Tre donne, Shirin, la madre di cui non sapremo mai il nome e Afsun, vivono nel ricordo di Khosrou. Le loro giornate e le notti sono incentrate su questa presenza/assenza.
Khosru è un giovane partito per la guerra a fine anni '90 che non ha mai fatto ritorno a casa. La madre ha sigillato la sua stanza e vive nel suo perenne ricordo, leggendo delle lettere. Quelle lettere che Afsun si scambiava con il giovane ma senza averne risposta, dato che la madre le intercettava. Un amore, un "principio di amore" che lei non ha mai approvato e che è stato stroncato sul nascere. Tutto ciò ha provocato in Afsun, diventata comunque psicologa con diversi titoli accademici, delle paure, fobie e incubi che girano intorno al noce che cresceva nel giardino di casa in condivisione con i vicini, testimone degli scambi epistolari tra Khosru e Afsun.
Shirin sembrerebbe la meno toccata dalla mancanza del fratello ma non è così. Ne soffre, anche per via del comportamento della madre, così il cinema diventa la sua vita e la sua vita sembra diventare scene di film. E sempre Shirin che cerca di risolvere la situazione, di sbloccare la madre, di farla incontrare con Afsun, di staccarla dalla casa, per farla demolire, uno dei pochi e vecchi caseggiati del suo quartiere, penso anche per chiudere con il passato.
E' un libro profondo, ma molto contorto, che non si apprezza subito ma con il tempo. Parla di questo forte legame che si dissolverà solo alla fine, che porrà fine ai tormenti di Afsun solo dopo dei chiarimenti. Ma soprattutto parla della determinazione delle donne, del ruolo che hanno avuto nella cultura iraniana, così come nel loro ruolo di scrittrici di memorie, anche di guerra, ben spiegato nella Postfazione.
Non so dire fino a che punto mi sia piaciuto, non è un genere che prediligo ma molti punti mi hanno toccato, mi hanno fatto riflettere su temi e situazioni che di solito nemmeno prendo in considerazione.
Sicuramente lo stile molto particolare non facilita la lettura anche se, a tratti, scorre molto più fluidamente.