במרכז הרומן – מרדף עוצר-נשימה המתגלגל דרך ארצות וימים: גיאורג ויטורין, קצין אוסטרי המשתחרר ממחנה שבויים ברוסיה עם סיום מלחמת-העולם הראשונה, נשבע לנקום במפקד המחנה שהשפיל אותו, ומתחקה על עקבותיו במסע ארוך והרפתקני, מווינה לברה"מ שהוקמה זה עתה, ומשם לקונסטנטינופול, מילנו, פריס – ועד לסיום המפתיע.
ליאו פרוץ, הזוכה בזמן האחרון ל"קאמבק" סוחף באירופה כולה, מפליא לשלב בכתיבתו עלילה מותחת יחד עם איפיונים פסיכולוגיים מורכבים. לא בכדי כתב לו איאן פלמינג, ממציאו של ג'יימס בונד, כי הספר לאן תתגלגל, תפוחון? הוא בעיניו "פשוט גאוני".
Anche questa volta Leo Perutz riesce a congegnare un sorprendente romanzo, col suo stile particolare che abbraccia in varia misura i diversi generi letterari, padroneggiati con grande maestria e con un’infallibile abilità nel catturare il lettore fino all’ultima pagina. Tempo di spettri, pubblicato nel 1928 e a mio avviso una delle sue opere migliori, ha come ingrediente principale il Romanzo Storico, che in questo caso si mostra ancor più preciso ed efficace, grazie anche alla ridotta distanza temporale rispetto agli avvenimenti descritti.
Le vicende si svolgono infatti negli anni 1918-20, al tempo della fine del primo conflitto mondiale e della guerra civile in Russia, e proprio in Russia sono ambientati il prologo e tutta la parte centrale del romanzo, dal fronte di guerra fra l’Armata Rossa e le truppe controrivoluzionarie dei Bianchi alle prigioni bolsceviche, dalla città di Mosca alle campagne devastate e saccheggiate dagli eserciti.
Se lo sfondo è rappresentato da un drammatico quadro storico, che comprende non solo la Russia ma anche Impero Austro-ungarico, Turchia, Italia e Francia, al centro della trama vi è la storia personale di un’ossessione, quella di Georg Vittorin reduce da un campo di prigionia siberiano che, non appena tornato a Vienna, decide di lasciare la famiglia, il lavoro, una promessa di matrimonio, per ripercorrere il cammino e vendicarsi delle umiliazioni subite nel campo di Cernovjensk da parte del comandante russo Seljukov.
Ma nel corso di quei mesi burrascosi la situazione bellica, politica, economica sta mutando profondamente e Georg dovrà compiere una vera e propria Odissea, le cui tappe sono scandite da imboscate, scontri a fuoco, dal dilagare della febbre spagnola e del caos che pervade il territorio in cui ha deciso di addentrarsi, sorretto soltanto dalla propria allucinata ostinazione e dalla fortuna che lo preserva, mentre intorno a lui domina la morte fra coloro che gli prestano aiuto. Anche il capitano Seljukov, l’oggetto del suo affannoso inseguimento è sempre in movimento, appare inafferrabile e a sua volta trasferito su diversi fronti, quasi uno spettro che, nella mente ormai squilibrata di Georg, non rappresenta tanto l’antica offesa quanto l’emblema della perversione di un’epoca in cui gli ideali sono sopraffatti dall’opportunismo e dai soprusi.
Molto efficace e moderna è la rappresentazione dei passaggi da un episodio all’altro, dove Georg (e il lettore con lui) sembra trovarsi ogni volta in un contesto alieno, straniante, a tutta prima incomprensibile, da un assalto alle trincee a un cabaret di una città turca, da un ufficio della burocrazia sovietica a un plotone di esecuzione, quasi una serie ininterrotta di incubi.
Come in altri romanzi di Perutz, un magnifico folgorante finale conclude il racconto lasciando un sapore di malinconia, rammarico per le cose sacrificate quasi per capriccio, vanità e consapevolezza di un’esistenza sprecata all’inseguimento degli spettri del passato lasciandosi scorrere l’esistenza già alle spalle, per tornare al punto di partenza ma ormai svuotato di ogni energia vitale.
Un’avventura entusiasmante, surreale, romanzesca e incantevole: tra i migliori romanzi di Perutz, che si vorrebbero dimenticare per poterli rileggere con la stessa meraviglia della prima volta.
Tornato alla sua casa di Vienna dalla prigionia in Siberia, Georg Vittorin tenta subito di avviare il piano ideato con altri quattro ex detenuti: vendicarsi dell’odioso aguzzino del carcere, il comandante Michail Seljukov. Ma il ritorno alla normalità della vita quotidiana induce ben presto i compagni a perdere le motivazioni e, infine, a ritirarsi dal “patto”. Georg si trova così di fronte alla prospettiva di tornare da solo in Russia, in un territorio difficilmente raggiungibile e diventato teatro di una sanguinosa guerra civile. Ciò comporterebbe un nuovo distacco dall’affetto della famiglia, lasciare l’anziano padre e le giovani sorelle alle prese con una situazione economica precaria, rinunciare al posto fisso presso l’azienda in cui lavorava prima della guerra e alla proposta di un altro impiego molto allettante; inoltre, significherebbe rinunciare all’amore della bella e devota Franzi. Ma non ci sono ragionamenti né sentimenti che possano farlo desistere dal suo scopo: l’urgenza e la voglia di far pagare all’ufficiale russo le offese e le umiliazioni sono incontenibili. Comincia così l’estenuante e pericolosa ricerca di Seljukov, che trascinerà Georg – in balìa degli eventi e della sorte – per i territori di mezza Europa.
Tempo di spettri non è un romanzo ricco di suspense né di appassionanti avventure; gli ingredienti più notevoli sono invece l’ostinazione, il delirio e i sogni che ruotano attorno all’inestinguibile sete di vendetta. Perutz descrive paesaggi e stati d’animo con pochi tratti, evitando lunghe descrizioni o approfondimenti; perciò il racconto e l’ambientazione prendono vita soprattutto grazie ai dialoghi e attraverso ciò che i vari personaggi osservano all’esterno e sentono dentro di sé. Dall’inizio alla fine, sembra di assistere agli eventi da una posizione privilegiata e ravvicinata; e il finale è emozionante.
Questo è il secondo libro di Perutz che leggo e l’impressione che ne traggo è simile a quella del precedente “dalle nove alle cinque”: idea iniziale originale, grande maestria di scrittura, splendido finale ma un eccesso di “peripezie” del protagonista nel centro del romanzo tolgono credibilità alla storia e sembrano più legate alla necessità di “popolarizzare” il racconto, che non a ragioni più propriamente letterarie. Un po’ quello che accade oggi a grandi autori di best-seller come Stephen King o Ken Follett.
Ciò detto è un libro godibilissimo, particolarmente nelle descrizioni della società viennese all’indomani della sconfitta dell’Impero nella prima guerra mondiale. Ancora una volte l’intero racconto ruota intorno ad un singolo protagonista maschile, un ufficiale asburgico che ha vissuto in un campo di detenzione russa gli ultimi anni della guerra. Tornato in patria, la sua unica ragione di vita è vendicare l’offesa subita durante la prigionia, da ufficiale a ufficiale, secondo uno schema cavalleresco che il nuovo mondo nato dalle macerie degli imperi crollati, ha spazzato via per sempre. E ancorato agli antichi valori, il povero Georg Vittorin vede sfuggire davanti a se, vagone dopo vagone, il treno della nuova vita che non ha saputo riconoscere.
Leo Perutz scrive "Tempo di spettri" nel 1928. Contrariamente ai suoi romanzi soliti, caratterizzati per l'ambientazione storica, questa volta lo ambienta più o meno nel presente, fra il 1919 e i primi anni degli anni '20. La storia è quella di Georg Vittorin e della sua caccia a Saljukov, ufficiale (credo, non ricordo) russo, che lo umiliò quando era suo prigioniero durante la Prima Guerra Mondiale. Però, il cambio di ambientazione storica non snatura la scrittura e l'atmosfera di Perutz, tutt'altro. Perutz, infatti, ambienta i suoi romanzi in momenti storici dove è il caos e il crollo di ogni ordine costituto a regnare. L'Europa del '700 del "Cavaliere Svedese", la Francia rivoluzionaria di "Turlupin", le guerre napoleoniche in Spagna di "Il marchese di Bolibar". L'Europa, in particolare la Russia e l'Austria di inizio anni '20, in piena rivoluzione rossa e post-grande guerra, allora si inserisce perfettamente nel mondo caotico di Perutz. E' come se, nel lungo elenco di momenti storici in cui il caos si è fatto terra, Perutz inserisse anche il suo preciso momento storico. E come dargli torto? Anzi, letto 90 anni dopo, "Tempo di spettri" colpisce per la lucidità e la disperazione con cui coglie l'atmosfera di un'Europa devastata e senza pace. Detto questo, "Tempo di spettri" è un romanzo che unisce - con l'apparente semplicità della scrittura di Perutz - spy story e romanzo di avventura, il racconto di guerra e quello di cronaca (specialmente per quanto riguarda la descrizione della Russia rivoluzionaria). Ma è un romanzo che ha sorprendentemente tantissimo in comune con "Fuga senza fine" di Joseph Roth, uscito appena un anno prima. Franz Tunda e Georg Vittorin sono quasi gemelli, l'unica differenza è che apparentemente Vittorin è mosso nel suo vagabondare per l'intera Europa da un'ossessione: la vendetta. Vendetta che però si risolve in "un gesto d'indifferenza che valeva per una mattinata perduta e un cappotto zuppo, e non tradiva nulla". Righe che riecheggiano quel " "superfluo come lui non c'era nessuno al mondo" di Roth. Vittorin è un reduce, uno che soffre chiaramente di sindrome post-traumatica da stress in un'epoca in cui non se ne concepisce manco lontanamente l'esistenza. Tornato a casa dalla guerra è incapace di reinserirsi nella normale vita quotidiana, fatta di lavoro, amore e famiglia. Tutto ciò a cui riesce a pensare è lo sgarbo subito nel campo di prigionia. E' a questo sgarbo che sacrifica la sua vita. E' lui, allora, lo spettro del titolo, quello che ha rinunciato ormai a vivere per rimanere completamente invischiato nel passato e nella vendetta. Vendetta che, però - e qua sta la grandezza, nuovamente, di Perutz - non è un concetto eroico o di onore. Ma è nulla più che la monomania di un disperato, dietro cui si scherma e che utilizza per tirare avanti, ormai perduto il suo posto nel mondo. "Tempo di spettri", però, è anche un racconto spietato dell'Austria post-Grande Guerra e degli uomini che speculano su di essa. Vittorin, nel suo viaggio, incontra "trafficanti, gli avvoltoi della valuta, gli animali da preda che si sono spartiti il mondo". Gente che nel caos che segue la guerra, sia l'Austria o la Russia, riescono a scommettere e vincere a danno degli stati e dell'ordine e della gente, ovviamente. Vittorin questo lo percepisce e prova un rancore tanto forte quanto cieco. Nella sua convinzione, d'una ingenuità quasi commovente, tutto il male del mondo si concentra in Seljukov, l'ufficiale che lo offese. Convinto che quando risanerà l'offesa subita, allora magicamente tutto andrà a posto, non solo il mondo, ma anche la sua vita dissipata e mal spesa, i suoi amori perduti, la famiglia delusa e smarrita. Allora, quando scopre la piccolezza di Seljukov, vecchio rinchiuso in una casa a intagliare figure nel legno, tutto cade. E' in quel momento che Vittorin non solo non compie la sua vendetta, ma si arrende a un mondo caotico e spartito da speculatori e avvoltoi.
A fanatical Austrian's single-minded pursuit of revenge leads him across the devastated landscape of post-war Europe. This reads like some mad amalgamation of Borges and Graham Greene, and if that doesn't hook you you should stop reading my reviews.
This is another out of print novel I was lucky to find amongst the public library shelves. Leo Perutz was born in the Austro-Hungarian Empire at the turn of the century and moved to Palestine in 1938- for reasons I’m sure you can figure out. He wrote his first novel in 1915 and was around Vienna during those strange years between the world wars. This novel, Little Apple, published in 1928, centers on the WWI Austrian veteran, Russian camp survivor, Georg Vittorin and his compulsion of vengeance. After returning home to Vienna, Vittorin plans to return to Russian to find the camp commandant Selyukov to enact his revenge. This takes place in late 1918- as you may remember from history, Russian was in the throes of its Civil War between the Boshevik Reds and the anti-Bolshevik Whites. Vittorin has some crazy adventures from inhabiting the former Moscow apartment of Selyukov while waiting for him to return to getting imprisoned a fews times, once by the Reds and another by the Whites. He finds that Selyukov has left Russian and Vittorin finds the slightest clues and tries to track him all over Europe. This is one of the older styles of novels where each character plays an important in moving the plot along. And this slight old-fashionedness gives this story a feeling more of an allegory than an event. The story is heavy on morality of a character’s obsession stilting life. Yet, it is charming and easy to read. I enjoyed the plot twists that come up and throw light on how Vittorin becomes aware of the folly of his vengeful pursuit. Also, since the book is written so close after WWI, reading it gives a view of Europe after WWI.
Georg Vittorin kennt nur ein einziges Ziel, seitdem er aus russischer Kriegsgefangenschaft nach Wien zurückgekehrt ist – nämlich, Rache zu nehmen an dem Lagerkommandanten Michail Michailowitsch Seljukow. Während um ihn herum schon wieder eifrig Alltagsgeschäften nachgegangen wird – dem Spekulantentum, dem gesellschaftlichen Leben, der Schürzenjägerei –, kann er an nichts anderes denken als daran, mit Seljukow abzurechnen, durch dessen Kaltschnäuzigkeit einer von Vittorins Kameraden umgekommen ist. Doch recht eigentlich ist es nicht der Tod dieses Offiziers, sondern vielmehr die unauslöschliche Demütigung, die Vittorin durch Seljukow erfahren zu haben glaubt, sein beiläufiges „Pascholl“, mit dem er ihn aus dem Zimmer gejagt hat, was den ehemaligen Offizier dazu bringt, an dem Schwur festzuhalten, den er und einige seiner Kameraden getan haben. So bedeuten ihm denn auch die existentiellen Probleme seiner Familie oder die Aussicht auf ein Stelldichein mit seiner Verlobten nichts in dem Moment, in dem sich für ihn die Frage stellt, in die vom Bürgerkrieg geschüttelte junge Sowjetunion zurückkehren zu können, um Seljukow aufzuspüren und zur Strecke zu bringen. Alle Verpflichtungen und Verlockungen hinter sich lassend, macht sich Vittorin auf, um eine lange Odyssee anzutreten, an dessen Ende eine Überraschung steht, aus der er – so scheint es jedenfalls – wenig lernen wird.
Wohin rollst du, Äpfelchen …, im Jahre 1928 von Leo Perutz geschrieben, ist eine düstere Abenteuergeschichte, die seinerzeit als Fortsetzungsroman erschien, und den Leser auf eine Reise in die Zeit des russischen Bürgerkrieges und der unmittelbaren Nachkriegsmonate in Wien mitnimmt. An der Seite unseres mit klinischer Distanz beschriebenen Antihelden, der allerdings dadurch schon wieder sympathisch wirkt, daß er sich nicht so einfach in ein bürgerliches, dem Gewinnstreben und der Unterwerfung unter systembedingte Zwänge huldigendes Leben unterordnet, jagen wir quer durch Europa der Chimäre eines überlegenen Gegners hinterher, die erst im letzten Moment – mittels einer ironischen Wendung der Geschichte – faßbar wird. Wie das sprichwörtliche Äpfelchen kämpft Vittorin mal auf seiten der Weißen, dann in den Reihen der Roten, und immer wieder kommt es vor, daß er selbst, der rastlos Hin- und Hergetriebene, für andere Menschen zum unheilvollen Schicksal wird – sei es durch seine Unterlassungen, sei es durch seine monomanen Handlungen. So ist denn ganz besonders vor diesem Hintergrund der Ausgang der Verfolgungsjagd von einer geradezu unmenschlichen Ironie.
Wohin rollst du, Äpfelchen … wird oft als Kolportageroman bezeichnet, und so ist denn auch die Handlung so spannend angelegt, daß der Leser versucht sein wird, das Buch in wenigen Stunden durchzulesen, was aufgrund seines vergleichsweise geringen Umfangs kein Problem sein wird. Und doch ist da mehr: Die Art, wie der russische Lagerkommandant seine Zigarette hält, wirkt auf Vittorin nachgerade nachahmenswert, wenngleich er den Dreh niemals hinbekommt, und schon dieses Detail läßt darauf schließen, daß unser Antiheld nicht nur von einer Kriegsneurose, sondern auch von einem Minderwertigkeitskomplex angetrieben wird. Gleichzeitig scheint durch die Seiten dieses Buches eine gewisse Skepsis gegenüber gesellschaftlichen Konventionen und Sekundärtugenden durch, sind doch die eher positiv gezeichneten Figuren allesamt Individualisten und Einzelgänger, die freilich zum Scheitern verurteilt sind, was dem Roman einen äußerst pessimistischen Grundton verleiht.
Die schnörkellose, allerdings viele Details auffangende Erzählweise ordnet sich dabei scheinbar ganz der dramatischen Handlung unter, die sich gegen Ende hin geradezu überschlägt. Störend wirkten auf mich allenfalls einige perspektivische Brüche, die sich dadurch ergeben, daß Perutz zwar in der Regel den Antihelden als Reflektorfigur benutzt, dann aber doch wieder hin und wieder Informationen einflicht, die Vittorin gar nicht besitzen kann, und kurz in die Gedankenwelt einiger Nebenfiguren eintaucht. Abgesehen von diesem leichten Makel ist das Buch aber sehr mitreißend und hallt, vor allem durch das Ende, noch lange beim Leser nach.
Mir persönlich war Perutz bislang nicht bekannt, doch nach der Lektüre dieses Romans ist meine Neugierde bezüglich dieses Autors geweckt worden.
Rutilante conferma, in salsa (mittel)europea, che la vita è quel che ti succede mentre stai facendo altri progetti (discutibili?). Terzo libro di Perutz per me, direi molto meglio del Maestro del Giudizio Universale, forse non al livello di "Di notte sotto il pietra" ma godibile e avvincente nel suo gettarci in medias res. Cinematografico.
Forse non avrei dovuto leggere la scheda di GR (che ha decisamente influenzato le mie aspettative), che lo presenta come una caccia all'uomo, incalzante ed ossessiva.
La caccia all'uomo inizia molto lentamente - troppo, per i miei gusti: una buona parte del libro è dedicata alla vita di Vittorin (il protagonista) prima della sua decisione di partire. Quando finalmente inizia il viaggio, Vittorin attraversa talmente tante situazioni improponibili che mi sono chiesta se questo viaggio volesse essere la metafora della ricerca che ognuno di noi compie nella vita. Ma nè lo stile nè la trama riescono a trasmettere una visione onirica o reale: si rimane in un indefinito che non mi ha convinta.
Inoltre, dopo quel lento inizio, la caccia si chiude velocemente, troppo velocemente. Avrei voluto sapere di più del girovagare del protagonista in Europa e dei suoi stranissimi compagni di viaggio.
L'aspetto positivo è che l'autore è riuscito a trasmettere l'ossessione del protagonista per la sua personalissima caccia all'uomo. Tuttavia questo non è bastato per appassionarmi nè al protagonista nè alla trama.
Leo Perutz farklı bir tarzı olan aykırı kitaplar kaleme alan sevdiğim bir yazar. Türkçeye çevrilmiş kitaplarını tamamını okudum.
Bu kitabında Rus esir kampında tutsak olan Avusturyalı subay Vittorin’in Rus yüzbaşını Selyukov’a olan saplantılı kinini konu edinmiştir.
Vittorin Avusturya’ya döndükten kısa bir süre yüzbaşı Selyukov’u bulmak için bir dizi ülkeyi dolaşacaktır. Bu yolcuyu esnasında bazı insanların yaralanmasına, ölmesine neden olacak; önüne çıkan fırsatları kaçırdığını fark edecektir.
Nihayet Selyukov’u sefil bir halde bulduğunda intikam almaktan vazgeçecek çekip gidecektir.
İnsanın içindeki azimli, kararlı davranışın aklın zihinsel oyunlarıyla değişimi konu olan değişik bir romandı. Diğer okuduğum Leo Perutz romanları kadar çarpıcı bir konusu olmasa da okunabilecek romanlardan.
An appreciation of this novel is shared by many reviewers I follow and I was confident I would find the story compelling. However I struggled to get into it. It ticked along as a good solid post-war thriller, but not more than that.
Georg Vittorin is on the train home from Moscow with four of his fellow officers, all former inmates a Russian prison camp. It is the end of Great War, they have been released and are headed home to Vienna. Vittorin reminds them of their 'pledge' to return to Russia to deal with the Camp Commandant who humiliated them.
3.5 stars really. Austrian soldier Georg Vittorin returns home from POW camp in Siberia determined to find and exact revenge on the Russian camp commandant Solyukov who had humiliated him and other Austrian POWs. The premise is a bit weak and there is more than a suggestion that Vittorin has become unhealthily obsessed with Solyukov, when it would be better for him to look after his family's and his own best interests at home in Vienna. But he is determined to track down Solyukov keep the pact he made to himself and with his fellow POWs, so back across enemy lines he goes into the whirlwind of the Russian revolution. The trail leads to Moscow, then back through Ukraine, Batumi and Istanbul and onwards to Western Europe. Not in the same league as Joseph Roth, but a good entertainment in the Graham Green mould.
Il libro sbagliato al momento sbagliato. Posso capire perché sia apprezzato e lo sia stato anche in passato, ha alcuni lampi di genio che difficilmente si trovano in altri romanzi. Però. Per quanto riguarda il mio gusto personale, trovo che la premessa della trama, che si può leggere nella quarta di copertina, non venga adeguatamente portata avanti nel corso del romanzo. Potrei soprassedere ai "salti" di trama perché, in fondo, era pubblicato a puntate ed è accettabile che tra un episodio e l'altro ci siano delle cesure maggiori, ma, purtroppo, ritengo che lo stile di scrittura sia invecchiato male (al di là dell'anno di pubblicazione, visto che altri libri coevi sono ancora godibilissimi).
סקירה שפרסמתי בבלוג שלי בשנת 2011: ספר "קטן גדול" שבמרכזו עומד קצין אוסטרי, גיאורג וטורין שמו, שנשבע יחד עם עוד מס' חברים לשבי, לנקום בקצין מטה רוסי שעלב והשפיל אותם בעת ששהו במחנה שבויים רוסי במלחמת העולם הראשונה. עם שחרור השבויים עולה השבועה שנשבעו החברים לנקום בקצין הרוסי ומכאן ואילך הספר מתמקד בוטורין שיצר הנקמה שלו בקצין הרוסי לא דעך כמו אצל חבריו לשבי. פרוץ, המושפע בעליל מדוסטוייבסקי, מתאר באמנות את קורותיו של וטורין מרגע השחרור ואיך הרצון ומחשבות הנקם מובילות אותו למרדף ארוך ומפותל בכל רחבי אירופה אחר אותו קצין רוסי, תוך סיכון ממשי של חייו וויתור על כל הדברים שחשובים לאדם צעיר ונורמלי בחייו. כל אחד מאיתנו בוודאי מכיר אישית אנשים שכל מעשיהם מונעים מתוך רצון לנקום במישהו שהירע להם.ליאו פרוץ גרם לי לחשוב על אותם אנשים בדיוק במובן של המחיר הכבד שהם (וסביבתם/משפחתם הקרובה) משלמים בשל תאוות הנקם שמשתלטת עליהם ועשויה לקבוע לשבט את גורלם וגורל הקרובים להם. ספר מעולה ממש ומעורר מחשבה כאמור. מומלץ ביותר.
The title of Little Apple is a reference to the sobriquet applied by different characters to the novel’s principal Georg Vittorin, a 28-year-old Austrian who returns to Vienna after the Great War, having served out the war’s end in a Russian POW camp. “Little Apple” is also the title of a Russian folk song, which gained popularity during the Russian Revolution, and it describes in comic jauntiness, the meandering tale of an apple that witnesses the many scenes of Russian upheaval. And like that little apple, Georg Vittorin rolls through the grim, bloody, fractured landscape of the Bolshevik Revolution, in search of the former POW Camp Commandant Mikhail Mikhailovich Selyukov, whom he and his fellow prisoners deemed cruel and inhumane because he allowed a prisoner to die of illness. The degree to which Vittorin is personally aggrieved with Selyukov is the novel’s ironic seed, and Perutz intimates even at the beginning of the novel that Vittorin’s motive for seeking redress has less to do with Selyukov’s inhumanity than the personal affront Vittorin suffered in Selyukov’s presence.
Aboard the train back to Vienna, Vittorin and fellow returnees make a pact to avenge the dead prisoner, promising to exact Selyukov’s death. However, when they do reach Austria, everyone is more concerned with returning to civilian normalcy, even as the country is unraveling financially and politically. When Vittorin presses the others to honor their pledge, they express disinterest or mock him. Only one other man is willing to return to Russian with Vittorin, but his motives are mixed, since he’s embezzled money from his employer, a shady lawyer.
Vittorin’s access to Russia is hindered by border control bureaucracy, and his companion is held back for deportation. Once in Russia, Vittorin is held in a violent stasis by opposing Russian forces during its tumultuous October Revolution. The Tsarist’s White forces continue for almost 18 months to wage war with Lenin and Trotsky’s Red forces, and Vittorin is caught in the middle of this, trying to locate Selyukov. In the process of searching out Selyukov, Vittorin allies himself at different times with different sides, including counter-revolutionary forces independent of the White army. Vittorin is variously shot at, imprisoned, and threatened with execution. Exigencies make him temporarily a leader of a Red army division, and he leads it into a suicide charge in order to reach Selyukov.
After Russia’s eventual submission to Bolshevik forces, Vittorin’s subsequent search for Selyukov takes him to Italy and Turkey, where in Constantinople he assumes for a while a gigolo’s existence. More travels and travails follow, and he finds himself derelict in Paris, where he encounters his Austrian girlfriend on the arm of another man. He discovers in Paris that there is a registry of Russian refugees, and he tracks Selyukov to an address in Vienna. Two years have elapsed, and he’s suffered so much—having given up his family, his fiancee, and his career, living as a beggar, laborer, soldier, sick with fever and typhoid, almost always near starvation—that he recognizes the exquisite irony: by staying put in Vienna he might have simply waited out Selyukov’s arrival. When he reaches Vienna to finally confront Selyukov, he finds that the former proud, cruel commandant has been reduced to a scrabbling life as a carver and maker of Russian toys and tchotchkes. Further, Selyukov does not recognize Vittorin, much less remember the personal slight that so enraged Vittorin and made his quest for revenge an international manhunt.
After this interview with the former Russian POW commandant and his former orderly, Vittorin suddenly realizes that there is no point, that the whole affair, the two years of fevered passion are at an end. He knows that he will simply settle into a civilian life, and he dismisses the two years as if they were no more than the raindrops he unconsciously strikes off his coat.
The novel’s concluding ironies—particularly that Selyukov awaits Vittorin in Vienna—are intimated early in the novel, so it is not for a dramatic climax that one reads this novel. Instead, Perutz is concerned with creating a picaresque landscape that enables his little rolling apple, Vittorin, to blithely ignore his fate, that no matter what the circumstances around him, he—the apple—will be eaten in the end. It’s a fun conceit, and there is some pleasure in observing Vittorin’s obsessive drive to complete his mission, which hinges on such a tenuous pretext, a dismissive verbal slight. Perutz observes that the two years of obsession were pointless, that taking umbrage in fact made life worse for Vittorin and those around him. For readers, however, the little apple’s rolling course offers a vibrant primer—an eastern European perspective—on the chaos of the Bolshevik Revolution.
Un libro sulla vanità della vendetta. Un giovane austriaco ex-prigioniero di guerra, ora libero, fa ritorno a Vienna ma non trova pace, tormentato dallo spettro dell’ufficiale Seljukov, suo aguzzino. Perciò da Vienna riparte, verso una Russia stravolta dalle ondate rivoluzionarie e controrivoluzionarie; le pagine più belle del libro forse sono proprio quelle di carattere storico, su questa Russia dilaniata dalla guerra. Dapprincipio ho fatto molta fatica a empatizzare col protagonista del romanzo, il giovane Georg Vittorin, che non sembra avere alcuna determinazione e spessore ulteriore che questo suo desiderio di vendetta cieco. Non solo divorato dal rancore e dalla testardaggine, ma persino anaffettivo e insensibile ai ritrovati affetti familiari e all’amore: Vittorin sembra un fantoccio svuotato e tenuto febbrilmente in attività dal furore del suo desiderio di vendetta. Ma poi ho capito che è proprio questo il senso del romanzo, e che il vero spettro a cui ci si riferisce non è altri che il nostro protagonista: destinando la sua vita a questa vendetta che si dimostra essere, da ultimo, vana, egli non è più propriamente umano, ma è un’ombra che insegue nient’altro che ombre.
Una storia abbastanza allucinante, ambientata tra Austria e Russia nei giorni caotici successivi alla caduta degli Zar. Il protagonista, militare austriaco, ritiene di aver subito un grave affronto da un ufficiale russo durante la sua detenzione in un campo di prigionia in Siberia. Al ritorno in patria abbandona la sua vecchia vita, familiari, amici e commilitoni per inseguire un folle progetto di vendetta. Nel suo testardo inseguimento, il protagonista vagherà tra le terre russe sconvolte dalla guerra civile tra rossi e bianchi senza rendersi conto di quello che gli succede intorno e lasciando dietro di se una scia di morti.
Personalmente, non sono riuscito ad appassionarmi al protagonista ed alla sua storia. Sono andato avanti nella lettura perché avevo letto in tante recensioni che le ultime 30 pagine erano la parte migliore del romanzo. Ma neanche il finale è riuscito a risollevare il mio giudizio.
4 e 1/2 Bellissima la scrittura (si può dire altrimenti?), intrigante la storia. Vittorin e Seljukov non possono non rimanere impressi nella memoria perché, prima persone, diventano archetipi di un certo tipo di società in cambiamento. Folgoranti le ultime pagine (mi hanno lasciato un po' di amaro in bocca per quello che poteva essere e non è stato) e coerente insieme. Di come l'odio e un'ossessione possono consumare un uomo e dargli allo stesso tempo una ragione per vivere. Di come una parola possa cambiare un'esistenza. Perché non 5 stelle piene? Ammetto che le descrizioni di guerra mi hanno messa talvolta alla prova.
Georg Vittorin è un ex capitano dell’esercito austro ungarico, che durante la prima guerra mondiale ha trascorso un periodo di prigionia in Siberia; offeso nell’onore dal tirannico comandante del campo, colpevole di molte angherie. ha giurato vendetta insieme a un gruppo di compagni di detenzione. Liberati e rientrati a Vienna in seguito alla pace di Brest LItvosk, ben presto rimane l’unico del gruppo a voler tornare in Russia per adempiere a quanto promesso. La prima parte è la classica storia del reduce al rientro in patria in difficoltà a riadattarsi alla vita in famiglia e al lavoro in tempi di grandi cambiamenti politici e sociali. Ottenebrato dai propri demoni Georg è disposto a rinunciare ad affetti e prospettive per intraprendere una caccia all’uomo nella Russia rivoluzionaria, che dalle poche settimane inizialmente previste durerà più di due anni. Tempo di spettri, come recita il titolo, a cominciare da quello dell’introvabile russo, che Georg si sogna pure di notte immaginandolo a capo di truppe bolsceviche. Sarà nuovamente prigioniero, rischierà di essere fucilato, sarà coinvolto in trame terroristiche a Mosca, combatterà al fronte… e nulla, ogni volta che arriva a un passo la pista si rivela falsa, la preda si è volatilizzata. Pubblicato inizialmente a puntate, risente di questo impianto con i vari capitoli che si presentano come quadri a se stanti, con Georg che deve adattarsi a situazioni nuove per continuare nella sua propria missione: dalla Russia a Istanbul, Parigi, l’Europa la caccia continua fino a un finale impensabile se non per Perutz che ancora una volta sorprende il lettore. Ottimo romanzo che sullo sfondo del declino dell’impero austriaco e del caos della Russia post rivoluzione racconta la storia di un uomo il cui unico scopo nella vita è la vendetta e poi? Il demone della vendetta è così beffardo… quattro stelle.
Sevdim 🩷 biraz uzun sürmüş olsa da okuduğum için mutluyum. . I. Dünya Savaşı'nda, esir düştüğü kampta Rus bir subayın aşağılamalarına maruz kalan Vittorin , savaştan sonra döndüğü Viyana'daki evinde fazla duramaz. İntikam almak için Rus subay Selyukov'un peşine düşer. . Önce Rusya'ya gider, iç savaşın ortasında defalarca ölümle burun buruna gelir. Ardından Batum, Konstantinopolis, Roma, Milano... Dolaşır durur. Oysa: . "... Tifo, bit, açlık, savaş, hapishane. Rusya'da gitmediğim yer kalmadı, Avrupa'nın yarısında dolandım, dönemin tüm cehennemlerinden geçtim. Çürük samanlar üstünde yattım, Moskova'da beni tutuklamaya kalktılar, yoldaşlarım o lanet olası şeker fabrikasında kurşuna dizildi... Sonra Marsilya! Konstantinopolis! Her kıtadan suçlularla cebelleştim, şimdi görüyorum ki aslında tek yapmam gereken evde oturup... Gülünmeyecek gibi değil ki!" . Adını eski bir Rus şarkısından alan roman 1928'de tefrika edilmiş ve 3 milyondan fazla okur ile buluşmuş... . Savaşın farklı yönlerini anlatan kitapları seviyorum. Büyük felaketlerden soykırımlardan öte, onuru kırılan, aşağılanan, başkalarının hayatını da etkileyen insanlar... Onları da unutmamak lazım. . Çok da akıcı,sade bir dili var .... . #nereyeyuvarlaniyorsunkucukelme #leoprutz .
Un viaggio all'inferno (e ritorno) per fronteggiare tutti i propri demoni. Questo e' il viaggio, reale e metaforico, che compie Georg Vittorin, giovane austriaco rientrato a Vienna dopo un periodo passato in un campo d'internamento russo all'indomani della Prima Guerra mondiale. Con i suoi compagni di prigionia, giura vendetta all'ufficiale russo a capo del campo di detenzione, loro aguzzino, e insieme si ripromettono di tornare a Mosca per ucciderlo. Ma una volta tornati alla civilta', i cospiratori vengono restituiti alla loro normalita' e la vendetta viene presto dimenticata. Da tutti, tranne che da Vittorin, che invece e' perseguitato dal sogno/incubo di portare a compimento la vendetta. Appena ne ha l'occasione - lasciando una vita normale, abbandonando la donna che lo ama e la famiglia in difficolta' - parte in un viaggio che lo portera' in Romania, a Mosca, in Turchia, in Italia, in Francia alla caccia dell'ufficiale - o del suo fantasma, che insegue sempre senza mai riuscire ad afferrarlo. Lo trovera', ironia della sorte, tornando a Vienna e scoprendo che quello cui dava la caccia era proprio solo quello. Un fantasma.
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non avevo mai letto niente di perutz e ho trovato uno scrittore arguto e sofisticato, capace di accompagnare l'ironia alla tragedia, con una scrittura che si allarga e si restringe a seconda delle necessità narrative. la storia di questo libro è pazzesca: una caccia all'uomo all'indomani della prima guerra mondiale, sulle strade dell'europa prossima alla rovina. ovunque si svolga - vienna imperiale, russia rurale, mosca, Istanbul, Parigi - ho ritrovato le atmosfere cui mi avevano abituato i libri "di genere", come se ognuno risuonasse nelle corde di perutz. veramente magistrale, scrittore sopraffino. che bello che il mondo sia pieno di scrittori bravissimi che non conosco
Forse il romanzo di Perutz che mi è piaciuto di meno: manca di quel tocco di "magia" e mistero che gli altri romanzi avevano.
Una storia più reale delle altre, che racconta l'odissea del protagonista attraverso l'Europa alla ricerca di una nemesi che non sappiamo se esista davvero. Il protagonista è un reduce dalla prigionia in Russia e verso la Russia riparte, trovandola squassata dalle lotte rivoluzionarie: il quadro del crollo zarista è la parte più coinvolgente e meglio illustrata.
Bazen bir küçümseme, belki de böyle değildir, bir insanın hayatına etki edebilir. Öç alma hissiyle yanıp kavrulan Vittorin, devir değiştirmek üzere olan Rusya'ya binbir zorlukla gider, savaş geçirir, yetmez dünyayı dolaşır ve aklında tek bir şey vardır; şahitsiz bir düelloyla öcünü almak. Kimisi bir kadına ya da adama hasreder ömrünü, kimisi bir dava uğruna kimisi de aşağılanmayı temizlemek için rakibini aramakla.