E quando l'assenza è insanabile da farsi presenza, quando leggi la tua anima e ritrovi te stessa in quei pensieri in prosa, che si fanno poesia, quando in ogni pagina le parole son così vere da fare male, allora stai leggendo un pezzo di te.
Se ti riconosci in una figura, in una pagina, in un paesaggio, è perché rispecchia la tua fragilità più sofferta, il tuo difetto più caro, la tua debolezza preferita.
Sono sempre le cose che condividono il tuo peggio quelle in cui ti riconosci, quelle a più alto tasso di te.
Chi perde qualcosa di enorme ha un solo sollievo, un’unica forza, non potrà mai perderlo più di così, non potrà mai soffrire più di così.
E quello che mai se ne andrà, quello che è entrato sottopelle lo incido qui, su questa "pagina bianca".
Minuscola assenza
Sono un dettaglio feroce, di quelli che restano a ricordarti qualcuno, a farti sentire qualcosa che non c’è più, sono un pettine, sono un posacenere, sono il libro che lei teneva sul comodino e non leggeva mai, sono una di quelle cose da nulla che all’improvviso diventano giganti, quelle inezie da cui di colpo si sprigiona la tenerezza di una figura perduta, sono un brutto cuscino, il suo ombrello appeso all’ingresso per un inverno che non vedrà più la pioggia, l’interruttore su cui poggiava le dita entrando nella stanza, sono il correre sbadato della tua mano a qualcosa che non è più lì, sono la minuscola assenza che richiama la presenza perduta, il niente che disegna l’enormità del vuoto, sono il moltiplicarsi dei gesti che fai per coprire il pensiero, per sviare il ricordo, e mi faccio rumore, mi faccio frastuono, mi faccio silenzio.
Un altro vuoto
La gente se ne va, smette di colpo, lascia in asso cuori, persone appena cominciate, bambini da finire, tutte cose che non potranno più esserlo, che fingeranno di esserlo, che lo saranno solo per mancanza e mai per presenza, perché lasciare altri a metà è quello che riesce meglio a tutti, finiscono per farlo tutti, lasciare qualcuno solo, lasciarlo ancora più solo, finché non toccherà anche a lui andarsene, lasciare un altro solo, lasciare un altro vuoto, d’altronde siamo qui per questo, siamo fatti per questo, per andarcene sul più bello di qualcun altro, promesse d’assenza sempre mantenute, cose che non smettono mai di essere state.
Una stesura dimenticata
A volte mi rileggo, torno su vecchie edizioni di me stesso, aperte a caso, sfogliate con un certo timore, un certo fastidio, le confronto con le più recenti, noto le aggiunte, le cancellature, fior di orecchie a pagine che non hanno nulla di speciale, qualche nota a margine in una grafia che non riconosco, mi rileggo come un inedito, come una bozza mai arrivata alle stampe, salto in fretta brani di cui mi vergogno, mi soffermo su scene tagliate nell’edizione corrente, su personaggi spariti, su figure omesse senza che ne ricordi il motivo, mi rileggo come una stesura dimenticata, come un testo ritrovato, scopro qua e là una sensibilità di cui non ho più dato prova, un buon talento per gli snodi di trama, una certa classe nel trattare i personaggi femminili, ma nel complesso la sensazione è sempre la stessa, l’effetto che mi faccio è sempre uguale, quello dei libri che hai amato da giovane ma non hanno retto alla prova del tempo.
Cose da dire, da tacere
Certe cose andrebbero dette, dette sempre, dette comunque, andrebbero detti i dolori per farsene meno paura, le paure per farsene ferire meno, le ferite per farle sanguinare meno, certe cose andrebbero dette anche se non c’è nessuno a sentire, nessuno a capire, già il suono che fanno è ascolto, già la voce che hanno è comprensione, certe cose andrebbero dette per aggirarle, per disinnescarle, per non lasciarsele marcire dentro, le delusioni andrebbero dette perché in piena luce bruciano meno, i tradimenti perché fuori dall’ombra perdono ogni fascino, le colpe perché allo scoperto diventano semplici sbagli, certe cose andrebbero dette per non infettare le altre, quelle che nell’intimità brillano, che nel segreto riscaldano, quelle che nessuno potrebbe mai dire senza perderle, che nessuna voce potrebbe mai pronunciare senza dissolverle.
Per qualche riga
Quello che cancelli resta di più, resta più forte, si fissa sulla carta, si stampa nella mente, cova per sempre sotto l’inchiostro che doveva annientarlo, trapela come un’ombra dall’ombra in cui doveva sparire, cancellarlo è solo scriverlo con una voce che cerchi di non sentire, in una lingua che fingi di non capire, è nasconderlo sotto una pietra trasparente, annegarlo in un’acqua evaporata, non c’è legge fisica capace di cancellare ciò che per un istante hai voluto che fosse, di sopprimere ciò che per qualche riga hai lasciato essere, di spegnere ciò che per un tratto della tua vita è stato te.