La saga della famiglia Scacerni è l’appassionante romanzo di tre generazioni di mugnai fluviali, stabiliti sulle rive ferraresi del Po, spesso impegnati in una dura lotta per la sopravvivenza. Ambientata nel periodo compreso tra il 1812 e il 1918, l’azione si svolge principalmente sullo sfondo dell’ingerenza austriaca, del declino dello stato della Chiesa e dell’affermarsi del nuovo stato italiano; da una moltitudine variegata tipi umani di ogni ceto sociale, emergono, quasi epici, il capostipite Lazzaro Scacerni e la “figlia del fiume” Cecilia Rei. La definizione di personaggi e luoghi, l’illustrazione della vita sul Po e delle tradizioni contadine, di attività economiche e situazioni politiche sono minuziose: il racconto sembra prendere vita davanti agli occhi e quasi ci si sente spettatori diretti degli eventi. Avvenimenti drammatici provocati dagli uomini (ricatti, violenze, rivolte, bombardamenti di città indifese, atti eroici o vili, soprusi etc.) o dalla natura (alluvioni, carestie) suscitano a volte compassione e commozione.
Lo stile adottato è quello ottocentesco, che per tradizione dà all’autore licenza per ampie digressioni dalla linea del racconto. La prosa però è generalmente poco scorrevole, spesso farraginosa e a volte anche raccapricciante (specie nelle centinaia di pagine, prive di dialoghi e caratterizzate da lunghi paragrafi, in cui può rendersi necessaria la rilettura dell’intero periodo alla ricerca del soggetto o della frase che regge le altre); e la cospicua presenza di vocaboli in disuso o presentati in forme obsolete (figliuolo, piuolo, giuoco, paiuolo, famigliuola etc.) e di grafie oggi considerate scorrette (i plurali: faccie, minaccie, pioggie, denuncie etc.; gli imperativi senza apostrofo: va, fa, sta etc.; i monosillabi accentati, gli accenti invertiti etc.) contribuisce a rendere meno gradevole la lettura.
Le numerose divagazioni permettono all’autore, notevolmente informato e documentato, di fare meglio comprendere ai lettori lo scenario in cui si svolgono i fatti; ma, diversamente dai romanzi in cui esse costituiscono capitoli separati o autonomi, qui sono intessute col racconto e si protraggono sovente per molte pagine, interrompendo e lasciando in sospeso la narrazione. Nessuna meraviglia, dunque, se in qualche punto del secondo o del terzo “libro” ci si troverà a domandarsi: Ma Cecilia? E gli Scacerni, che fine hanno fatto?
Troppo spesso lo sfondo avanza in primo piano dominando la scena, fino a eclissare la trama e i personaggi. In questa sorta di zone franche, l’autore entra in scena liberamente (e legittimamente) con considerazioni e valutazioni personali su fatti storici e personaggi della vita pubblica più o meno famosi (monarchici, repubblicani, garibaldini, socialisti, Destra e Sinistra, radicali, anarchici, etc.): ne ha per tutti – un po’ di sarcasmo avanza pure per evoluzionisti e psichiatri forensi –, zavorrando ulteriormente la narrazione. Bacchelli non si preoccupa di dare un quadro obiettivo delle situazioni che di volta in volta devono affrontare i personaggi del suo romanzo; con tono aulico e professorale ironizza, sentenzia e dileggia soprattutto chi sostiene posizioni diverse dalla sua.
Per quanto le sue idee possano lasciare indifferenti, purtroppo il modo d’operare influisce in modo poco elegante sulla costruzione dei personaggi: infatti, in base alla sua visione politica, economica, sociale, religiosa della vita e del mondo, coloro che in qualche modo la rispecchiano appaiono energici, determinati, infallibili, e quando vincono hanno ragione a tutto campo. Gli altri, al contrario, sono sempre inaffidabili, vani, viziosi o presentati con qualche ombra sul carattere o nell’animo, e per i più detestati c’è sempre il ridicolo in agguato; e quando sono (inevitabilmente) sconfitti, l’autore li insegue con accanimento anche fuori dalla storia per confezionare loro futuri terribili di disgrazia, fallimento, miseria, alcolismo (qualcuno vedrà il Po rompere gli argini e inghiottire terre e capanne per sempre, per cancellare persino il ricordo del suo passaggio sulla Terra). Curiosamente, i personaggi più protervi, laidi e sanguinari attraversano la scena e ne escono senza troppe reprimende moraleggianti; specie se, dopo un omicidio o una vita passata a perpetrare soprusi, arriva il pentimento dell’ultima ora.
È un cliché che alla lunga diventa prevedibile. E alla fine, dopo un lungo Epilogo dove c’è ancora spazio per altre divagazioni, dissertazioni, approfondimenti (e per togliersi altri sassolini dalle scarpe) ci si chiede se l’autore volesse raccontare l’epopea degli Scacerni su uno sfondo storico visto con gli occhi della gente comune, o se quella dei molinari non sia stata semplicemente lo spunto per raccontare la “propria” storia di quell’Italia.
Nonostante la scia di gelo e di tristezza lasciata dal passaggio di personaggi agghiaccianti come Virginio Alpi, il “Raguseo”, “Coniglio mannaro”, il commendator Clapasson (“mitraglia, mitraglia!”), con le immagini di Lazzaro Scacerni, della piarda al Ponte della Pioppa con il San Michele e il Paneperso, Cecilia, Schiavetto e Malvasone, maestro Buttafumo, la Guarda, Berta e Maria, il grande fiume e i paesaggi del ferrarese sono stati nei miei pensieri ogni giorno, per un mese e mezzo: è stata, dopotutto, una bellissima compagnia. Anche se non è riuscita a persuadermi che “mondo vecchio sempre nuovo”, bensì a rimanere ancora più convinto del contrario. Anche se Il Mulino del Po è un’opera monumentale e sgraziata.