pur di sopravvivere. Questo libro è un vero e proprio incubo, un pugno allo stomaco che non sembra neanche così lontano dalla realtà.
Non è facile recensire, commentare una opera del genere, in quanto si tratta di un macigno, un pugno nello stomaco. Lo stile di Andrea Esposito è essenziale poiché dosa ogni parola e ogni frase esprime malcontento ed è un colpo in pieno petto. Le frasi sono quasi ridotte all'osso a testimoniare il senso di annientamento e desolazione che impregna queste pagine. Una storia di dolore, di solitudine di cui è protagonista Giovanni che si muove in un paesaggio spettrale, apocalittico, molto simile allo scenario presente ne "La strada" di Cormac McCarthy. Andrea Esposito trascina il protagonista e il lettore in una sorta di voragine, precipizio dove risalire diventa difficile. Una "voragine" di mancanza di emozioni, progetti e bisogni che sembra non placarsi mai trascinando tutti nella sua tremenda spirale.
Leggere “Voragine” di Andrea Esposito, sua prima opera e finalista alla XXX edizione del Premio Italo Calvino, è come trovarsi immersi nel silenzio che colma una nebbia densa e lattiginosa permeante ogni cosa e in cui ogni cosa è indistinta, sfuggente, in cui ogni cosa risulta liquida e inafferrabile quanto il senso di ciò che è accaduto, di ciò che accade. È in una Roma post-apocalittica che la vicenda è ambientata, o almeno pare sia avvenuta un’apocalisse, perché in realtà nessuno sa – noi, il protagonista, la povera e poca gente che pare rimasta ad animare la città – che cosa sia davvero accaduto, nessuno sa perché il male nelle forme così varie sia sopraggiunto, nessuno sa come sia sopraggiunto: nessuno sa niente. Solo storie narrano di ciò che è avvenuto, di quell’involuzione che ha assunto le fattezze di quel fiume di morti, pazzie, bizzarrie, sparizioni, macerie, assassinii e detriti materiali, umani e morali lividi, neri e senza più speranza, a creare così un’oscura palette che addobba in modo macabro quel luogo non più familiare. Sappiamo solo che tutto è avvenuto gradualmente: «E dopo quei giorni altri giorni». Altri giorni che hanno portato un carico ulteriore di desolazione, di malignità, di incomprensione rispetto ai giorni precedenti. Graduale è stata anche la formazione di Giovanni, il protagonista di questo romanzo – opera che è stata infatti definita nella scheda di presentazione dedicatagli da Il Saggiatore anche come «l’endoscheletro di un romanzo di formazione». Giovanni è un bambino, all’inizio del libro, che vive con il padre e il fratello in una baracca vicino a un acquedotto romano e a una ferrovia; costretto a lasciare la ‘casa’ paterna, sperimenterà gradualmente solitudine, freddo, fame e malattia – insegnanti rudi – che lo accompagneranno nel suo ruolo involontario di cicerone e testimone di questa «Roma trasfigurata», per dirla con le parole dell’autore. Giovanni, in questa Roma aperta, violenta e irriconoscibile, lo osserviamo vagare in essa comprensibilmente spaesato e sempre all’erta, quasi come se fuggisse da qualcosa… Ora, nonostante il male che lo attornia (a partire dal padre violento, autoritario, poco loquace e ubriaco), Giovanni è ancora in grado di usare pietà. Andrea Esposito ha detto infatti che questo libro «è una riflessione sulla pietà». La pietà che usa Giovanni è quella del silenzio. Di fronte all’indicibile violenza che trasuda sin dalla terra arida e brulla e che infetta ogni cosa e ogni cosa sfigura, le spiegazioni sono vuote e complici; solo il silenzio è giustificato, come atto che consente di non invischiarsi in quella stessa violenza, si voglia anche solo con spiegazioni che mirino a darle un senso, a razionalizzarla; un silenzio che attesta un distacco, un rifiuto di quella malvagità; un silenzio che è appunto una forma di pietà per quello che è accaduto, accade, per la condizione che l’essere umano si trova a vivere. Leggere quest’opera è un’esperienza che ti turba, e lo stile di Andrea Esposito accentua un’inquietudine che non puoi non provare: quasi rarefatto, con un tempo presente che attanaglia, che ti getta in mezzo alla desolazione e allo sfacelo che connota quella Roma così orribile e sinistra, esso ben supporta dialoghi e descrizioni che riescono a renderci, così, astanti consapevoli di uno scenario freddo e vuoto come un paesaggio lunare e desolato e crudo come una bolgia infernale che abbia preso dimora sulla Terra. Insomma, “Voragine” è un’opera prima molto interessante che mette in luce uno scrittore dallo stile riconoscibile. A testimonianza che, ci fosse bisogno di ricordarlo, il panorama letterario italiano non è come la Roma con la quale abbiamo a che fare nel romanzo – vuota e misera –, ma è pieno e florido, e in questo caso in grado anche di fornire un esempio di buona letteratura.
È un romanzo crudo all’inverosimile, nauseante nella capacità di evocare alla mente immagini, solo usando le parole (“Ma poi l’odore arriva e risale le sue narici e invade il corpo e impregna tutto ciò che lo circonda. Resta su tutto inamovibile come un colore. Viene da una porta socchiusa. Quando entra l’odore esplode e si libera.”). L’autore parla della regressione dell’umanità al suo stato selvaggio, all’era del predominio degli istinti primari, animaleschi. È una sorta di genesi biblica, ma al contrario, sottolineata dal ripetersi, nella parte intitolata “Assedio” della frase “e dopo quei giorni altri giorni” che rimanda al “e fu sera e fu mattina”, di biblica memoria. Peraltro anche il riferimento a Giovanni è biblico, visto che è proprio Giovanni l’autore dell’Apocalisse. Tutta la vicenda si svolge in un paesaggio bellico, con “palazzi di dieci piani con i segni delle esplosioni lungo i fianchi muti”, alla fine dell’umanità, dove la morte imperversa, permea le pagine, e prende forma nell’”addome spalancato e nero”, ma ci lascia indifferenti, come il protagonista. Di questo libro non ho apprezzato particolarmente la scrittura frammentata, ma riconosco che forse proprio questo stile riesce a rendere il ritmo della narrazione incalzante.
Voragine è il romanzo POP sull'apocalisse che l'Italia stava aspettando! Un romanzo studiato con perfezione dalla prima all'ultima parola. Esposito, con uno stile paratattico e una narrazione dal tono quasi biblico, narra la storia di Giovanni e della fine dell'umanità con un mix perfetto di mistero e rivelazione. I temi sono costruiti con una precisione chirurgica e ogni elemento si collega nel crescendo di un climax narrativo unico. Finale sublime. Consigliatissimo.
Abbandonato al 22% Stile di scrittura troppo asciutto, a tratti mi innervosiva perché faticavo a seguire il filo, a volte non riuscivo a capire cosa stava succedendo e dovevo rileggere. La trama però sembra interessante, forse semplicemente non è per tutti, sicuramente non per me.
E dopo quei giorni altri giorni. E dopo quei giorni altri giorni. E dopo quei giorni altri giorni. E dopo quei giorni altri giorni. Certe cose scritte qui dentro mi hanno trafitto in un modo così inedito che ho dovuto rileggerle più volte, per capire e cercare di capire e non capire.